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Prima della fondazione di Roma erano insediati nella “Saturnia Tellus” vari popoli antichi. Nel Lazio la lingua, che fu qualificata poi latina, si ottenne per sovrapposizione con quella delle popolazioni agricole locali, sviluppandosi poi con altri influssi, specialmente greci.

Diventata l’Italia romana e latina, la Chiesa ne ereditò la lingua, confermandola come lingua dell’ecumene occidentale, con rispetto degli usi locali, specie orientali.

Completata l’evangelizzazione dei nuovi popoli di derivazione nordica e germanica (in Italia nel secolo IX, nel resto d’Europa nel secolo XI), il latino liturgico si staccò dal parlato quotidiano e questo produsse lentamente la propria letteratura (in Italia entro il ′300, altrove entro ′400-′500) e le proprie arti. Così l’Europa cristiana restò latineggiante nella classe alta fino al ′700-′800, ma poi il distacco dal latino, anche per influsso dell’anticlericalismo, fu così accentuato che già Rosmini auspicava una volgarizzazione pure liturgica.

Questa si compì lentamente nel ′900, prima con iniziative pastorali di base, poi con iniziative gerarchiche, limitate quelle del Concilio, illimitate quelle post-conciliari.

L’Europa ha mantenuto il frazionamento linguistico nazionale senza riuscire a darsi linguaggio omogeneo spontaneamente accettato, probabilmente perché anche le culture sono restate poco integrate. Solo la politica è la forma culturale comune, liberaldemocratica, ma prevalentemente d’importazione e soprattutto di molto parziale partecipazione, anche a causa dell’evidente fallimento dell’omogeneizzazione sociale ed economica, sicché le tentazioni di frammentare ulteriormente la comunità è in crescita.

Una rinascita cristiana sarebbe foriera d’una nuova solidarietà dei popoli europei e quindi di un’espressività più omogenea che, grazie ai “media”, potrebbe ottenere una felice accelerazione.

Don Ennio Innocenti

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