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● DOCUMENTO ●


DISCORSO INTRODUTTIVO DI DON ENNIO INNOCENTI PREPARATO PER I PRESENTI AL CONCERTO IN CELEBRAZIONE DEL SUO 60° ANNO DI SACERDOZIO

Roma, 20 gennaio 2017 – Basilica di San Giovanni Battista dei Fiorentini

Gli amici che mi hanno sostenuto e confortato dalla mia adolescenza in questi 70 anni di studio e apostolato, hanno diritto di chiedermi, finalmente: a che punto siamo?

Essi sanno che la Provvidenza mi ha condotto a coltivare e diffondere la Parola, ministero cui la Scrittura Sacra attribuisce doppia ricompensa.

Effettivamente, mi sono occupato soprattutto di teologia, non per l’accademia (sebbene abbia anche insegnato), ma per la gente raggiungibile.

Quando cominciai la divina sequela, la Chiesa di Pio XII si ergeva in luminoso, attraente prestigio davanti ad un mondo umiliato e sconquassato ed io restai affascinato soprattutto dal tema ecclesiologico, nella luce dell’insegnamento prudente di Pio XII sul Corpo Mistico, sempre sotto l’ala dell’autentica tradizione tomista, impermeabile dall’influsso gesuitico molinista e trascendentalistico.

A Concilio aperto, io fui tra i primi a reagire all’influsso rahneriano in Ecclesiologia e anche in maturità fui il primo a rivendicare, contro derive temporalistiche e democratiche, l’ancoraggio gerarchico della comunione ecclesiologica cum Petro e sub Petro, focalizzando il significato teologico della Santa Sede.

Com’era ovvio, il mio studio teologico mi condusse alla valutazione dei Padri antichi, soprattutto di Dionigi Aeropagita e all’interpretazione moderna, non allegorica, della Sacra Scrittura, ricercando il supporto di scienziati laici e del contributo interpretativo di artisti. Ma un conto è la pittura ermeneutica, un altro è la teologia ermeneutica: la mia ermeneutica è restata immune da tutti i seguaci di Heidegger e di Freud.

Attento alle esigenze della gente, fin da quando ero vice-parroco qui, coltivai l’ecumenismo, ma con prospettiva missionaria, che continua ancor oggi mediante una serie di confronti dialogici con le principali religioni del mondo.

E, sempre in attenzione della gente, mi sono dedicato alla problematica matrimoniale e alle varie forme della spiritualità laicale, soprattutto quella destinata alla fermentazione sociale e politica, smascherando l’inganno della sovranità democratica e della oligarchica sovranità monetaria attualmente imperanti.

Ringrazio Dio d’avermi fatto l’onore di offrire la dimostrazione del filo continuo della gnosi spuria attraverso i secoli cristiani e anche quello di offrire personalmente la dimostrazione della vittoriosa libertà dell’avvocato cristiano nel diritto penale della Chiesa.

Spero, ormai, che Dio non ritardi la sua desiderata chiamata, affinché, nel suo abbraccio definitivo, possa ritrovare l’abbraccio di tutti coloro che mi hanno aiutato a salire l’altare, tra i quali l’affettuoso Padre Pio da Pietrelcina che mi conobbe personalmente e benedì il mio accesso al sacerdozio e tutti quelli che mi hanno protetto e sostenuto in questi decenni di apostolato librario.

Voglia Dio effondere sugli amici presenti le più elette grazie di luce e di consolazione. Voglia Dio far brillare, a vantaggio di tutti, l’eroico esempio di santità e di martirio cristiano dato dal Commissario Luigi Calabresi, di cui cominciai ad aver cura proprio quand’ero vice-parroco, in questa basilica, essendo anche assistente del Movimento Oasi, di Padre Virginio Rotondi, mio indimenticabile protettore e benefattore.

Assisteremo ora ad un dramma musicale in tre atti: la storia del Santo di Pietrelcina. L’opera è stata scritta, e sarà qui eseguita in prima assoluta, dal maestro Nicola Samale, che ha trasposto in musica l’atmosfera mistica, ultraterrena e talvolta anche drammatica che ha circondato nella sua vita il Santo.

La musica operistica, dopo i folgoranti successi dei secoli d’oro, ha subìto una involuzione, una sorta di sclerosi, tecnica ed artistica ad un tempo. Il pubblico, che accorreva in teatro per ammirare le prodezze dei cantanti, l’originalità del tessuto sonoro e la forza drammatica dell’intreccio, ha visto già nei primi anni del Novecento impallidire e svanire i parametri fondamentali del linguaggio lirico: il “bel canto”, la garbata e talora raffinata poetica del libretto, e non ultima, la qualità della musica, che aveva raccolto e decantato la grande tradizione del classicismo… erano letteralmente spariti, come inghiottiti dall’ansia del nuovo, oserei dire dalla cerebrale volontà di superare i traguardi precedenti, in trovate sempre più ardite, ma in una spirale che ha portato all’afasia, al silenzio.

Per questo suo lavoro, Nicola Samale ha ricercato un’ambientazione storica della musica, quasi fosse concepita in parallelo con la vita del protagonista. Da atmosfere post romantiche di fine Ottocento, passando attraverso l’impressionismo e l’espressionismo anni ’20, Samale arriva a figurazioni politonali e seriali, sino alla trasfigurazione finale. Egli tenta di resuscitare stilemi passati e di farli coabitare con ricerche più audaci e più attuali, al fine di recuperare il pubblico del melodramma, che ora si nutre delle grandezze passate, riproponendo Recitativi, Arie, Duetti e Scene d’assieme, vestite di musica intelligibile e spontanea, dove ognuno può riconoscere una forma, uno stile, gratificati dall’ispirazione.

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