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Se proprio devo rispondere, allora dico: Innocenzo III (1198 – 1216). Ascese al soglio petrino giovanissimo. L’Italia era stata appena liberata dall’occupazione islamica e lui rilanciò il contrattacco della cristianità. La pastorale era depressa e lui la ristabilì sulle seguenti sicure imperiture basi:

  1. concetto di Dio: conosciamo Dio solo attraverso le sue creature, analogicamente, consapevoli della loro somiglianza e dissimiglianza nei confronti di Dio. Perciò: condanna di tutte le gnosi che eccedono nella somiglianza o nella dissimiglianza;
  2. concetto della Trinità: la divinità è una (essenza o natura), ma viva e perciò è, di per sé, attività perfettissima ed eterna, immanente, distinta in conoscenza di sé e amore di sé, assolutamente trascendente l’universo e la storia, la cui esistenza è del tutto relativa a Lei;
  3. concetto della Redenzione nella storia: viene operata dalla continua presenza di Gesù nei sacramenti, specie nella transustanziazione eucaristica, da Lui ordinata;
  4. concetto della vitalizzazione della Chiesa: qualsiasi corruzione del popolo deriva dalla corruzione del clero; questo deve imparare il compito di medico (confessore) e di educatore (evangelizzatore); l’evangelizzazione va rilanciata con l’esempio (francescani) e con la predicazione (domenicani), va ravvivata con le iniziative dei laici (Terzi Ordini, Confraternite) e il radicamento nella cultura (università e arti).

Nel suo pontificato l’Europa fu cristiana, i fedeli furono armonizzati da Roma, i politici capirono la distinzione e la collaborazione dei compiti con il clero.

Ma, naturalmente, tutto in questo mondo è difettoso.

Don Ennio Innocenti

La libertà promessa

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set 192017

Per libertà s’intende, negativamente, l’assenza di coercizione (intellettuale, morale e pratica), positivamente, poi, s’intende l’autodeterminazione, sempre in rapporto, però, con un concreto ambiente sociale.

La religione è costituita, prima di tutto, dalla professione di fede e quindi dal suo essenziale patrimonio dottrinale; poi, dall’insito bisogno di comunicare la fede e quindi dal suo essenziale slancio missionario e propagandistico; in terzo luogo dall’adorazione, ossia dal culto e dalle opere che necessariamente conseguono al culto, sul piano dell’intelligenza (la fermentazione della cultura) e della carità in tutte le dimensioni sociali e anche economiche.

Il diritto di libertà religiosa è pubblico, dappertutto costituzionalmente incontestato – almeno in astratto – anche se ne vengono poi limitate le espressioni. La preoccupazione generale degli Stati è di evitare o almeno di rimuovere ciò che nell’esercizio di questo diritto provoca turbamento. L’attuale concetto costituzionalistico italiano di religione è di tipo sociologico-statistico e riflette l’opinione discutibile che gli Italiani, nella stragrande maggioranza, professino una religione, la cattolica. E’ una formula che lascia in sospeso molte perplessità e che va giudicata sul piano dell’utilità. A certi nemici del cattolicesimo fa comodo parlare di religione di Stato, dato il loro intento di far poi prevalere lo Stato sulla religione: si servono della formula per avanzare diritti di limitazione delle espressioni religiose.

I limiti del diritto di libertà religiosa dovrebbero essere soltanto quelli del buon costume e dell’ordine pubblico. E’ da notare che la nostra costituzione, all’art. 8, dice che la religione dei cittadini non è “tollerata” o “ammessa”, ma è una realtà autonoma che ha il suo pieno diritto, con la quale lo Stato si propone di entrare in rapporto sulla base di intese reciproche, ossia sulla base del principio pattizio (il che vale di tutte le religioni degli Italiani).

E’ un’affermazione molto bella, questa, ma – naturalmente – bisogna vedere come la normativa costituzionale è poi attuata nella legislazione ordinaria e nella prassi amministrativa.

Infatti nella Costituzione stanno scritte molte belle cose; per esempio sta scritto che il cittadino ha diritto al lavoro in questa Repubblica fondata sul lavoro; però questo diritto al lavoro viene poi beffato in svariatissimi e maliziosissimi modi. E’ la sorte che talvolta capita al diritto di libertà religiosa, che fra i diritti di libertà è senz’altro quello primario.

Dicevamo che gli Stati si preoccupano, generalmente, nei loro ordinamenti, di evitare – o almeno di rimuovere – le turbative connesse col diritto di libertà religiosa. In pratica avanzano pretese assai limitative.

La cosa più grave si verifica quando lo Stato vuol decidere lui, discrezionalmente, sulle qualità del fenomeno religioso, col segreto proposito di ridurre la religione a un fatto meramente culturale e privato. Questa abnorme pretesa dello Stato illuminista e giurisdizionalista è sopravvissuta all’Ottocento. E’ una pretesa in fragrante contraddizione col concetto stesso di libertà religiosa.

Per esempio: gli Ebrei hanno poco culto e molta attività sociale: dove le loro comunità sono consistenti danno immediatamente fastidio allo Stato che rivendica alla sua cosiddetta sovranità di invadere il dominio del sacro. Analoga sorte tocca ai Cristiani e perfino in Stati cosiddetti cristiani e non di rado. Anche qui in Italia le cose non vanno in modo soddisfacente.

Per esempio: la legge italiana riconosce alla gerarchia cattolica libertà di magistero, ma quando osa davvero parlare allora si leva subito un coro di proteste e la si accusa di ingerenza politica, come si è visto quando i Vescovi hanno dichiarato che i cattolici sarebbero entrati in contraddizione con la loro coscienza religiosa se avessero permesso l’introduzione del divorzio e dell’aborto nella loro legislazione.

Un altro esempio: l’art. 33 della Costituzione riconosce il diritto alla scuola liberamente organizzata, ma quando un governo Moro – il primo, se non sbaglio – osò porre nei capitoli di spesa un contributo per le spese, a quelle scuole che, con legge del 1928, hanno dallo Stato una delega e un contributo – quel governo dovette soccombere: e così, fra l’altro, fu mortificata l’iniziativa scolastica, sotto il pretesto religioso, o meglio antireligioso. I radicali hanno l’obiettivo di far abolire l’insegnamento religioso in tutte le scuole e già ostacolano come possono i sacerdoti che a scuola insegnano religione sul serio. I Vescovi dell’Emilia-Romagna hanno pubblicamente protestato per le difficoltà che continuamente incontrano gli istituti cattolici nelle provincie rosse. Anche la Curia milanese ha protestato contro la discriminazione fatta valere contro iniziative culturali cattoliche. In varie parti le suore insegnanti hanno dovuto subire varie vessazioni. Anche contro l’università cattolica del S. Cuore si appuntano odiose difficoltà.

Un terzo esempio, relativo, questa volta, al campo assistenziale. Nel 1890 lo Stato cosiddetto liberale avocò a sé ogni forma d’assistenza pubblica: il risultato è che nell’organizzazione della carità non c’è libertà. Per essere concreto: nel campo ospedaliero, secondo la legge sull’aborto, vien rispettata solo l’obiezione di coscienza del medico e del personale infermieristico e per niente affatto quella dell’organizzazione nella quale lavorano: le cliniche cattoliche convenzionate sarebbero così obbligate a compiere aborti! Anche la Conferenza Episcopale piemontese, presieduta dal card. Pellegrino, ha protestato contro la discriminazione nella contribuzione statale cui sono soggetti gli enti ecclesiastici che esercitano attività assistenziali. Nella prassi amministrativa si giunge a una fiscalizzazione repressiva: non si dà riconoscimento del valore sociale delle iniziative religiose, viste meramente come iniziative private e, per giunta, speculative! E così si strangolano, o almeno lo si tenta!

Per chiudere aggiungerò che varie volte si son fatte valere le bottiglie molotov contro i sacerdoti ostinati nel compiere il loro ministero di predicazione o di fermentazione cristiana della cultura. Varie volte sono state profanate chiese per opera di gente che non è neppure ignota, almeno ideologicamente. Quando le cosiddette femministe entrarono nel Duomo di Milano urlando bestemmie contro ciò che è sacro e insulti contro i Vescovi, un giornale comunista di Roma commentò: “Il terrorismo politico può non piacere, però ha una sua funzione”. Allora non si ha ragione a chiedere: dove sono le promesse libertà democratiche che dovrebbero essere garantite ai cittadini che rispettano le leggi? Ma ormai è il Papa stesso – ossia il simbolo più nevralgico del cattolicesimo – a essere apertamente e impunemente insultato; e allora non si ha ragione a dichiarare: quando si verificano queste cose e il popolo tace, vuol dire che si è toccato il fondo dell’indifferenza morale e che più nulla, neppure la libertà democratica, si salva?

Provate oggi a dire quel che San Paolo dice degli omosessuali e vedrete quel che vi succede in questa cosiddetta democrazia.

Don Ennio Innocenti

La guerra liturgica

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set 192017

Anche all’interno della Chiesa c’è guerra e su vari fronti, ma quello macroscopico, che è rintronato negli orecchi di tutti, è il fronte liturgico: esso contrappone non solo i liturgisti, ma anche la gente comune, che frequenta i riti della Chiesa; questo fronte emerse già negli anni ’30 del secolo scorso.

I riti fondamentali della Chiesa furono istituiti da Gesù stesso, ma dovettero, subito dopo di Lui, essere adattati a situazioni e popoli diversi per lingua e cultura. Essi trovarono una sistemazione omogenea nei sette secoli susseguenti a Gesù, ma già nei sette secoli successivi ammisero nuove forme espressive e partecipative, tanto che al tempo del Concilio Tridentino furono seriamente riformati. Tuttavia, cinque secoli dopo, formule, costumi e musiche suscitavano imbarazzo.

Vari liturgisti avanzarono proposte per sfrondare l’apporto storico e ritornare agli usi dei primi secoli.

Pio XII intervenne con un’enciclica per scoraggiare quelle esagerate pretese antichiste, assicurare la continuità dello spirito orante ecclesiastico e soprattutto sottolineare la centralità e la supremazia di Cristo nel rito. Ed ecco il Concilio convocato da Papa Giovanni XXIII, che si aprì proprio sulla questione liturgica, già incoraggiata dal Papa con una nuova edizione del Messale, con pochi aggiornamenti, nel 1962. Bene: i Vescovi trovarono unanime accordo e indicarono le linee dello sviluppo. In particolare scrissero che la Messa poteva esser celebrata in lingua volgare solo nella parte che precede l’offertorio.

Nel 1965 il Papa Paolo VI volle un’edizione ufficiale post-conciliare del Messale col testo latino a fronte di quello nella lingua parlata in ogni Nazione, restando invariata la disciplina. Tuttavia si fecero avanti coloro che pretesero di cambiare non solo la lingua (perfino nella parte centrale), ma anche il rito con sforbiciate semplificatrici. Col consenso del Papa, essi fabbricarono un nuovo Ordo Missae, ossia un nuovo rito, e lo presentarono ai Vescovi al Sinodo del 1967: i Vescovi lo respinsero.

Però gli innovatori del Nord, ben installati in Vaticano, adattarono il loro lavoro e lo ripresentarono nel 1969: si levò un coro dissuasivo.

Allora il Papa Paolo VI ordinò di ritirare il testo del 1969, recepì alcune critiche, e, nel 1970, impose il nuovo Messale, ordinando che non si usasse più quello tradizionale.

Proprio questa imposizione fu male accolta e molti vollero celebrare con il rito antico.

Gli innovatori, invece, non si contentarono di adottare il nuovo Messale, ma, approfittando di alcune facoltà, concesse con l’intenzione di permettere alla legittima autorità nuovi adattamenti locali, si presero la libertà di creare loro stessi, secondo il loro punto di vista,

ulteriori novità rituali. Di qui la guerra fra i due fronti.

Sia Paolo VI sia Giovanni Paolo II deprecarono questa rincorsa abusiva dei novatori, finché Benedetto XVI disse che era giusto riportare pace con una nuova riforma unificatrice dell’antico e del nuovo rito. Siamo ora a questa curva piuttosto contrastata, frenata, discussa.

Quel che è essenziale è salvare il rito dell’offerta di sé, dell’accettazione divina di questa nostra offerta e del ricambio divino del suo dono divinizzante chi lo riceve.

Tutto questo in continuità con il rito dei Padri.

Don Ennio Innocenti

La cristianità è una società costituita preponderantemente da cristiani (che però non esclude i non cristiani) sulla base di Dio Creatore, Gesù ideale santificatore, la Chiesa interprete autorevole del diritto naturale.

Il regime di cristianità realizza la distinzione nella collaborazione tra Chiesa e Stato.

Purtroppo oggi i cristiani sono minoritari e lo Stato non rispetta il diritto naturale voluto dal Creatore.

La società perfetta è una società che ha in se stessa le ragioni della propria vita, fini e mezzi. Si tratta d’una espressione tecnica medievale che spiega perché sia la Chiesa sia lo Stato sono tra loro società sovrane, indipendenti nel proprio ordinamento, sebbene ambedue abbiano il fine della felicità dei propri componenti o membri.

Tuttavia la Chiesa offre mezzi soprannaturali, mentre lo Stato offre mezzi naturali, ma gli uni e gli altri non sono in conflitto.

Il Regno di Dio non è di questa terra, ma inizia su questa terra come un granello di senape, ossia un seme piccolo, che viene liberamente accolto nei cuori dei componenti delle società umane, e cresce.

Don Ennio Innocenti

Qualche tempo addietro il Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, ha affermato:

  1. nei confronti della Cina dobbiamo adottare una visione teologica;
  2. entrambe le parti hanno mostrato segni di buona volontà;
  3. le prospettive sono promettenti.

Evidentemente la visione teologica è di Parolin, ai Cinesi è attribuita una buona volontà, si spera in un accordo.

Certamente Parolin mira a ottenere la possibilità di evangelizzare e io ritengo che i Cinesi se ne avvantaggerebbero.

Riflettiamo sugli inizi del Vangelo a Roma (primi tre secoli), sotto un Impero che trattò i cristiani con fasi alterne: spesso ritenne conveniente lasciare loro la libertà e poi, con Costantino, ritenne conveniente proteggere la Chiesa.

Certamente il Vangelo si apre in Cina varchi di penetrazione nella società, nel costume e nella cultura: è comprensibile che questo provochi frizioni imbarazzanti per i politici.

Leggendo lo storico della Chiesa dei primi tre secoli, Eusebio di Cesarea, apprendiamo che la prassi degli ecclesiastici suscitò nell’ambiente non cristiano ragionevoli sospetti e provocò decisioni politiche ostili.

Tuttavia l’essenziale per la Chiesa fu di trasmettere il Vangelo, realizzare una graduale osmosi tra la morale cristiana e le leggi romane, garantire il lealismo all’Autorità politica fino a che essa non si mettesse in contrasto con il Vangelo.

L’Autorità politica si ritenne abbastanza garantita dal crescente prestigio che i cristiani riconoscevano al Papa. Nello stesso tempo la Chiesa tollerò notevoli intromissioni dell’Autorità politica che dimostrava favore e tollerò anche non piccole subordinazioni nella sfera esteriore temporale, ma riuscì a stabilire il principio della distinzione nella collaborazione, tanto che l’Impero preferì poi diventare cristiano.

Don Ennio Innocenti

Il Papa va in India ben sapendo d’aver contro di sé anzitutto la gelosia del nazionalismo e del tradizionalismo locale. Tuttavia quante volte il cattolicesimo ha assorbito l’amore alla Nazione e alla sua tradizione?

Inoltre il Papa sa d’aver contro la gelosia delle classi alte che temono l’attrazione che il cattolicesimo esercita sui poveri. Tuttavia anche in questo caso egli è allenato a non mettere i poveri contro i ricchi: li incita piuttosto al miglioramento delle condizioni comuni.

C’è qualcosa a favore della venuta del Papa in India? Sì: il fascino della Madonna. Il Cardinale di Bombay, che è anche il Presidente dei Vescovi dell’Asia, dice che più della metà dei frequentatori delle chiese cattoliche è costituita da non cristiani che vanno lì a venerare la Madonna. Lei, silenziosamente, attrae a Gesù.

Questo fatto non è un fenomeno isolato: la festa nazionale del Libano è il 25 marzo in quanto è la festa dell’Annunciazione di Maria; cristiani ortodossi, cristiani latini e mussulmani si son trovati d’accordo nel venerare Maria.

Don Ennio Innocenti

Oltre i molti temi che il Segretario di Stato Vaticano trattare a Mosca (per es. la condizione giuridica della Chiesa cattolica in Russia; la visita umile, pastorale, di Papa Francesco alle comunità cattoliche oppure quella ufficiale di Stato di doveroso contraccambio; l’incremento di azioni pacifiche in Ucraina…), ce ne sono due che, secondo me, hanno avuto la priorità:

  1. l’eliminazione del focolaio terroristico dello Stato islamico (Raqqa), impedita dalla passività e inerzia dell’ONU e dagli ambigui interessi degli Statunitensi utili a tenere Assad sulla graticola;
  2. la pacificazione delle sette religioso-politiche nel Medio Oriente che coinvolge, indirettamente, i cristiani distribuiti tra i contendenti; pacificazione contrastata anche dai tanti che trafficano armi nella regione.

Circa il primo punto, di fronte alla passività dell’ONU, la Russia, a mio vedere, sarebbe legittimata moralmente ad intervenire da sola o assieme ai suoi alleati sul campo, perché quel focolaio continua a essere una minaccia internazionale; inoltre, l’aggressore ingiusto va fermato con rapida efficacia secondo il principio “justitia dilata, justitia negata”.

Circa il secondo punto occorre una maggiore iniziativa diplomatica della Russia in Iraq, Iran e Libia, e perciò anche in Egitto, iniziativa che non può non avere l’approvazione e il sostegno del Vaticano, che vede pericoli per i cristiani residui in Libano, Egitto e Libia.

Don Ennio Innocenti

set 102017

(Dato il suo notevole interesse, si riporta di seguito un articolo redatto dal nostro socio Riccardo M. De Paoli e già pubblicato dalla prestigiosa rivista «Alma Roma» LIII (2012), XVIII n.s., n.1-3, pp.39-48.

La Fraternitas Aurigarum).

Tra i moltissimi e curiosi toponimi di contrade e località che sono testimoniati dalle fonti antiche e medievali riguardo la città di Roma, in questo articolo voglio ricordare quello di Egitto: un toponimo molto raro, attestato solo nel corso del XVI secolo e da localizzare in Borgo, oltre la tribuna della basilica costantiniana di San Pietro.

Il 12 Maggio 1493, a quanto mi risulta, per la prima volta è ricordata dai Libri Censuali della Basilica Vaticana una domuncula posita in l(oco) q(ui) d(icitur) Aegyptus, retro tribunam1.

Solo due anni più tardi, quindi nel 1495, è ricordata una domus Basilicae Sancti Petri retro tribunam in loco vocato Egipto 2.

Al 17 Gennaio 1522, invece, risale un testamento redatto retro sanctum Petrum in domo Juliani de Lenis in loco dicto in Aegypto 3.

Poche finora quindi le indicazioni presenti nei vari documenti, che si limitano a porre il nostro toponimo oltre la zona absidale della Basilica Vaticana.

Finalmente un documento, databile al 1540, che ne permette una migliore localizzazione: in esso si ricorda una domuncula in burgo sancti Petri supra Campum Sanctum in loco nuncupato Egipto versus meridiem seu vicum Armellinum4. La casa in questione è localizzata nel locus nuncupatus Egyptus, verso mezzogiorno, vicino al Campo Santo Teutonico. Molto importante l’accenno al vicus Armellinus, che nel nome appare evidentemente legato alle proprietà del cardinal Francesco Armellini, quanto la vicina piazza Armellina5. Esso conduceva dalla piazza di Santa Marta (detta anche de’Scarpellini o Tevertini) ai bastioni presso porta Fabbrica. Il toponimo Egyptus sembra quindi estendersi dal Campo Santo Teutonico fino alle mura della città.

Al 1565 risale un altro documento che ricorda alcune case in Borgo Vecchio presso la Basilica di San Pietro in luogo detto Egipto6.

E’ datato invece al 17 Settembre 1581 un documento ricordato ancora da Lanciani7, che menziona la possessionem domus site in regione egipta, cui sunt confines ab uno domus R.d. Joannis de Pelestrina magistri capelle S.ti Petri ab alio… bastione burgi et via publica. Interessantissimo, quindi, questo documento, in cui è ricordata la casa di Pierluigi da Palestrina, che da diverse fonti sappiamo essere stato proprietario di un edificio proprio al già ricordato vicolo Armellino, presso Porta Fabbrica, da lui abitato dal 1571 al momento della morte, avvenuta nel 15948; inoltre questo documento ricorda tra i confini della domus le mura della città e una via, probabilmente la Strada di Campo Santo (nr.1269 nella pianta di Nolli). Il vicus Armellinus prese poi nome dal grande musicista e fu detto vicolo del Palestrino (o del Pelestrino) fino al XVIII secolo, quando acquistò quello di Perugino (mutandolo dal vicino omonimo vicolo, nr.1268), che mantenne fino alla distruzione.9

Probabilmente alla stessa abitazione si riferisce il documento riportato da Gnoli10, che menziona una domum sitam Romae in Burgo retro ecclesiam S.ti Petri in loco vulgariter detto l’Egitto.

E proprio nella casa del famoso musicista, posta in Burgo S. Petri in loco detto Egitto, fu rogato un atto che lo riguardava in data 17 Aprile 158911.

L’ultimo documento, nel quale sia ricordata la località Egitto, è menzionato dallo Gnoli e dal Lanciani12, relativamente al giorno 10 Giugno 1590: in esso viene ricordata una domus sita in Burgo retro Campum Sanctum, in via recta in loco ubi dicitur legitto. Probabilmente via recta è il vicus Armellinus.

Dopo questa data non abbiamo più testimonianze del nostro toponimo, di cui abbiamo seguito varie attestazioni per tutto l’arco del XVI secolo: ma resta da indagare la sua origine, sulla base degli stessi, pochi documenti.

Dai testi esaminati abbiamo avuto chiare indicazioni che il luogo detto Egitto era da porsi alla sinistra dell’abside dell’antica Basilica Vaticana, quindi verso mezzogiorno, tra il Campo Santo Teutonico e la chiesa di S. Stefano degli Abissini, limitato dalle mura urbane. Siamo quindi nelle immediate vicinanze dell’Obelisco Vaticano, l’unico, tra i molti della città, che fosse rimasto in alzato e nel sito originale dall’epoca antica. Ma di questo torneremo a parlare più tardi.

Il toponimo Egitto viene collegato da autorevoli studiosi, quali Armellini, Hülsen e Gnoli13, a quello di in o ad Palmata, proprio dell’antichissima chiesa di Sant’Apollinare ad Palmata, che sorgeva a sinistra della facciata della basilica costantiniana, iuxta scalas Basilicae (non però retro basilicam14); fondata da Onorio I, essa era già stata ridotta a stalla quando fu distrutta intorno al 1610. Lo Gnoli15 ricorda come “il nome della località Egitto è spesso accompagnato da in ovvero ad Palmata”, ma né lui né altri autori portano documenti a sostegno di questa affermazione, che quindi resta tutta da verificare. Se essa fosse confermata, dovremmo allora pensare ad un’estensione del toponimo almeno fino all’attuale Arco delle Campane.

Tornando a ciò che concerne strettamente il nostro toponimo, è necessario dapprima riflettere sull’occorrenza cronologica del medesimo: esso appare menzionato solo nel corso del XVI secolo, e dal materiale in nostro possesso non appare chiaro se la sua attestazione sia in realtà più antica o se il suo uso nasca proprio in quegli anni, forse in seguito ad una qualche scoperta archeologica a soggetto egizio di particolare rilievo. Proprio nel medesimo periodo, infatti, il Rossellino aveva iniziata la costruzione, poi interrotta alla morte di Nicolò V (1455), di una nuova cappella del coro alle spalle dell’abside costantiniana; e conseguentemente dovettero venire alla luce un gran numero di reperti archeologici provenienti dalla necropoli vaticana o da altri edifici cultuali pagani della zona.

Non possiamo, poi, non porre in relazione al nostro toponimo l’immediata vicinanza dell’obelisco vaticano, ancora posto nella spina del circus Gai et Neronis, anche se esso non viene mai ricordato dai documenti precedentemente esaminati. Già magister Gregorius, però, che scrive nel XII/XIII secolo16, mostra di avere del tutto perduta la cognizione dell’origine egizia dell’obelisco, che d’altronde non presenta geroglifici. Esso viene da lui confuso con la colonna del Foro ricordata da Svetonio17, presso la quale Cesare, nel giorno della sua morte, avrebbe incontrato l’astrologo Spurinna che vanamente lo avvertiva della congiura. E conferma di questa ricostruzione era ritenuto proprio il nome di Cesare che si legge sull’epigrafe dell’obelisco18. In altri luoghi quest’ultimo è ricordato col nome di agulia Caesaris 19(da ricondurre certamente al termine acus, ago), ma etimologie fantastiche collegavano questo termine a letture quali acus Iulia o addirittura aquila Caesaris. E in ultimo magister Gregorius ricordava la Pyramis Iulii Caesaris quae…habet in summitate sphaeram aeneam in qua cineres et ossa Iulii Caesaris condita sunt20. Ma nulla affatto sull’origine egizia dell’obelisco, che possa far pensare ad un qualunque legame con il toponimo che stiamo esaminando in questo studio.

Secondo Pietrangeli21, invece, il toponimo Egitto testimonia il persistente ricordo della presenza in Vaticano di luoghi di culto e monumenti legati al mondo egizio oppure orientale in generale: soprattutto il Phrygianum, legato al culto di Cibele e Attis, da localizzarsi forse presso l’attuale facciata della Basilica, ma anche la grande piramide sotto S. Maria in Traspontina o il mausoleo Z (o degli Egizi) nella necropoli vaticana e lo stesso obelisco. Proprio il Phrygianum dovette essere un importantissimo centro religioso legato alle divinità orientali, se due epigrafi provenienti da altrettante località dell’Impero ricordano il locale santuario con il nome di Vaticanum o Mons Vaticanus: l’una proviene da Lugdunum (l’odierna Lione) e risale al 160 d.C.; l’altra da Kastel (vicino Magonza) ed è databile al 23622. Da esse si evince che il santuario romano era divenuto quasi il modello di tutti gli altri luoghi di culto orientali sparsi nel mondo romano, come con il nome di Capitolium si indicava in tutte le città dell’Impero il santuario cittadino più importante23.

La più soddisfacente ipotesi sull’origine del toponimo Egitto viene però suggerita da una attenta lettura del testo di Armellini. A proposito della chiesa di Santo Stefano degli Abissini e dell’annesso monastero, l’Autore24 ricorda come il papa Sisto IV Della Rovere (1471-84) l’ avesse affidata non più al Capitolo di San Pietro, ma ai monaci abissini, e che da allora fosse ricordata anche come Santo Stefano in Egitto25.

Infatti ancora il Martinelli alla metà del XVII secolo, nel suo Roma ex ethnica sacra26, ricorda l’(ecclesia) S. Stephani in Aegypto. In Vaticano; templum Aegyptiorum sive Abassinorum (sic), qui vulgo dicuntur, Indiani.

E Cancellieri, un secolo più tardi, ricorda ancora che ex horum (cioè dei monaci abissini) nomine factum est, ut Aedes appellari coeperit S. Stephani in Aegypto, vulgo de’ Mori27.

Non posso non tacere in questa sede la debole spiegazione del toponimo Aegyptus, proposta da Lanciani e ripresa da Armellini28: quella cioè che esso sarebbe derivato dalla presenza di alberi di palma piantati dai monaci abissini nei pressi dell’abside della basilica Vaticana.

In conclusione sembra quindi più plausibile proporre che, proprio poco dopo l’arrivo dei monaci abissini, all’intera zona abitata intorno alla chiesa di Santo Stefano si sia esteso l’uso del toponimo Egitto; e a riprova di ciò si può ricordare come Hülsen nel catalogo delle chiese romane del 1492 ricordi questa chiesa proprio retro basilicam sancti Petri29. Il suo uso evidentemente continuò per tutto il XVI secolo, ma rapidamente se ne perse il ricordo.

Riccardo M. De Paoli


Allegati:

  1. particolare carta del Tempesta (1593)
  2. particolare carta del Nolli (1748)
  3. veduta del Piranesi (1748)

ALLEGATO 1

Carta del Tempesta (1593), dalla quale appare evidente la topografia della zona; la porta Fabbrica però non appare affatto riportata.

ALLEGATO 2


Dalla pianta del Nolli, che riporta la situazione della zona prima della costruzione della nuova Sacrestia della Basilica di San Pietro (1748)

  1. Vicolo de’Ranocchiari (già dello Scalone) 1275 nella mappa
  2. Vicolo della Gallinella (già del Carraro)
  3. Vicolo dell’Armellino (poi del Pelestrino, infine del Perugino)
  4. Vicolo della Porticella (poi di Porta Fabbrica, infine della Sacrestia)

1268) Vicolo del Perugino, poi di Monte Calato

1269) Strada di Campo Santo

1270) Strada del Braccio

ALLEGATO 3