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Gesù, volendo sancire un nuovo patto di comunione tra Dio e l’uomo, ha istituito un nuovo rito utilizzando semplicissime parole e semplicissimi simboli a tutti intellegibili e, infatti, a tutti destinati.

Era impossibile che i popoli non filtrassero parole e simboli nella loro cultura e lingua. Così, fin dal primo secolo, gli Apostoli si staccarono dall’ebraico e adottarono le lingue dei popoli del Sud e dell’Est e anche del Nord. Per questo noi abbiamo ereditato l’evocazione del sacrificio di Gesù in latino. In epoca moderna il problema dell’adattamento si pose per i Cinesi, sicché il Pontefice Pio XII autorizzò la traduzione della lingua latina in cinese.

Quando, però, da noi, abituati al latino, si tradussero i testi della liturgia in italiano, molti subirono l’evento come un trauma spirituale.

Senza dubbio il sacrificio della musica legata al testo latino fu inizialmente doloroso, ma la diffusa lamentela che la lingua “volgare” avesse imbarbarito la liturgia era esagerata.

In realtà molto dipende dal modo di pronunciare la lingua italiana, la quale è bella, musicale, ha una struttura che consente un certo ritmo, una sonorità gentile, adatta per ogni tipo di genere letterario, anche poetico. Persone rozze o non adeguatamente educate avrebbero avvilito anche il latino e certo le stesse imbarbariscono anche l’italiano.

La causa del difetto non è nella lingua bensì nello spirito di chi pronuncia la lingua, anzitutto nella consapevolezza dei significati, ma anche nella sensibilità con cui si intende trasmetter (a chi … dove … quando …).

Don Ennio Innocenti

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