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Molti baroni della cultura annientano Dio con la cortina fumogena dell’indeterminato, che degrada dialetticamente nel determinato per rifluire nell’indeterminato, ma capta anche il provocatore che, brutalmente, insinua, apertis verbis, che Dio ha bisogno del diavolo. A costui non basta che ricordiamo il catechismo di prima comunione (il quale scandisce che l’Essere Perfettissimo ha tutte le perfezioni senza difetto e senza limite, essendo proprio lui la perfezione di tutte le perfezioni): occorre che gli ricordiamo l’impreteribile ordine dell’essere.

Tutto è tranquillo infatti, quando apprendiamo che Dio esprime tutto sé, senza residui, nel suo Verbo, Dio da Dio e luce da luce: in quel dono reciproco, in quell’abbraccio unitario, “c’è festa in cielo”, per dirla con Gesù. Benché un dono così totale e radicale adombri già in noi l’idea d’un sacrificio. Ma diciamo pure con Gesù che c’è festa in cielo!

Le cose però si complicano se Dio voglia esprimersi oltre se stesso, perché in tal caso… necessariamente si limita nel suo darsi, in quanto qualunque essere creato è partecipato in misura necessariamente limitata, è sospeso sul niente.

Vero è che qualunque essere creato riflette l’infinito tanto che anche del più modesto è impossibile una conoscenza esaustiva, ma ogni essere è sempre un infinito radicalmente imperfetto che, pur indicando alla nostra scienza una via verso il Perfetto Infinito, quasi si direbbe volto al negativo, precipitante verso il nulla.

Noi siamo aperti all’infinito, a tutti i mondi, e ognuno li moltiplica in sé all’indefinito e tutti noi siamo più grandi di essi, trascendendoli, ma siamo pur sempre precari.

Più in alto si sale, più il piede è sull’abisso. Sperimentiamo tutti i giorni la fragilità dell’essere, del nostro essere. Ogni giorno è un dono e non è per nulla scontato il domani.

Ci sono persone, pur dottissime, che non valutano questa precarietà radicale dell’essere, e si prodigano oltre il dovuto nel lavoro, ma – ecco – ce li troviamo morti all’improvviso, quasi duro monito per i nostri giorni.

E anche se si ammette, come Dionigi, che tutti gli esseri, con tutte le loro perfezioni sono interconnessi, gerarchicamente e ordinatamente tra loro, anche allora si tratta sempre di un universo il cui atto d’essere è donato, sospeso sul non essere.

Si può immaginare un essere perfetto quanto si vuole, ma essendo esso creato è dipendente nell’essere ed è ordinato nell’universo degli esseri: se questo essere volesse andare contro l’ordine dell’essere è inevitabile che sperimenti – come dire? – la sua tragedia, il suo disastro, la contraddizione contro tutto e contro se stesso; una vertigine negativa.

Quest’essere (lo si chiami pure “diavolo”) non può affatto disporre del proprio esistere, non può neppure annullarsi, perché non è lui la fonte del suo essere così meravigliosamente dotato: egli deve servire all’ordine degli esseri, servirà comunque, suo malgrado, qualunque cosa voglia; il vero infinito perfettamente autosufficiente lo sovrasta.

Cosa si deve rispondere, dunque, al provocatore insinuante che Dio ha bisogno del diavolo? Viene in mente l’amaro sdegno di Gesù quando lo si offese brutalmente insinuando che egli fosse in combutta col diavolo!

Ma neppure col suo sdegno Gesù riuscì a scuotere e a far tornare in sé i suoi interlocutori, schiavi dei loro pregiudizi.

Infatti nulla il diavolo potrebbe in noi se noi non offrissimo, complici, spazi d’ambiguità, essendo non puri amici della verità; ma una volta che offriamo colpevolmente ospitalità all’errore, alla menzogna, allora apriamo la porta allo schiavista che ci allaccia nella sua disperata ribellione, nel suo disastroso pregiudizio.

Don Ennio Innocenti

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