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La tradizione ci consegna Dio come Logos e l’uomo come parola: Dio comunicando sé rende l’uomo comunicante sé. La parola dell’uomo è mimica del volto (“incipe parve puer risu cognoscere matrem”, come ricorda Virgilio), è tono (musica) di voce, lampo dello sguardo, pudore del corpo, andatura del passo, indicazione della mano… e anche: parola scritta e detta… e anche: immagine, che comunque artefatta, sempre è comunicazione di sé.

Per questo la parola è rischiosa, in quanto sottoposta ad ermeneutica altrui. Inoltre la grandezza del suo contenuto (il sé!) la svela come parziale, non adeguata umanamente al contenuto (il sé è troppo ricco, essendo aperto all’infinito). Essa implica coraggio di esporsi, pazienza nel riproporsi, sforzo di adeguamento.

Essa impegna intelligenza e raziocinio, sentimento e fantasia, una grande spesa di doti native ed acquisite (si pensi all’arte della lettura).

La parola esprime la storia di chi la “pronuncia” (cominciando dalla storia del patrimonio genetico, che è già sociale) e anche del contesto del soggetto (cominciando dal clima geografico), contesto che ha contribuito allo sviluppo del soggetto.

Don Ennio Innocenti

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