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Oggi nel vedere l’attivismo ecumenico del Card. Parolin se ne sopravvalutano la novità e le speranze.

Durante i pontificati di Pio IX e di Leone XIII le iniziative ecumeniche furono moltissime, ma i risultati scarsi.

Nel primo Novecento molti eccellenti laici russi si fecero sentire all’interno della Chiesa russa (Rozanov, Merezkoskj, Florenskij, Trubetzkoj, per non parlare di Flovovskij) ravvivando le questioni ecumeniche, anche se erano tutti dottrinalmente ambigui. L’interesse per il cattolicesimo crebbe (nel 1907 si contarono 170.000 conversioni al cattolicesimo) e un fermento rinnovatore attraversò le istituzioni ecclesiastiche russe, ma tutto fu bloccato dalla rivoluzione del 1917.

Di nuovo vari Latini si adoperarono per creare ponti (tra questi, Aurelio Palmieri e Achille Ratti, poi la rivista Irenikon, l’istituto S. Sergio, per citare solo alcuni), ma tra i Russi prevalevano i filoasiatici contro i latinisti.

I grandi russi Ivanov e Solviev riaccesero le speranze ecumeniche, ma intervenne la frenante enciclica Mortalium animus ( 1928 ).

Dopo la caduta del Muro di Berlino la semina di Paolo VI raccolse molti frutti di distensione con Giovanni Paolo II, ma Benedetto XVI dovette sperimentare varie delusioni.

L’attivismo odierno di Parolin è dunque in continuità, ma le difficoltà politiche (Putin) e giuridiche (i limiti posti dal Patriarcato ai cattolici) sovrastano il dialogo dottrinale, ecclesiale, spirituale. Solo la sconfinata pazienza di Parolin riesce ad alimentare il dialogo, ma ogni illusione è da escludere. Per noi che crediamo nella promessa della Madonna, sussiste la speranza.

Don Ennio Innocenti

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