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Perché Gesù parlava con parabole?

I discepoli stessi posero tale domanda a Gesù, meravigliati che egli così si rivolgesse alle folle, alle quali non parlava “se non con parabole”, e ne hanno ricevuto una risposta quanto meno disorientante: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti, a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono” (Mt. 13, 11-13).

Ma allora le parabole servono a non far comprendere il messaggio di Gesù, che veniva riservato ad un ristretto numero di prescelti, ai quali soltanto egli spiegava il loro vero significato?

In realtà non è così, “poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere rivelato, e di segreto che non debba essere manifestato” (Mt. 10,26). Quindi, le parabole hanno la funzione di far comprendere, “a chi non è dato conoscere i misteri del regno dei cieli”, le verità rivelate da Cristo, ovviamente, però, secondo il grado di comprensione di ciascuno.  Esse hanno spesso più piani di lettura, non sempre agevolmente distinguibili: letterale, morale, spirituale, e non solo l’uno non esclude l’altro, ma tra di essi v’è una profonda interrelazione che si pone come garanzia contro il rischio di interpretazioni arbitrarie. Infatti, “rivelare” ha un doppio significato: sia quello di “svelare”, sia quello di “ri-velare”, quindi di coprire con un nuovo velo il senso profondo di ciò che si dice, che solo chi ha “orecchi” può “intendere”.

Gesù, che è la Luce che viene nel mondo, è come una lampada che non può essere messa sotto il moggio, bensì sopra di esso in modo che tutti possano vederla: e perciò Egli proclamerà  “cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”; tuttavia, egli aprirà la sua bocca con parabole, che spiega solo ai discepoli in privato, lontano dalle folle, in quanto  “a voi Dio ha concesso il segreto del Regno di Dio”, mentre a quelli che non sono discepoli (tòis  exo = qui foris sunt= quelli di fuori) “non è dato conoscere i misteri del Regno dei cieli”, e “ tutto è misterioso, affinché essi – come sta scritto –  guardino ma non vedano, ascoltino ma non comprendano, a meno che non si convertano e Dio perdoni loro” (Mc. 4,12).

La parabola, quindi, richiede di essere spiegata: è una luce, sì, ma minore rispetto al linguaggio diretto. Essa era un primo approccio, un invito di Gesù rivolto a tutti; chi rispondeva al suo invito e diveniva suo discepolo, chi accoglieva il suo messaggio, era poi ammesso alla spiegazione delle parabole e poteva avere accesso al mistero del Regno di Dio.  Quindi, c’è necessità di una previa risposta dell’uomo a Dio.

Da ciò consegue che le cose riguardanti i misteri del Regno di Dio non solo richiedono “una comunicazione proporzionata alla nostra natura, che è incapace di salire immediatamente verso le contemplazioni  spirituali e che necessita di graduali passaggi verso l’alto a lei consoni e naturali” (Dionigi, CH, II, 140 A), ma  anche che è cosa assai conveniente che la verità  “venga nascosta mediante enigmi misteriosi  e  sacri  e che sia resa inaccessibile ai più” (Dionigi, CH, II, 140 B) fino al momento in cui si possiederà la debita preparazione, in quanto  non bisogna dare le cose sante ai cani e gettare le perle ai porci (Mt. 13,11).

Secondo una bella immagine di Origene, la Sacra Scrittura è come un albero che si sviluppa in proporzione all’impegno e alla illuminazione dell’interprete. Bisogna allora evitare l’errore dei dottori della legge che,  essendo rimasti alla lettera, si sono condannati alla incomprensione del senso profondo, spirituale, delle Scritture, e quindi a non raggiungere la conoscenza  pur avendone la “chiave”, impedendo così anche agli altri di comprendere compiutamente il senso delle Scritture: “Guai a voi, dottori della legge, che avete portato via la chiave della conoscenza: non siete entrati voi e non lo avete permesso a quanti lo volevano” (Lc. 11, 52). Questa “chiave” sarà consegnata agli uomini da Gesù.

Cristo, infatti, è al contempo rivelatore e rivelato.  E come ai discepoli di Emmaus, alla spiegazione delle Scritture da parte di Gesù, il cuore ardeva, così avviene a chiunque colga –  Deo iuvante –  al di là del senso letterale e di quello morale,  il senso spirituale dei testi sacri.

“Il tempo di Gesù è il tempo della semina e del seme. Il Regno di Dio è presente come un seme. Solo con la propria morte il seme produce frutto; così, solo la morte di Gesù è la via per ottenere” la conversione. “Sulla croce le parabole vengono decifrate. Dice il Signore nei discorsi di addio: ‘Queste cose vi ho dette in similitudini [in linguaggio velato]; ma verrà l’ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre’ (Gv. 16,25). Le parabole quindi parlano in modo nascosto del mistero della croce… L’invito nascosto delle parabole è quello di credere in Gesù Cristo come al Regno di Dio in persona”. (J. Ratzinger-Benedetto XVI: “Gesù di Nazaret”).

Alessandro Barilà

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