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Com’è noto alcuni apostoli di Gesù erano sposati, però Gesù stesso aprì la porta al possibile celibato “per il Regno”, per l’apostolato.

Paolo sperimentò che gli ordinati al sacerdozio avevano dei problemi derivanti dal matrimonio. Nei secoli seguenti la Chiesa Orientale ammise due discipline: pretese che i vescovi fossero senza moglie, ma concesse che i sacerdoti ordinari mantenessero la moglie che avevano sposato (e solo quella).

La Chiesa latina sperimentò le due discipline, ma poi preferì orientarsi per una sola e volle l’impegno a non sposarsi per i candidati al sacerdozio.

Come è ovvio questo impegno creò difficoltà, che tuttavia furono ritenute sopportabili. Esso fu ribadito nel Concilio Vaticano II, nell’enciclica di Paolo VI Sacerdotalis celibatus e nel Sinodo dei Vescovi del 1971.

Vent’anni dopo la questione si riaprì in base all’esigenza primaria di assicurare i sacramenti ai fedeli e anche per la insistente richiesta di preti che, pur avendo violato l’impegno, volevano riprendere il ministero.

Si valutò così di ordinare delle persone sposate particolarmente affidabili dove mancassero sacerdoti, ipotesi da me caldeggiata, che però non ha trovato sufficiente consenso.

Quanto ai sacerdoti dimessi da ministero col consenso dell’Autorità perché non sostenevano l’impegno preso, si pensò in casi eccezionali di riammetterli con speciali cautele.

Spesso la gente mi chiede la mia opinione sull’opportunità di abolire il celibato dei preti e io rispondo:

1)   ci sarebbero gravi problemi anche con l’abolizione

2)   abbiamo duemila anni e abbiamo già tentato varie modalità per garantire al meglio il ministero sacerdotale e, tutto sommato, non abbiamo trovato di meglio che il celibato volontario, consapevole e consacrato.

Don Ennio Innocenti

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