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Si esalta il Concilio Vaticano II perché fu prevalentemente pastorale, ma, in realtà, anche i due precedenti Concili furono pastorali: in più, ebbero straordinari meriti dottrinali. Il Concilio Tridentino (1545-1563) ebbe meravigliosi effetti pastorali non solo inchiodando i Vescovi alla cura delle diocesi e alla formazione del clero, non solo riformando la liturgia e l’intera vita dei monasteri e dei religiosi, non solo rilanciando l’apostolato laicale e missionario, ma anche aprendo vie nuove al diritto e alla spiritualità; ebbe in più l’incomparabile merito dottrinale di aver ristabilito l’equilibrio nell’interpretazione della Sacra Scrittura e soprattutto nella valutazione dell’antropologia (respingendo il pessimismo protestante e focalizzando i sacramenti).

Anche il Concilio Vaticano I (1869-1870) era preparato alla pastorale aggiornata (dall’ecumenismo alla morale), ma fu impedito a trattarne dalla guerra italo-franco-tedesca, pur avendo avuto l’incomparabile merito di condannare l’ateismo moderno e post-kantiano e di fondare la teologia della fede e della Chiesa.

Quanto al Concilio Vaticano II, ebbe sì il merito di dare direttive pastorali in vari campi (sebbene in alcuni di questi campi le buone intenzioni che avevano fatto convergere consensi unanimi tra i Padri risultassero poi ambigue), ma quanto alla dottrina il Concilio si limitò ad alcune precisazioni ecclesiologiche, sottolineando che il resto della dottrina restava invariata. Purtroppo il Vaticano II evitò il confronto con le nuove tendenze della cultura moderna, sicché la Chiesa giunse alla soglia della rivoluzione culturale del 1968 piuttosto disarmata.

Don Ennio Innocenti

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