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Quando, quattordicenne, ebbi attrazione per il sacerdozio, ebbi occasione di visitare la Certosa di Farneta presso Lucca, dove fui accolto con massima benevolenza ottenendovi ospitalità per una settimana, quasi coccolato dal Priore e dal Vice Priore.

Seppi così che la Certosa era stata fondata da un nobile lucchese, parente del primo discepolo certosino, morto prigioniero d’un antipapa filo imperiale nel 1100 presso il monte Soratte.

Seppi anche che il fondatore dell’ordine, San Bruno, era morto l’anno dopo, 1101, nella Certosa Calabrese fondata con l’aiuto del principe normanno liberatore del meridione oppresso dai saraceni. Perciò questa estate fui felice di accettare la proposta, d’un buon parroco dell’alta costa di Catanzaro, di visitare la Certosa di San Bruno, ancora una volta benevolmente accolto.

Mentre pregavo nella chiesa della Certosa rievocai i tempi turbinosi  della fondazione dell’ordine, la lettera di San Bruno in cui scriveva d’attendere la visita desiderata del Cristo che bussasse alla porta; rievocai gli affreschi della Certosa di Lucca, dove si rifugiarono i certosini, cacciati dai massoni francesi ai primi del Novecento, e infine rievocai la drammatica premonizione del superiore certosino di Lucca nel 1944, pochi giorni prima che i certosini fossero tutti massacrati dai tedeschi per aver violato la legge in nome della carità.

Adesso la Certosa è abitata da pochissimi monaci, forse in attesa d’una nuova apocalisse oppure in attesa d’una rinascita spirituale del meridione e dell’intero popolo cristiano.

Sono passati mille anni dai tempi di San Bruno, ma siamo ancora alla vigilia di tempi non meno turbinosi, persecutori, sofferenti per la Chiesa e l’intera umanità. Tutte le glorie del celebre ordine certosino sembrano sparire nell’oblio, vocazioni non se ne presentano più, l’ideale contemplativo è oscurato dal primato della prassi.

La visita nella Certosa calabrese mi avrebbe fatto male senza la consapevolezza di poter godere d’una Certosa personale, in casa mia, anch’io in attesa che Gesù bussi alla porta, perché sono pronto a partire con lui.

Don Ennio Innocenti

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