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Il simbolo di questa famosa rivoluzione è rappresentato da Robespierre, un giovane avvocato di provincia uscito da un collegio gesuitico, che  prese a cuore la rivendicazione dei diritti democratici per tutti, opponendosi anche alla pena di morte; però, quando si accorse che la classe alta stava per riprendere in mano le redini del potere, impose una stagione di terrore scatenando i sanculotti (cioè i poveri delle città e delle campagne) e mandando a morte migliaia di oppositori; pose, così, fine all’anarchia, ma anche alla democrazia.

Alla sua caduta segue l’inizio della repubblica dei proprietari, cui segue presto Napoleone. I proprietari restano al potere fino alla caduta di Napoleone III: dopo di lui c’è una fiammata degli eredi dei sanculotti, i comunisti che instaurano la breve stagione de “La Comune”, che Teofilo Gautier chiamava la stagione delle belve, con l’assassinio di centinaia di religiosi; Emile Zola ne parlò come di un “bisogno di sangue”, mentre George Sand definì quest’ultima fase della rivoluzione “i saturnali della follia”.  Flaubert avrebbe voluto una punizione proporzionata per queste migliaia di fanatici, ma ci si contentò di allontanarli.

Tutto questo scombussolamento non sarebbe stato affatto necessario, sentenziò Alexis de Tocqueville, per arrivare alla democrazia liberal borghese dell’Ottocento, come fu evidente in Inghilterra.

Del resto, anche la rivoluzione di Lenin a che cosa ha approdato? Abbiamo sotto gli occhi l’attuale oligarchia russa.

I rivoluzionari sono in genere persone frettolose, che non si rendono conto del tenace tessuto degli intrecci sociali storici.

Don Ennio Innocenti

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