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Da molti anni leggo i libri di Massimo Borghesi, filosofo a Perugia, col quale sono spesso in sintonia: il libro che dà il titolo a questa nota, edito da Jaca Book, è un importante servizio reso all’attuale Pontefice.

Costui ha suscitato non solo favore, com’è noto, ma anche reazioni negative, perfino furibonde, giunte perfino all’accusa di malafede. Ebbene: questo libro dissipa ogni nebbia sulla buona fede, sulla sincerità pastorale e lo zelo di Papa Bergoglio; non si legge, tuttavia, senza avvertire frequenti, per non dire continue, riserve sulle dottrine e gli autori che Borghesi chiama in causa.

Non posso qui diffondermi in una accurata recensione: scrivo “currente calamo”, rievocando a memoria le impressioni ricevute durante una veloce lettura.

Cominciamo dalla formazione intellettuale avuta da Papa Bergoglio in ambiente gesuitico. Com’è noto, Sant’Ignazio fu sottoposto più volte a inchiesta. Cosa si aspettava da lui? Probabilmente ch’egli non avesse ben bilanciato, almeno in certe sue formule, la contemplazione e l’azione, il logos e la prassi. Per esempio, agisci come se tutto dipendesse da te, aspetta il risultato come se tutto dipendesse da Dio.

Forse questa ambivalenza non è estranea alla deviazione molinista (che suscitò una disputa molto seria), continuata in Suarez (che fu rimproverato dal Sant’Uffizio), ben conosciuto da Borghesi (che qui non fa alcun cenno del grave difetto proprio lui ha precisato). Questa fondamentale deviazione del tomismo espose i Gesuiti al filo cartesianesimo dal quale invano la loro Curia Generalizia tentò di ritrarli.

Immagino che Papa Bergoglio nel lamentare il falso tomismo ricevuto dalla scuola alludesse a questa tradizione.

Borghesi ha tutta l’aria di accreditare un filone ermeneutico favorevole al Cartesio “cattolico” che fu difeso da Del Noce (storico della filosofia, di cui Borghesi conosce l’iter non lineare, qui sottaciuto), filone che fu condannato sia in Malebranche sia in Gioberti (ambedue “irredenti”).

Fatto sta che il filone (concettualista) di Cartesio confluisce in Kant (insieme a quello empirista), il celebre innovatore del trascendentalismo (a cominciare dallo spazio – tempo per finire all’estetica).

Però Borghesi non dice nulla del probabile influsso che i Gesuiti ebbero nei seminari francesi nel recepire l’influsso del kantismo (e neppure del severo  –  e inutile richiamo che Leone XIII rivolse a quell’ambiente ). Fatto sta che i Gesuiti francesi, costretti ad emigrare in Inghilterra, rimasero in contatto con un famoso gesuita che a Lovanio si proponeva di conciliare tomismo e kantismo, Marechal. Tra questi simpatizzanti di Marechal ci sono De Lubac (che ebbe poi severe difficoltà dai suoi superiori), uno degli autori di riferimento di Bergoglio, e Fessard (che continua un diverso tentativo di conciliare cattolicesimo ed hegelismo ), altro autore di riferimento di Bergoglio (il quale tuttavia, prenderà le distanza sia da Kant sia da Hegel ); quello di Marechal, era anche l’orientamento di K. Rahner,filosofo che vantò d’ aver Heidegger (anche lui sotto ipoteca kantiana ed hegeliana ) come unico maestro, il cui discepolo Kasper ha riscosso l’ammirazione acritica di Bergoglio.

Anche Blondel era del gruppo in simpatia con Marechal, anch’egli in rapporto con De Lubac, autore di riferimento per vari filomodernisti.

Mi pare che Borghesi era ben attrezzato per ambientare meglio la cornice intellettuale in cui si formò Bergoglio, per tacere della successiva riserva che meritava Giussani e dell’acritica accettazione, sul piano teorico, del primato del bello sul vero, tra i trascendentali dell’essere.

Per concludere questa nota (una recensione vorrebbe altro), Papa Bergoglio esce “assolto” da questa biografia, ma il suo quadro di riferimento intellettuale è degno di molte riserve.

Don Ennio Innocenti

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