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Com’è noto, conclusa la conquista piemontese dell’Italia, i brogli elettorali della prima dirigenza pseudodemocratica italiana determinarono il Papa a dissuadere i cattolici di partecipare ad ulteriori elezioni; tuttavia, 40 anni dopo, con l’apparizione dei grandi scioperi socialisti del primo Novecento, il Papa consentì che dei cattolici fossero eletti nelle liste liberali.  In quello schieramento i cattolici votarono a favore della guerra in Libia e perfino a favore della prima guerra mondiale.

Dopo la guerra molti cattolici vollero tentare di partecipare alla democrazia liberale in una formazione politica aconfessionale, guidata da un sacerdote, Sturzo: il partito popolare italiano. Questo partito alle elezioni del 1922 non riuscì a primeggiare, rassegnandosi a collaborare con Mussolini, che poi vinse nettamente le elezioni del 1924. Poiché Mussolini si dichiarò anti illuminista e favorevole a un concordato con la Santa Sede, Sturzo fu consigliato di andarsene via dall’Italia mentre il suo segretario, De Gasperi, veniva impiegato alla Biblioteca Vaticana.

Finita la guerra proprio De Gasperi fondò il partito (detto “dei cattolici”), che si alleò coi liberali, perdendo così progressivamente consenso e passando prima all’alleanza coi socialisti (con il cedimento sul divorzio e sull’aborto) e poi coi comunisti, con la conseguente uccisione del suo ultimo capo, Aldo Moro. A questo punto il partito democristiano fu sommerso dalla corruzione e alcuni suoi esponenti tentarono allora di inserirsi in una nuova formazione di “progressisti”, in maggioranza già comunisti, che ottennero la Presidenza della Repubblica (Napolitano) senza, però, a avere il consenso per il governo messo in opera, con conseguente auto dissoluzione.

Così a distanza di un secolo dal primo loro inserimento nella democrazia liberale, i cattolici italiani hanno dimostrato la loro incapacità di raddrizzare il sistema e ricondurlo alle leggi naturali (di per sé armoniche con la legge evangelica).

Don Ennio Innocenti

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