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Quand’ero studente m’imbattei in questa sentenza di Martin Lutero: “E’ la Messa che occorre demolire per colpire al cuore la Chiesa Cattolica”.

Io mi domandavo allora: possibile che questo sacerdote (Lutero) non sapesse che al cuore della Chiesa c’é Gesù, ripresentato (presente e velato) nella Messa?

Solo con gli anni capii ciò che forse intendeva Lutero: egli vedeva la Chiesa come la roccaforte dell’empietà con la sua liturgia il cui vertice è la Messa.

La liturgia della Messa, cioè, gli appariva empia perché implicava una valutazione positiva della natura, specialmente nell’offertorio, e anche nel richiamo al culto abramitico e pagano dopo la consacrazione

Egli riteneva che il peccato avesse corrotto tutto e perciò la salvezza religiosa poteva venire solo da Dio, senza che l’uomo potesse collaborale con niente di suo.

Questo problema, infatti, fu il punto fondamentale del Concilio Tridentino, convocato per trovare un accordo, ma risoltosi in condanna della tesi centrale del protestantesimo, il pessimismo luterano, l’assoluta impotenza dell’uomo, dopo il peccato, di conoscere e servire liberamente Dio.

Infatti, per la Chiesa, anche dopo il peccato, la natura creata da Dio resta buona, anche se indebolita, l’intelligenza è capace di verità, la volontà è capace di libertà, perciò l’uomo è capace di collaborazione e questo giustifica sia la benevolenza (= il merito) sia la condanna (= il demerito).

Invece, per Lutero, Dio ha ormai orrore di ciò che noi possiamo offrire, la nostra salvezza è solo passiva da parte nostra, è del tutto opera divina, noi possiamo solo aver fiducia e perciò dobbiamo presentarci assolutamente nudi.

Per questo il luteranesimo avversa anche la nostra tradizione umanistica (Dante, San Tommaso d’Aquino…) che si radica nella Patristica e, alla fine, nel compiacimento di Gesù per la stima dimostrata verso lui dal comandante romano della piazza di Cafarnao, le cui parole noi abbiamo assunto nella Messa.

Don Ennio Innocenti      

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