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Se le autorità politiche della Cina non tenessero unita quella marea di gente loro sottoposta, non solo sarebbero tragicamente travolte e sepolte, ma l’anarchia conseguente l’eventuale loro fallimento destabilizzerebbe l’intero Oriente e le ondate migratorie diventerebbero catastrofiche per l’Eurasia; per mantenere l’unitaria compagine di quelle genti devono assicurare loro un tollerabile livello di vita (dunque, di lavoro, di commerci, di solidarietà); di qui la necessità per esse di rapporti globali e perciò umani e civili; tuttavia la loro impresa non può ignorare enormi difficoltà. Infatti si sentono militarmente contenute dal semicerchio dello strapotere marittimo degli USA, si sentono obbligate alla necessità di mantenere aperti mercati di esportazione e di fonti di approvvigionamento, si sentono anche sollecitate ad alimentare tra le loro genti una cultura che dia loro ragioni per la fatica di vivere.

Tuttavia i dirigenti cinesi per assicurare al loro Paese una potenza militare adeguata sono costretti a spese enormi, le relazioni socio-economiche li spingono a favorire equilibri, le inevitabili osmosi culturali suggeriscono loro di superare antichi paralizzanti conservatorismi spirituali come anche moderni angusti ideologismi illuministici.

Se da una parte le nuove “vie della seta” promettono fondate speranze, dall’altra gli inquietanti fermenti islamici – sia interni che esterni – alla Cina non prospettano alcunché di rassicurante.

E’ possibile invece che proprio la connessione euroasiatica, mentre favorisce il necessario sviluppo tecnologico, suggerisca anche il superamento dell’ideologismo illuministico materialistico col recupero del proprio “ordine celeste”, che più volte, nella storia cinese, aveva dimostrato disponibilità spontanee di saldatura con il seme cristiano.

Don Ennio Innocenti

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