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Per capire la religione romana non bisogna badare ai culti importati da fuori (come il sanguinoso mitraismo, il mito dionisiaco o quello di Iside) bensì a quello tradizionale, il cui significato essenziale è ben riassunto da Cicerone, 50 anni prima di Cristo.

Cicerone crede nel Dio Altissimo, nell’immortalità dell’uomo libero e responsabile, nella legge naturale scritta nel cuore di ognuno, nel rispetto del prossimo e nell’amicizia civica.

Questo era il senso della religione romana tradizionale, che, confrontandosi col Vangelo universalistico di Gesù e col suo semplicissimo rito di acqua, pane e vino, ha superato i pregiudizi e l’ha accettato.

Inoltre l’Impero aveva gravi problemi di governo interno (le guerre sociali non le avevano risolti) e anche esterno (varie etnie, non solo quella ebraica, erano indocili), mentre il cristianesimo appariva funzionale alle esigenze di governo (carità per i poveri e senso religioso dell’autorità in armonia con la legge naturale), offrendo anche una selezione di cristiani eminenti per cultura e senso civico che era utilizzabile.

L’Impero si persuase che gli era più conveniente adottare il cristianesimo ormai radicatosi nelle città che proteggere culti divisivi provenienti dall’Oriente; per questo Costantino varò il primo tempio cristiano all’interno della cinta urbana e regalò il palazzo imperiale, ereditato da sua moglie Fausta, al Vescovo di Roma, il quale vi convocò subito il primo Sinodo dei Vescovi del Lazio. Il dado era tratto.

Don Ennio Innocenti

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