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Qualche tempo addietro il Cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin, ha affermato:

  1. nei confronti della Cina dobbiamo adottare una visione teologica;
  2. entrambe le parti hanno mostrato segni di buona volontà;
  3. le prospettive sono promettenti.

Evidentemente la visione teologica è di Parolin, ai Cinesi è attribuita una buona volontà, si spera in un accordo.

Certamente Parolin mira a ottenere la possibilità di evangelizzare e io ritengo che i Cinesi se ne avvantaggerebbero.

Riflettiamo sugli inizi del Vangelo a Roma (primi tre secoli), sotto un Impero che trattò i cristiani con fasi alterne: spesso ritenne conveniente lasciare loro la libertà e poi, con Costantino, ritenne conveniente proteggere la Chiesa.

Certamente il Vangelo si apre in Cina varchi di penetrazione nella società, nel costume e nella cultura: è comprensibile che questo provochi frizioni imbarazzanti per i politici.

Leggendo lo storico della Chiesa dei primi tre secoli, Eusebio di Cesarea, apprendiamo che la prassi degli ecclesiastici suscitò nell’ambiente non cristiano ragionevoli sospetti e provocò decisioni politiche ostili.

Tuttavia l’essenziale per la Chiesa fu di trasmettere il Vangelo, realizzare una graduale osmosi tra la morale cristiana e le leggi romane, garantire il lealismo all’Autorità politica fino a che essa non si mettesse in contrasto con il Vangelo.

L’Autorità politica si ritenne abbastanza garantita dal crescente prestigio che i cristiani riconoscevano al Papa. Nello stesso tempo la Chiesa tollerò notevoli intromissioni dell’Autorità politica che dimostrava favore e tollerò anche non piccole subordinazioni nella sfera esteriore temporale, ma riuscì a stabilire il principio della distinzione nella collaborazione, tanto che l’Impero preferì poi diventare cristiano.

Don Ennio Innocenti

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