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Il proclamato erede della spiritualità di don Divo Barsotti, Serafino Tognetti, ha setacciato tutte le parole e i comportamenti del Commissario Luigi Calabresi, traendone le prove luminose dell’esercizio eroico delle virtù teologali e cardinali: quanto basta per dimostrare la fondatezza del giudizio espresso da San Giovanni Paolo II: fedele testimone del Vangelo.

E’ necessario porre ormai la domanda: perché fu ucciso Luigi Calabresi?

La risposta è pronta; lui stesso, infatti, prevedendo il suo vile assassinio, disse: “Non mi uccidono perché abbia commesso qualcosa di male e questo loro lo sanno bene. Purtroppo nel mio piccolo rappresento ai loro occhi lo Stato e vogliono colpire lo Stato”.

Ora è vero che agli occhi degli infatuati assassini lo Stato era fazioso, ma Calabresi aveva iniziato e seguito fedelmente il servizio allo Stato come tutore del Bene Comune, proprio come la Santa Chiesa lo aveva istruito, consistendo proprio in questo l’Autorità dello Stato per diritto naturale, sicché San Tommaso non esita a qualificare come empio, antidivino, il conato di sovvertire lo Stato.

La coscienza di Calabresi era pura in questo servizio, fidente in Dio, disarmato, privo volutamente di qualunque tutela, armato solo della sua cravatta bianca, consapevole simbolo della sua coscienza, pura anche nel servizio allo Stato.

Tardivi furono il riconoscimento del mandante (“eravamo infatuati”, ammise in giudizio), il pentimento di chi premette il grilletto e quello dell’autista del “gruppo di fuoco”, che raccontò in un libro il suo conseguente tormento di coscienza.

La verità fissata da San Tommaso prevalse. Luigi Calabresi è Martire.

Don Ennio Innocenti

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