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Come è noto ai miei corrispondenti, nell’interpretare il Cantico dei Cantici, ora in quarta edizione, io mi sono staccato dall’ermeneutica tradizionale perché eccessivamente allegorica. Tuttavia l’allegoria è ben presente nella Sacra Scrittura, sia nell’Antico Patto che nel Nuovo, dove è utilizzata anche da Gesù e dagli Apostoli.

Senza allegoria non si potrebbero intendere le pagine del Genesi, né quelle mosaiche, per non dire di quelle dei profeti, sempre oscillanti fra allegoria e storia, storia passata e storia futura. I popoli antichi erano inclini alla poesia e alla allegoria, mentre la cultura contemporanea ne è quasi aliena. Eppure, proprio per la meditazione allegorica gli Ebrei ebbero qualche sentore che Dio non fosse solo nella creazione, che la donna fosse proprio uguale all’uomo e che uno speciale figlio di donna avrebbe riportato totale vittoria sul peccato.

Per la meditazione allegorica capirono che Abramo sarebbe diventato un padre universale, che Mosè annunciava loro in vario modo la presenza misteriosa del Redentore e che Davide gli attribuiva già un nome divino.

L’allegoria con la quale il profeta Daniele precisava loro il tempo messianico fu gelosamente intesa e trasmessa, sicché al tempo di Giovanni Battista e di Gesù era diffusa tra il popolo una fervida attesa.

Purtroppo la mentalità materialista diventa ottusa e cieca di fronte all’allegoria, come dovette constatare Gesù quando a Nicodemo parlava d’una seconda nascita o quando agli entusiasti Ebrei spiegava che il cibo per loro preparato andava inteso non in senso antropofago, ma in senso spirituale, e soprattutto quando avvertì i sacerdoti materialisti, colleghi di Caifa, che essi stavano verificando l’allegoria con cui Daniele aveva parlato dell’uccisione del Redentore.

Perciò anche oggi giova poco leggere la Sacra Scrittura quando non si è capaci di interpretare poeticamente e allegoricamente.

Don Ennio Innocenti

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