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apr 132019

La prima Italia politicamente unitaria fu realizzata da Augusto e resisté finché non vennero i Longobardi. Riuscimmo a convertire i Longobardi, ma proprio allora l’Italia fu invasa dagli Islamici fino al Volturno: i Papi liberarono l’Italia dalla loro occupazione esortando gli Italiani a mettersi sotto la guida dei guerrieri normanni.

Quando sembrò che l’Italia fosse ormai libera di svilupparsi, arrivarono i Tedeschi di Barbarossa che volevano farne una loro colonia.

I Principi del sud e i Comuni del nord furono coalizzati dal Papa contro i Tedeschi e così tornarono liberi.  Ma quando la loro fioritura economica e culturale sembrò irraggiante, allora i Re francesi per ben due volte scesero nella Penisola vantando loro pretesi diritti, ma i Papi riuscirono a coalizzare i Principi italiani contro i Francesi e così tornarono liberi. Tuttavia divenne preponderante l’Imperatore Carlo V che sottomise l’Italia agli Spagnoli. Faticosamente i Papi si sottrassero a questo predominio e gradualmente anche le varie regioni italiane ripresero una certa autonomia. Purtroppo con la rivoluzione francese Napoleone invase l’Italia, ma i popoli italici resistettero e infine le truppe francesi furono cacciate.  Dopo di che i Piemontesi vollero impadronirsi dell’Italia e col loro liberalismo la condussero alla guerra civile. Arrivò Mussolini che la condusse alla sconfitta militare e dopo vennero gli Americani col loro liberalismo.  Adesso resta da liberarsi del giogo degli idoli americani, ma per questa liberazione occorrerebbe la rinascita dello spirito cristiano. Cercasi suscitatore di tale spirito.

Don Ennio Innocenti

Dappertutto vedo gruppi di turisti che passano di chiesa in chiesa per ammirarvi opere d’arte antica. Ma pensano forse alla spiritualità che le ha prodotte?

Possiamo definire la spiritualità come la via per la quale si porta a completo sviluppo lo spirito con tutte le sue risorse naturali e soprannaturali. Ma siccome lo spirito è in qualche modo infinito, come le sue risorse, è fatale che si abbiano molte strade: quelle principali, attraverso le quali hanno tentato di passare più gente, si possono chiamare scuole.

Fin dall’inizio cristiano si ebbero più scuole: i Vangeli e le Lettere degli Apostoli ne sono la prova; la Prima Patristica ne è una riprova.

Notiamo soprattutto due filoni: uno che accentua la rottura con il mondo per fissarsi sul soprannaturale, l’altro che vuole utilizzare tutte le risorse della natura e della storia per “salvarlo” nel soprannaturale.

Notiamo anche notevoli differenze fra Oriente e Occidente, fra i modi di leggere e meditare la Sacra Scrittura, fra i modi di sentire e concepire la Chiesa.

Soprattutto notiamo l’influsso della teologia sulle scuole di spiritualità: essa sollecita gli spiriti in certe direzioni, ma a sua volta ne rimane stimolata e anche sorpassata: l’esperienza di Dio supera in valore lo sforzo che l’intelligenza fa per acquistare la consapevolezza della fede.

Sant’Agostino segna una sintesi e anche una rottura: l’Occidente rimarrà molto influenzato dalla sua sintesi, ma l’Oriente andrà per la sua strada. L’Oriente sarà presente in Occidente soprattutto tramite Dionigi (di cui ho rivendicato l’autenticità del personaggio dell’opera “I nomi divini”).

Anche nel monachesimo troviamo un sintetizzatore delle varie esperienze in Benedetto, ma la sua fortuna (con la sottolineatura del valore del “lavoro” nella sua dottrina spirituale) segna anche la perdita di contatto con il misticismo del monachesimo orientale.

Non posso conservare questa sommarietà di linee nell’evocare la spiritualità medioevale perché in questo tempo le scuole di spiritualità pullulano da tutte le parti: è la primavera della nuova cristianità europea.

Ed è da questa primavera che nascono le opere artistiche del nuovo millennio.

Don Ennio Innocenti

apr 132019

Il Rosario è una preghiera facile e gradevolmente corale e perciò atta per espressioni religiose di massa, le quali concernano spesso l’invocazione dell’aiuto celeste per contrastare mali morali e sociali.

Per questo il Rosario è diventato più volte nei secoli bandiera spirituale per battaglie di significato anche politico.

Sia San Pio V che Pio XII, ma anche Papa Wojtyla e Papa Bergoglio hanno avallato questa espressione liturgica popolare.

Ultimamente l’Episcopato polacco mostrò al mondo la volontà religiosa del popolo polacco di preservare la propria cultura cristiana recitando il rosario lungo i confini della Patria.

In Gran Bretagna assistiamo nei parchi e negli stadi ad una impressionante ripresa della recita collettiva del Rosario.

E chi avrebbe immaginato che dietro la vittoria cattolica nelle ultime elezioni in Andalusia ci fosse una ripresa della diffusa recita del Rosario?

In Svizzera l’associazione legalmente riconosciuta Helvetia Christiana ha occupato varie piazze in diversi Cantoni per la recita collettiva del Rosario, anche se questo permesso è stato negato a Lugano.

Perché dunque meravigliarsi se un leader italiano si presenta in piazza ai suoi sostenitori con il rosario in mano?

In Brasile quel che è certo è che il Presidente ora eletto ha concluso il suo discorso d’insediamento con l’invocazione “Dio sopra tutto”.

E’ un segnale eloquente di voler una rinascita morale. O forse è meglio sperare nei partiti? O nei tribunali? O nella scienza?

E’ perché dovrebbero essere solo i preti e i Vescovi a innalzare il Rosario? Non è forse una libera preghiera popolare?

Don Ennio Innocenti

Ritorna il 25 aprile

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apr 122019

Il 20  aprile del 1945 si ruppe anche l’ultimo fronte bellico italiano e il 25 successivo l’intero territorio della Patria fu occupato dall’esercito vincitore. La sua avanzata era cominciata due anni prima con lo sbarco in Sicilia. L’autorità italiana aveva dato via libera all’esercito invasore il 3 settembre 1945, ma avendo permesso alle forze tedesche di calare senza barriere in tutta la penisola, si costituì un fronte che divise l’Italia in due parti: una occupata dall’esercito americano coi suoi alleati, l’altra occupata dall’esercito tedesco col suo alleato d’una nuova improvvisata Repubblica Sociale Italiana, in progressiva ritirata. In ognuna delle due parti occupate dagli eserciti stranieri si formarono delle resistenze italiane male armate, costituite da volontari di ogni età, compresa un’età quasi puerile, come dimostrano le foto delle due parti.

Queste resistenze erano ambedue inefficaci ad impedire in qualche modo gli eserciti che si fronteggiavano e i loro capi commisero tragici errori che si tradussero in amarissime rappresaglie in ambedue le parti.

Nella parte meridionale la resistenza fascista, animata da una decina di formazioni e disorganizzata, durò solo un anno. Invece nella parte settentrionale la resistenza antifascista riuscì a coordinarsi ricevendo anche aiuti dall’esterno, sicché dopo un anno critico riprese vigore disturbando i Tedeschi che negli scontri coi partigiani persero circa duemila uomini. Purtroppo i partigiani uccisi furono più di 20 mila, senza contare i 15 mila civili uccisi per rappresaglia.

Completata l’occupazione del territorio italiano, gli Americani non permisero la sua spartizione tra i loro alleati come fecero in Germania. Però furono necessari due anni per ristabilire l’ordine pubblico. Nel frattempo fu realizzato il referendum che decise il 2 giugno il regime repubblicano: questa propriamente sarebbe la data della rinascita della nuova Italia.

Don Ennio Innocenti

apr 102019

In una tesi dottorale approvata dall’Università di Catania su Sant’ Ildegarda di Bingen (mistica tedesca del tempo di Federico Barbarossa), l’autore, Gabriele Russo, riferisce che la Santa ha contestato la vulgata della colpevolezza della nostra progenitrice; conseguenza di questa colpevolezza sarebbe stata la caduta dell’uomo, il peccato originale, che, secondo la tradizione biblica, viene descritto come ciò che ha diviso l’uomo da Dio.

Com’è noto, l’ispirato poema del Genesi riferisce che Dio, creata la coppia umana, dette loro la missione di avere figli, di custodire e lavorare il meraviglioso ambiente in cui si ritrovavano, conferendo loro il primato su tutte le altre creature. Dio, però, aggiunse alla coppia un monito: di non pretendere la scienza suprema di determinare loro ciò che è bene e ciò che è male, perché questa pretesa li avrebbe fatti decadere.

Il libro del Genesi però racconta che proprio Eva si lasciò affascinare da questa ambizione e fu proprio lei a violare per prima il monito divino trascinando anche il marito nel suo errore.

Non so quale argomento Sant’Ildegarda adducesse a discolpa di Eva. Io immagino che la Santa abbia sottolineato l’entusiasmo con cui Adamo scoprì Eva e che la sua naturale passione abbia indotto Eva a sopravalutare il suo desiderio e giudizio.

Tuttavia la lettera del Genesi non consente un’inversione del racconto biblico.

Può anche darsi che Sant’Ildegarda abbia fatto una trasposizione tra la condizione della donna nel suo tempo e quella del tempo primigenio dell’umanità.

Il fatto che Sant’Ildegarda sia tra le quattro donne proclamate “dottore della Chiesa” non cambia i termini della questione. Il motivo per cui riferisco questo quadro del paradiso terrestre è il seguente: né la santità personale, né l’eminenza speciale della dottrina del santo, lo rendono immune da errore nell’insegnare.

Questa immunità è promessa solo alla professione di fede della Chiesa sotto la garanzia del Capo, Pietro, a certe condizioni molto strette, sicché i pronunciamenti infallibili dello stesso Capo della Chiesa sono rarissimi.

Don Ennio Innocenti

apr 022019

Com’è noto il Luteranesimo fu imposto con la forza in Svezia, Norvegia e Danimarca con distruzione dell’intera memoria storica locale dei precedenti secoli cattolici.

Il Cattolicesimo iniziò a riprendersi a partire dal Seicento, ma procedette con lentezza. La regina Cristina di Svezia preferì lasciare la patria per celebrare la sua conversione cattolica a Roma.

La Norvegia restò a lungo assorbita dalla Svezia e soltanto all’inizio del Novecento si ristabilì un colloquio con la cultura cattolica per merito di alcuni grandi scrittori.

In Danimarca contatto vivo con la cultura cattolica è evidente nell’Ottocento. Nella sua capitale, Copenaghen, risiede il Vescovo cattolico che ha cura pastorale della più grande diocesi del mondo, allargandosi alle isole dell’estremo nord e alla Groenlandia.

I suoi diocesani cattolici provengono da Paesi di tradizione cattolica coi quali mantengono contatti. Egli, però, ha rivelato, recentemente, che ha accolto vari giovani di provenienza luterana.

Mi pare molto interessante sottolineare che il Vescovo ha informato che proprio questi giovani convertiti dal Luteranesimo preferiscono la liturgia della Messa secondo il rito romano antico, che è ordinariamente gradito sia nella capitale, Copenaghen, sia in altre località dell’ampia diocesi.

Il Vescovo ha organizzato vari pellegrinaggi di danesi cattolici a Roma e l’ultimo è avvenuto proprio durante il Sinodo dei giovani, in ottobre.

Don Ennio Innocenti

mar 292019

Questa valanga di preti omosessuali fa dimenticare che la storia del clero mostra molte benemerenze.

A cominciare proprio dai minori, salvati, educati e portati in cattedra. In Italia abbiamo decine di preti canonizzati per la loro efficace dedizione ai poveri di ogni specie; centinaia di loro opere pubbliche sono ancora sussistenti, anzi proprio nei nostri giorni quanti di loro sono sulla strada per intercettare i drammatici bisogni contemporanei? E quanti di loro hanno contribuito al progresso civile? Beda studiò le maree, Guido d’Arezzo ci dette le buone notazioni musicali, Ruggero Bacone insegnò sperimentalismo scientifico, Copernico capì i movimenti del sistema solare, Clavio preparò la riforma del calendario, Grimaldi capì la diffrazione della luce, Steenser è il padre della geologia e il nostro Angelo Secchi non è il fondatore della spettografia stellare e Mendel non è il fondatore della genetica? Le Maître non aprì nuovi scenari alla cosmologia? E chi ha rallegrato con lo Champagne?.

Inutili? I preti restano utili anche quando sono difettosi perché ricordano a loro spese, a loro vergogna, che il Vangelo è tra noi, che la vita umana ha fini che superano i nostri brevi giorni, che la giustizia è inevitabile.

Senza agricoltori la selva mangerebbe la società, senza sacerdoti i peccatori non avrebbero più speranza.

Don Ennio Innocenti

mar 292019

Vollero morto Gesù, non capirono Chi davvero avessero davanti. E’ vero che Gesù aveva finalmente svelato il suo mistero, ma essi non lo presero sul serio, pensarono che fosse un millantatore, un bestemmiatore.

E’ vero che Gesù aveva dato prove, anche pubbliche, di essere accreditato da Dio, ma i suoi nemici non le vagliarono, a causa delle loro disordinate pressioni personali e politiche. Erano accecati. Per fare un paragone: quelli di “Lotta Continua” sapevano che Luigi Calabresi non era nella stanza della tragedia di Pinelli, ma – come Sofri confessò poi in Tribunale – erano accecati: Calabresi doveva morire.

Così Gesù era già da tempo che doveva morire; poi ci fu pure uno dei suoi discepoli a dire loro che non ci credeva e che lo vendeva, perciò che c’era più da aspettare? Bastava non turbare l’ordine pubblico! Per giunta Gesù non contestò il loro modo di procedere…  Anche San Paolo lo riconosce espressamente: se i Sinedriti avessero capito che Gesù era davvero Dio, si sarebbero fermati. Del resto anche Gesù in Croce lo dichiara: “Non sanno quel che fanno”. Ma non erano certo innocenti, il loro accecamento era colpevole, perciò dovevano essere puniti tutti coloro che non avevano proceduto rettamente portando Gesù alla croce, cominciando da Giuda, ma non solo lui, parecchi furono colpevoli. Se poi si pentirono, lo sa solo Dio.

Don Ennio Innocenti

mar 292019

Il capitolo XV del Vangelo di Luca, posto al centro del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, costituisce il ‘cuore del terzo Vangelo’. Esso comprende tre parabole, generalmente dette “dell’amore misericordioso”, che, pur distinte, possono e debbono essere lette come un unico discorso parabolico: quella della pecora perduta, quella della dracma perduta e quella che una volta era definita comunemente “del figliol prodigo”.

Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme si svolge certo nello spazio, ma è anche un itinerario spirituale, di progressiva comprensione del mistero di Cristo da parte dei discepoli che lo seguono, ed è quello che forse esprime meglio la caratteristica più nota del Vangelo di Luca, che Dante ha definito “scriba mansuetudinis  Christi”, “scrittore della misericordia di Cristo”.

Il capitolo esordisce in questo modo: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ”Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Allora egli disse loro questa parabola”. Mentre nel precedente cap. XIV Gesù mangia con i farisei, qui mangia con i ‘peccatori’: farisei e scribi sono presenti, ma a distanza, indignati per il comportamento di Gesù.  La frequentazione da parte di Gesù di “pubblicani e peccatori” è quasi un leit-motiv dei Vangeli  e serve a chiarire meglio il senso della missione di Gesù. I pubblicani e i peccatori si avvicinano e ascoltano, i farisei e gli scribi, invece, mormorano contro Gesù. I primi ascoltano la Parola e spesso l’accolgono, i secondi non capiscono quel Rabbi che frequenta gente ai margini della società, mentre essi, che osservano scrupolosamente la Legge, si reputano “in regola” con Dio, e però sono chiusi, impermeabili alla Parola di Gesù.

Le tre parabole hanno un tema unico ed un unico filo conduttore: la perdita e il ritrovamento.

La prima narra la perdita di una pecora a causa del suo allontanamento dall’ovile, mentre la seconda ci presenta la perdita di una moneta dentro casa: in entrambi i casi, alla perdita seguono la ricerca, il ritrovamento, la gioia e la condivisione della gioia con gli amici.

La prima parabola, quindi, è figura dell’allontanamento da Dio mediante il distacco fisico, mediante l’abbandono della casa comune; la seconda parabola allude ad un’altra forma di allontanamento da Dio, che si realizza senza che all’esterno traspaia alcun distacco ma che, tuttavia, non è meno reale del primo e che, in più, induce nell’illusione di essere “a posto” di fronte a Dio. Queste due parabole, insieme all’esordio del capitolo che abbiamo sopra ricordato, ci forniscono allora la chiave di lettura della terza parabola, quella che possiamo chiamare ora “del figlio perduto e ritrovato”.

In questa terza parabola – che ha fornito il tema per tante opere d’arte (basti pensare a “L’abbraccio benedicente” di Rembrandt) ed è stata definita “un Vangelo nel Vangelo” e che è una delle più studiate ma tuttavia sempre in grado di offrire nuovi spunti di riflessione –  sono presenti  entrambe  le  categorie di  persone:  i  “peccatori” che si  allontanano dalla casa  del  Padre, rappresentati dal figlio più giovane,  e i “farisei”, rappresentati  dal fratello maggiore, che “mormora” contro il Padre,  a lui si ribella e non vuole più entrare nella sua casa.

Quella dei farisei è però una categoria perenne: infatti, quanti cristiani che non hanno abbandonato visibilmente la casa del Padre, la Chiesa, ritengono di essere “a posto” di fronte a Dio pur limitandosi a una adesione meramente formale alla dottrina, senza compiere l’ulteriore passo, quello decisivo, per trasformare questa adesione – pur fondamentale ed anzi indispensabile – in esperienza personale? Quanti, al contrario, piegano i precetti cristiani alle loro opzioni o situazioni personali e quindi in realtà ne prescindono, ritenendoli non più adeguati ai tempi, e tuttavia continuano a professarsi cristiani?

Il figlio più giovane ricorda anche Adamo, il quale, con la sua ribellione contro Dio, aspira a diventare come Dio, a rendersi autonomo da lui, senza rendersi conto che Dio è la sua radice, che tutto quello che egli è lo deve a Dio, che egli è in quanto partecipe dell’Essere di Dio.  Il figlio più giovane è preso dalla smania di svincolarsi dall’autorità paterna e non capisce che l’essere figlio non significa dipendenza bensì libertà, significa restare nella relazione d’amore che dà senso all’esistenza umana.  Egli quindi reclama la sua parte di eredità, come se il padre fosse già morto, perché per lui è veramente morto. Il padre gliela concede e lui se ne va “lontano”. Il distacco e la lontananza dal Padre, però, lungi dal portare ad una affermazione dell’uomo, non possono che portare al suo annullamento esistenziale, come dimostra il seguito della parabola: colui che era veramente libero, che aveva la libertà del figlio, adesso è un servo.

Il primogenito, a sua volta, simboleggia anche il popolo ebraico, il nostro “fratello maggiore”: egli però non ritiene di avere un fratello, che apostrofa sprezzantemente “tuo figlio” nel rivolgersi al padre, così come non pronuncia mai neanche la parola “padre”; ed infatti, nella Legge e nei Profeti mai gli Ebrei nelle loro preghiere si rivolgono a Dio chiamandolo “Padre”, e Gesù stesso li accusa di “non conoscere il Padre” (Gv. 8, 19): e vedremo che senza la conoscenza del Padre (e del suo figlio Gesù Cristo) ben difficilmente si arriva alla vita eterna. Il primogenito è totalmente chiuso, convinto che il non aver mai trasgredito un “comando” del padre lo faccia essere “in regola”, lo renda “giusto” e lo debba rendere unico. Egli ritiene ingiusto il comportamento del padre che ha accolto l’altro figlio e dalle sue parole traspare come anch’egli non comprenda la grazia dell’essere a casa in qualità di figlio, con il padre, e la libertà vera che da ciò ne consegue.  Il padre non limita i suoi diritti, dimostra verso di lui le stesse premure, lo stesso amore che ha dimostrato verso il figlio più giovane: si comporta da padre con entrambi, esattamente allo stesso modo: ma egli non se ne avvede, non ha stabilito col padre un rapporto autentico,  di amore filiale,  egli non ama un padre ma obbedisce a un padrone, e non solo ha snaturato il suo rapporto col padre, ma è sdegnato dell’amore del padre per il figlio più giovane, non accetta che il padre lo abbia accolto nella casa comune, pretende l’esclusività. Eppure, il padre gli ricorda: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”, usando le stesse parole con le quali Gesù descrive il suo rapporto con il Padre: “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” (Gv. 17,10).

La parabola può quindi essere chiamata a buon diritto “del padre misericordioso” in quanto la figura centrale è proprio quella del padre, il cui comportamento è il riflesso del comportamento di  Dio: un padre che aspetta sempre i figli, che è pronto ad accoglierli, che li sollecita ad entrare nella propria casa,  che li ama e che tuttavia non è da essi conosciuto e amato.  Essa costituisce il cuore della teologia di Luca: l’amore misericordioso del Padre verso il peccatore, la sua volontà di salvare tutti, purché corrispondano al suo amore. E anche noi siamo chiamati ad essere misericordiosi come lo è il Padre nostro (Lc. 6, 36).

Altra nota caratteristica e comune alle tre parabole è la gioia: il rallegrarsi per la pecora ritrovata, per la moneta ritrovata, per il figlio che torna non è solo una gioia interiore, ma ha bisogno di essere condivisa con gli altri, perché gli “altri” non sono “estranei”, con essi facciamo parte della stessa comunità, immagine della comunione dei Santi.

Entrambi i figli, dunque, peccano sostanzialmente dello stesso peccato: il disconoscimento del padre.  Nel  caso del  figlio  più giovane  – figura dei  “pubblicani” e dei  “peccatori”, di Adamo e quindi dell’umanità tutta – esso si manifesta mediante l’abbandono visibile della casa del Padre per seguire le lusinghe del mondo; nel caso del figlio primogenito – figura dei “farisei” e degli “scribi”, nonché spesso del popolo ebraico di allora – esso si manifesta mediante l’evidenza di un rapporto meramente legalistico e formale, mediante la negazione del legame fraterno, naturale conseguenza del disconoscimento del Padre.

Mentre il  figlio più giovane, dopo un lungo cammino di maturazione interiore, “rientra in se stesso” e  ritorna dal padre, e nell’incontro e nell’abbraccio del padre  riacquista la libertà del figlio ed è finalmente in grado di ricambiarne l’amore, il figlio primogenito, invece, resta chiuso in se stesso, non riesce a conoscere veramente la realtà – la verità –  del padre, che non vede come tale, e resta convinto del torto subito per avere il padre accolto nella sua casa l’altro figlio: e, privo della conoscenza e dell’amore per il padre, preferisce restare fuori della casa paterna, malgrado le insistenze del padre.

Rientrerà? La parabola resta aperta, e la storia pure.

Alessandro Barilà

mar 292019

Perché Gesù parlava con parabole?

I discepoli stessi posero tale domanda a Gesù, meravigliati che egli così si rivolgesse alle folle, alle quali non parlava “se non con parabole”, e ne hanno ricevuto una risposta quanto meno disorientante: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti, a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono” (Mt. 13, 11-13).

Ma allora le parabole servono a non far comprendere il messaggio di Gesù, che veniva riservato ad un ristretto numero di prescelti, ai quali soltanto egli spiegava il loro vero significato?

In realtà non è così, “poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere rivelato, e di segreto che non debba essere manifestato” (Mt. 10,26). Quindi, le parabole hanno la funzione di far comprendere, “a chi non è dato conoscere i misteri del regno dei cieli”, le verità rivelate da Cristo, ovviamente, però, secondo il grado di comprensione di ciascuno.  Esse hanno spesso più piani di lettura, non sempre agevolmente distinguibili: letterale, morale, spirituale, e non solo l’uno non esclude l’altro, ma tra di essi v’è una profonda interrelazione che si pone come garanzia contro il rischio di interpretazioni arbitrarie. Infatti, “rivelare” ha un doppio significato: sia quello di “svelare”, sia quello di “ri-velare”, quindi di coprire con un nuovo velo il senso profondo di ciò che si dice, che solo chi ha “orecchi” può “intendere”.

Gesù, che è la Luce che viene nel mondo, è come una lampada che non può essere messa sotto il moggio, bensì sopra di esso in modo che tutti possano vederla: e perciò Egli proclamerà  “cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”; tuttavia, egli aprirà la sua bocca con parabole, che spiega solo ai discepoli in privato, lontano dalle folle, in quanto  “a voi Dio ha concesso il segreto del Regno di Dio”, mentre a quelli che non sono discepoli (tòis  exo = qui foris sunt= quelli di fuori) “non è dato conoscere i misteri del Regno dei cieli”, e “ tutto è misterioso, affinché essi – come sta scritto –  guardino ma non vedano, ascoltino ma non comprendano, a meno che non si convertano e Dio perdoni loro” (Mc. 4,12).

La parabola, quindi, richiede di essere spiegata: è una luce, sì, ma minore rispetto al linguaggio diretto. Essa era un primo approccio, un invito di Gesù rivolto a tutti; chi rispondeva al suo invito e diveniva suo discepolo, chi accoglieva il suo messaggio, era poi ammesso alla spiegazione delle parabole e poteva avere accesso al mistero del Regno di Dio.  Quindi, c’è necessità di una previa risposta dell’uomo a Dio.

Da ciò consegue che le cose riguardanti i misteri del Regno di Dio non solo richiedono “una comunicazione proporzionata alla nostra natura, che è incapace di salire immediatamente verso le contemplazioni  spirituali e che necessita di graduali passaggi verso l’alto a lei consoni e naturali” (Dionigi, CH, II, 140 A), ma  anche che è cosa assai conveniente che la verità  “venga nascosta mediante enigmi misteriosi  e  sacri  e che sia resa inaccessibile ai più” (Dionigi, CH, II, 140 B) fino al momento in cui si possiederà la debita preparazione, in quanto  non bisogna dare le cose sante ai cani e gettare le perle ai porci (Mt. 13,11).

Secondo una bella immagine di Origene, la Sacra Scrittura è come un albero che si sviluppa in proporzione all’impegno e alla illuminazione dell’interprete. Bisogna allora evitare l’errore dei dottori della legge che,  essendo rimasti alla lettera, si sono condannati alla incomprensione del senso profondo, spirituale, delle Scritture, e quindi a non raggiungere la conoscenza  pur avendone la “chiave”, impedendo così anche agli altri di comprendere compiutamente il senso delle Scritture: “Guai a voi, dottori della legge, che avete portato via la chiave della conoscenza: non siete entrati voi e non lo avete permesso a quanti lo volevano” (Lc. 11, 52). Questa “chiave” sarà consegnata agli uomini da Gesù.

Cristo, infatti, è al contempo rivelatore e rivelato.  E come ai discepoli di Emmaus, alla spiegazione delle Scritture da parte di Gesù, il cuore ardeva, così avviene a chiunque colga –  Deo iuvante –  al di là del senso letterale e di quello morale,  il senso spirituale dei testi sacri.

“Il tempo di Gesù è il tempo della semina e del seme. Il Regno di Dio è presente come un seme. Solo con la propria morte il seme produce frutto; così, solo la morte di Gesù è la via per ottenere” la conversione. “Sulla croce le parabole vengono decifrate. Dice il Signore nei discorsi di addio: ‘Queste cose vi ho dette in similitudini [in linguaggio velato]; ma verrà l’ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre’ (Gv. 16,25). Le parabole quindi parlano in modo nascosto del mistero della croce… L’invito nascosto delle parabole è quello di credere in Gesù Cristo come al Regno di Dio in persona”. (J. Ratzinger-Benedetto XVI: “Gesù di Nazaret”).

Alessandro Barilà

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