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Finché l’uomo si è osservato all’interno del suo universo (il giro delle stelle e del sole, della luna e delle stagioni) ha potuto pensare d’essere prigioniero d’un ciclo eterno di cui non ha potuto capire la ragione, il senso.

Proprio la morte gli ha fatto sospettare che il ciclo naturale dell’eterno ritorno era insostenibile. Si convinse della possibilità di un al di là, ossia d’un mondo al di là di questo, immaginandolo anzitutto simile a questo, ma poi sospettando che non fosse neppure questo, ma poi sospettando che non fosse neppure immaginabile, né spaziale né temporale.

Questo sospetto cominciò ad aprirsi un varco in Persia (a metà strada tra Cina ed Egitto), poi, chiamato resurrezione, si diffuse in Palestina e, infine, Gesù chiarì: nell’altro mondo si è uomini, ma come angeli, non ci si sposa affatto, si vive come in un matrimonio, ma solo nel senso che ognuno realizza il dono perfetto di sé a Dio; ci sarà un mutamento tale che questo universo finisce, nel senso che ci sarà una creazione completamente diversa.

Così dal concetto della storia come ciclo dell’eterno ritorno, siamo passati a un concetto della storia come corsa volontaria ad un traguardo divino.

Però questo secondo concetto supponeva il mediatore, Gesù, in grado di far da ponte.

Molti hanno tolto Gesù e così il traguardo non è più divino, la corsa volontaria è affidata a mezzi solo umani, tecnologici, e tende alla manipolazione (tecnologica) dell’uomo, la corsa del progresso, che oggi fa affidamento alla manipolazione genetica. Si ricade così nel ciclo dell’eterno ritorno, in cui ci si deve rassegnare al non senso, a non capire il perché dell’esistere, della fatica della storia.

Don Ennio Innocenti

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