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Il capitolo XV del Vangelo di Luca, posto al centro del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, costituisce il ‘cuore del terzo Vangelo’. Esso comprende tre parabole, generalmente dette “dell’amore misericordioso”, che, pur distinte, possono e debbono essere lette come un unico discorso parabolico: quella della pecora perduta, quella della dracma perduta e quella che una volta era definita comunemente “del figliol prodigo”.

Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme si svolge certo nello spazio, ma è anche un itinerario spirituale, di progressiva comprensione del mistero di Cristo da parte dei discepoli che lo seguono, ed è quello che forse esprime meglio la caratteristica più nota del Vangelo di Luca, che Dante ha definito “scriba mansuetudinis  Christi”, “scrittore della misericordia di Cristo”.

Il capitolo esordisce in questo modo: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ”Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Allora egli disse loro questa parabola”. Mentre nel precedente cap. XIV Gesù mangia con i farisei, qui mangia con i ‘peccatori’: farisei e scribi sono presenti, ma a distanza, indignati per il comportamento di Gesù.  La frequentazione da parte di Gesù di “pubblicani e peccatori” è quasi un leit-motiv dei Vangeli  e serve a chiarire meglio il senso della missione di Gesù. I pubblicani e i peccatori si avvicinano e ascoltano, i farisei e gli scribi, invece, mormorano contro Gesù. I primi ascoltano la Parola e spesso l’accolgono, i secondi non capiscono quel Rabbi che frequenta gente ai margini della società, mentre essi, che osservano scrupolosamente la Legge, si reputano “in regola” con Dio, e però sono chiusi, impermeabili alla Parola di Gesù.

Le tre parabole hanno un tema unico ed un unico filo conduttore: la perdita e il ritrovamento.

La prima narra la perdita di una pecora a causa del suo allontanamento dall’ovile, mentre la seconda ci presenta la perdita di una moneta dentro casa: in entrambi i casi, alla perdita seguono la ricerca, il ritrovamento, la gioia e la condivisione della gioia con gli amici.

La prima parabola, quindi, è figura dell’allontanamento da Dio mediante il distacco fisico, mediante l’abbandono della casa comune; la seconda parabola allude ad un’altra forma di allontanamento da Dio, che si realizza senza che all’esterno traspaia alcun distacco ma che, tuttavia, non è meno reale del primo e che, in più, induce nell’illusione di essere “a posto” di fronte a Dio. Queste due parabole, insieme all’esordio del capitolo che abbiamo sopra ricordato, ci forniscono allora la chiave di lettura della terza parabola, quella che possiamo chiamare ora “del figlio perduto e ritrovato”.

In questa terza parabola – che ha fornito il tema per tante opere d’arte (basti pensare a “L’abbraccio benedicente” di Rembrandt) ed è stata definita “un Vangelo nel Vangelo” e che è una delle più studiate ma tuttavia sempre in grado di offrire nuovi spunti di riflessione –  sono presenti  entrambe  le  categorie di  persone:  i  “peccatori” che si  allontanano dalla casa  del  Padre, rappresentati dal figlio più giovane,  e i “farisei”, rappresentati  dal fratello maggiore, che “mormora” contro il Padre,  a lui si ribella e non vuole più entrare nella sua casa.

Quella dei farisei è però una categoria perenne: infatti, quanti cristiani che non hanno abbandonato visibilmente la casa del Padre, la Chiesa, ritengono di essere “a posto” di fronte a Dio pur limitandosi a una adesione meramente formale alla dottrina, senza compiere l’ulteriore passo, quello decisivo, per trasformare questa adesione – pur fondamentale ed anzi indispensabile – in esperienza personale? Quanti, al contrario, piegano i precetti cristiani alle loro opzioni o situazioni personali e quindi in realtà ne prescindono, ritenendoli non più adeguati ai tempi, e tuttavia continuano a professarsi cristiani?

Il figlio più giovane ricorda anche Adamo, il quale, con la sua ribellione contro Dio, aspira a diventare come Dio, a rendersi autonomo da lui, senza rendersi conto che Dio è la sua radice, che tutto quello che egli è lo deve a Dio, che egli è in quanto partecipe dell’Essere di Dio.  Il figlio più giovane è preso dalla smania di svincolarsi dall’autorità paterna e non capisce che l’essere figlio non significa dipendenza bensì libertà, significa restare nella relazione d’amore che dà senso all’esistenza umana.  Egli quindi reclama la sua parte di eredità, come se il padre fosse già morto, perché per lui è veramente morto. Il padre gliela concede e lui se ne va “lontano”. Il distacco e la lontananza dal Padre, però, lungi dal portare ad una affermazione dell’uomo, non possono che portare al suo annullamento esistenziale, come dimostra il seguito della parabola: colui che era veramente libero, che aveva la libertà del figlio, adesso è un servo.

Il primogenito, a sua volta, simboleggia anche il popolo ebraico, il nostro “fratello maggiore”: egli però non ritiene di avere un fratello, che apostrofa sprezzantemente “tuo figlio” nel rivolgersi al padre, così come non pronuncia mai neanche la parola “padre”; ed infatti, nella Legge e nei Profeti mai gli Ebrei nelle loro preghiere si rivolgono a Dio chiamandolo “Padre”, e Gesù stesso li accusa di “non conoscere il Padre” (Gv. 8, 19): e vedremo che senza la conoscenza del Padre (e del suo figlio Gesù Cristo) ben difficilmente si arriva alla vita eterna. Il primogenito è totalmente chiuso, convinto che il non aver mai trasgredito un “comando” del padre lo faccia essere “in regola”, lo renda “giusto” e lo debba rendere unico. Egli ritiene ingiusto il comportamento del padre che ha accolto l’altro figlio e dalle sue parole traspare come anch’egli non comprenda la grazia dell’essere a casa in qualità di figlio, con il padre, e la libertà vera che da ciò ne consegue.  Il padre non limita i suoi diritti, dimostra verso di lui le stesse premure, lo stesso amore che ha dimostrato verso il figlio più giovane: si comporta da padre con entrambi, esattamente allo stesso modo: ma egli non se ne avvede, non ha stabilito col padre un rapporto autentico,  di amore filiale,  egli non ama un padre ma obbedisce a un padrone, e non solo ha snaturato il suo rapporto col padre, ma è sdegnato dell’amore del padre per il figlio più giovane, non accetta che il padre lo abbia accolto nella casa comune, pretende l’esclusività. Eppure, il padre gli ricorda: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”, usando le stesse parole con le quali Gesù descrive il suo rapporto con il Padre: “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” (Gv. 17,10).

La parabola può quindi essere chiamata a buon diritto “del padre misericordioso” in quanto la figura centrale è proprio quella del padre, il cui comportamento è il riflesso del comportamento di  Dio: un padre che aspetta sempre i figli, che è pronto ad accoglierli, che li sollecita ad entrare nella propria casa,  che li ama e che tuttavia non è da essi conosciuto e amato.  Essa costituisce il cuore della teologia di Luca: l’amore misericordioso del Padre verso il peccatore, la sua volontà di salvare tutti, purché corrispondano al suo amore. E anche noi siamo chiamati ad essere misericordiosi come lo è il Padre nostro (Lc. 6, 36).

Altra nota caratteristica e comune alle tre parabole è la gioia: il rallegrarsi per la pecora ritrovata, per la moneta ritrovata, per il figlio che torna non è solo una gioia interiore, ma ha bisogno di essere condivisa con gli altri, perché gli “altri” non sono “estranei”, con essi facciamo parte della stessa comunità, immagine della comunione dei Santi.

Entrambi i figli, dunque, peccano sostanzialmente dello stesso peccato: il disconoscimento del padre.  Nel  caso del  figlio  più giovane  – figura dei  “pubblicani” e dei  “peccatori”, di Adamo e quindi dell’umanità tutta – esso si manifesta mediante l’abbandono visibile della casa del Padre per seguire le lusinghe del mondo; nel caso del figlio primogenito – figura dei “farisei” e degli “scribi”, nonché spesso del popolo ebraico di allora – esso si manifesta mediante l’evidenza di un rapporto meramente legalistico e formale, mediante la negazione del legame fraterno, naturale conseguenza del disconoscimento del Padre.

Mentre il  figlio più giovane, dopo un lungo cammino di maturazione interiore, “rientra in se stesso” e  ritorna dal padre, e nell’incontro e nell’abbraccio del padre  riacquista la libertà del figlio ed è finalmente in grado di ricambiarne l’amore, il figlio primogenito, invece, resta chiuso in se stesso, non riesce a conoscere veramente la realtà – la verità –  del padre, che non vede come tale, e resta convinto del torto subito per avere il padre accolto nella sua casa l’altro figlio: e, privo della conoscenza e dell’amore per il padre, preferisce restare fuori della casa paterna, malgrado le insistenze del padre.

Rientrerà? La parabola resta aperta, e la storia pure.

Alessandro Barilà

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