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Storia della Fraternitas

In questa pagina è riportata la storia dell’Arciconfraternita dall’anno della sua erezione: è stata redatta dalla prof.ssa Lucina Vattuone, membro della stessa Arciconfraternita, che si è servita a tale scopo di numerosa documentazione antica. Per brevità, il testo riportato in questa pagina è stato privato delle note, che fanno riferimento a tale documentazione. Il lavoro della prof.ssa Lucina Vattuone è pubblicato nella sua interezza nel volume Innocentium in septuagesimo quinto aetatis suae amici e sodales Fraternitatis Aurigarum, edito nell’anno 2007.

La storia della Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, nome con cui è conosciuta da tempo antico l’Arciconfraternita di Santa Maria degli Angeli e di Santa Lucia dei Cocchieri di Roma, prende avvio in quel meraviglioso fiorire di opere pie, dedite alle pratiche religiose e all’assistenza caritatevole, che già dai primi secoli del Cristianesimo dimostrarono la ricchezza spirituale degli abitanti di Roma. Come tutte le nazionalità e le regioni si sono sempre premurate di avere – ed ancora hanno – un punto di riferimento e di appoggio nella Città Eterna presso la tomba di Pietro, così in Roma anche le corporazioni delle arti e dei mestieri formarono col tempo pii sodalizi. Nate dapprima come associazioni professionali aventi il compito specifico di tutelare gli interessi della categoria, più tardi estesero le loro attività anche nel campo socio-assistenziale con la tutela degli associati e delle loro famiglie.

Naturalmente, la pietà religiosa e la particolare devozione verso i propri Santi Patroni favorirono la fusione degli scopi pratici e morali delle associazioni e, in taluni casi, l’identificazione dell’ente sociale (corporazione) con l’opera pia (confraternita). Per questo motivo, nei secoli passati si trovano usate indifferentemente più parole (compagnia, confraternita, università, etc.) per indicare un unico tipo di associazione, mentre al giorno d’oggi ognuna di queste parole sottintende chiaramente entità distinte.

Protagonisti della storia di questa Arciconfraternita romana sono i Cocchieri in quanto intesi come conducenti di carri, sia quelli che servivano un padrone sia quelli che guidavano un proprio mezzo: da distinguersi dai Carrozzieri (o noleggiatori di carrozze), dai Postiglioni (o cocchieri e cavalcanti di diligenze da posta), dai Prestacavalli o Vetturini, Carrozzieri, Domatori e Cozzoni di Cavalli e dai Carrettieri di Borgo e Trastevere, i quali appartenevano ad altre specifiche confraternite.

Narrano le fonti storiche che i cocchieri romani, già qualche anno prima della metà del ‘500, si erano radunati di fatto nella propria corporazione o università, la “Societas Rhedariorum o Aurigarum”, uniti anche nella devozione ad una veneratissima immagine della Santissima Vergine Regina degli Angeli sita in una via del Campo Marzio, tanto da ritenere la Madonna degli Angeli loro “patrona”.

Nel 1545, in seguito alle numerose grazie e ai prodigi ottenuti mediante l’intercessione della sacra immagine, alcuni cocchieri di importanti personaggi romani presentarono istanza al Pontefice, Papa Paolo III (1534-1549), affinché essa potesse venire staccata dalle vecchie mura che la ospitavano, per trovare più degno ricovero nella vicina Chiesa parrocchiale di Santa Lucia della Tinta, in Via di Monte Brianzo. Ottenuto l’assenso papale, il muro fu resecato per asportarne la porzione con la sacra immagine, ma gli sforzi per rimuoverla risultarono vani, finché il clero romano in solenne processione con il popolo non le porse il rispettoso omaggio: solo allora la si poté facilmente rimuovere e trasportare nella chiesa, ove è tuttora esposta al di sopra dell’altare maggiore.

Nacque così ufficialmente la “Compagnia, Confraternita ovvero Università” dei Cocchieri, sotto il patrocinio del Reverendo Bartolomeo Latio, rettore della Chiesa di Santa Lucia della Tinta, che divenne così la “loro” chiesa. L’istituzione ebbe definitiva costituzione nel 1565, sotto il pontificato di Papa Pio IV (1559-1565), con il nome di Confraternita di Santa Maria degli Angeli dei Cocchieri di Roma.

La Chiesa di Santa Lucia della Tinta vanta antiche origini, essendo già ricordato in un breve di Papa Gregorio Magno del 5 ottobre 600 il “monastero di Sant’Andrea e Santa Lucia”. In verità, l’antico nome della chiesa è quello di Sanctae Luciae ad quattuor portas o Sanctae Luciae ad quatuor portarum, essendo vicina alla quarta posterula o porta minore che si apriva nel muraglione di cinta che costeggiava il Tevere dal Ponte Elio, l’odierno Ponte Sant’Angelo, fino alla Porta Flaminia. È nel ‘500 che assunse anche il nome di Santa Lucia della Tinta, probabilmente dai tintori di stoffe che in quei dintorni esercitavano il loro antico mestiere e che, come attesta anche un documento del 1494, avevano dato il nome di “La Tenta” alla contrada.

Ricordiamo che forse originariamente la Chiesa era stata intitolata alla matrona romana martire Santa Lucia (martirizzata a Roma assieme a San Geminiano sotto Diocleziano) e non alla martire di Siracusa. Tuttavia, è stato dimostrato che la tradizione della Santa Lucia romana non è attendibile, in quanto derivante da una tradizione corrotta riguardante la commemorazione della dedicazione della Chiesa di Santa Lucia in Selci all’Esquilino – intitolata alla martire siracusana – da parte di Papa Onorio I (625-638). Nella stessa chiesa, la identificazione con la martire di Siracusa è testimoniata dal quadro di Scuola Romana del XVIII secolo raffigurante Santa Lucia, posto sopra il secondo altare a destra della navata; analoga iconografia la si ritrova dipinta nel grande riquadro centrale del soffitto ligneo della seconda metà del XVIII secolo, dove, nel grande riquadro centrale raffigurante Santa Lucia in preghiera davanti alla tomba di Sant’Agata, si nota un angioletto che tiene nelle mani due occhi. Ciò nonostante, sul primo altare a sinistra è posto un dipinto di Scuola Romana del XVII secolo, raffigurante Santa Lucia e San Geminiano, a testimonianza che ancora in quel periodo non si faceva differenza nella distinzione fra le due Sante. La sovrapposizione del culto per la Santa Lucia di Siracusa con quello per la Santa Lucia romana è continuato nel tempo, senza causare alcun disagio ai confratelli, i quali in onore della Santa, cui era dedicata la chiesa ospitante, avevano aggiunto la festa di Santa Lucia di Siracusa (13 dicembre) alle loro maggiori solennità. Tanto è vero che, col tempo, il nome completo della Confraternita – poi diventata Arciconfraternita – divenne ed è ancora quello di Confraternita di Santa Maria degli Angeli e di Santa Lucia dei Cocchieri di Roma, riunendo così in un’unica denominazione la venerazione per l’antica immagine della Vergine Maria incoronata dagli Angeli e per la Santa alla quale la chiesa ospitante era dedicata.

Eretta con regole e statuti secondo l’approvazione di Papa Paolo III (1534-1549), la Confraternita ottenne il riconoscimento dell’erezione da parte di Papa San Pio V (1566-1572), dal quale fu dotata di privilegi ed indulgenze, e la conferma canonica da parte di Papa Gregorio XIII (1572-1585), con Breve del 25 maggio 1572.

La principale solennità della Confraternita era naturalmente la festa di Santa Maria degli Angeli, che ricorre la prima domenica di luglio.

Uno dei principali e più meritori scopi della Confraternita era quello di porgere solidale aiuto ai cocchieri e alle loro famiglie che, per un qualsiasi motivo (povertà, malattia, vecchiaia o altro), si fossero trovati in seria difficoltà: fino al fornire la dote alle figlie dei confratelli in situazioni di estremo disagio.

Nel 1580 la Confraternita curò a sue spese il restauro di Santa Lucia della Tinta. Nello stesso anno, accanto alla chiesa eresse un ospedale per i confratelli ammalati: dapprima di sei letti, poi di dieci, con l’intenzione di continuare l’accrescimento della disponibilità.

L’abito della Confraternita era di colore turchino, con l’insegna della Madonna tenente in braccio il divino Bambino e circondata da una gloria di Angeli.

La serietà degli intenti è dimostrata dal fatto che, già non molti anni più tardi della sua costituzione, la Confraternita dei Cocchieri stabilì di definire in forma scritta le regole della propria istituzione, redigendo uno Statuto diviso articoli.

Si conoscono due versioni successive dello Statuto. La prima è una copia datata 1604 (conservata a Roma, presso la Biblioteca del Senato) dello Statuto redatto nel 1572 ed andato disperso a causa dell’inondazione del Tevere del 1598. Copia originale del secondo Statuto ci è pervenuta attraverso il lascito del fondo della biblioteca del Cardinale Mazzarino, ora conservata presso la Biblioteca Nazionale di Parigi. Quasi certamente questo secondo Statuto fu redatto nel 1622, in quanto già nel gennaio 1623 era sanzionato da tre Conservatori della Repubblica. Si tratta di un piccolo codice membranaceo, di undici pagine, rilegato con una copertina di semplice cartone decorata su due facce in maniera molto significativa. Nella prima pagina, in alto è rappresentata Santa Maria degli Angeli (la Vergine col Bambino incoronata da due Angeli), riproducente esattamente la stessa iconografia della sacra immagine del Campo Marzio; al centro, gli stemmi di Papa San Pio V (1566-1572) e Papa Gregorio XIII (1572-1585); in basso, lo stemma del Cardinale Francesco Maria del Monte, protettore dell’Università al tempo della compilazione di questo Statuto. Nella seconda pagina, nella metà superiore è raffigurato lo stemma di Papa Gregorio XV (1621-1623); nella metà inferiore gli stemmi della città di Roma e del Cardinale Ludovico Ludovisi, molto probabilmente protettore dell’Università al tempo della ratifica del secondo Statuto, ed infine un piccolo carro con copertura a botte trainato da una coppia di cavalli e condotto da un cocchiere con cappello a larghe falde.

Si ipotizza che può essere stato proprio durante le alterne vicissitudini subite dalla Confraternita intorno a quegli anni che questa copia dello Statuto andò dispersa, per entrare poi a far parte della biblioteca del Cardinale Mazzarino, probabilmente già nel 1646.

Nonostante la rispettiva pubblicazione, l’esistenza di questi due Statuti non è molto nota alla maggior parte degli studiosi e non viene sufficientemente citata nelle fonti che documentano la storia della Confraternita.

I principali enunciati presenti in essi sono i seguenti:

  • Elezione dei rappresentanti della Confraternita (Decano, Guardiani, Infermieri, Camerlengo, Mandatario, Cappellano).
  • Il Decano è il capo della Confraternita ed agisce in collaborazione e gerarchia con i Guardiani.
  • I Guardiani devono provenire da città e luoghi diversi e, in collaborazione e gerarchia con il Decano, ordinare ed eseguire ogni bisogno della Compagnia.
  • Gli Infermieri devono visitare i confratelli ammalati o carcerati (ai quali il Decano può ritenere opportuno di dare un sussidio in denaro, tranne nei casi di colpevolezza di tradimento, assassinio o ladrocinio).
  • Il Camerlengo deve promettere di custodire le cose e i denari della Confraternita a proprio rischio e pericolo ed ogni anno consegnare il libro contabile al Decano ed ai Guardiani.
  • Protettore e Governatore della Confraternita sia sempre un Cardinale, confermato dal Pontefice (come il Cardinale Giovanni Ricci di Pisa sotto i Pontefici San Pio V e Gregorio XIII).
  • Non potendo avere una chiesa propria, la Confraternita abbia una propria cappella in una chiesa, come in S. Lucia della Tinta; le cose o facoltà in suo possesso non si intendano applicate o unite a detta chiesa o cappella o altare, ma siano bene comune dei confratelli e si conservi in un armadio tutto ciò che è necessario per l’officiatura delle diverse funzioni.
  • Ci sia una distinta delle chiavi della cassa, dell’armadio con oggetti vari, degli arredi di sacrestia.
  • La festa principale della Confraternita sia la prima domenica di luglio.
  • Nel giorno della Purificazione della Vergine si dia un cero ai confratelli (di varia dimensione secondo una precisa graduatoria); tutti devono vivere onestamente, confessarsi e comunicarsi almeno due volte l’anno.
  • Il Cappellano dica Messa tutte le feste nella cappella dell’Università e preghi per i confratelli vivi e morti; il Mandatario convochi i confratelli per le congregazioni, i funerali, le Messe, ed ogni altra cosa.
  • Ogni anno si dica una Messa solenne per tutti i confratelli, defunti e viventi.
  • Ogni confratello deve rendere omaggio ai confratelli defunti, pregare per loro, per il Pontefice, la Chiesa Cattolica e la Confraternita.
  • Si rispetti l’ordine gerarchico all’interno della Confraternita e nel servizio di cocchiere secondo il grado del padrone.
  • Coloro che desiderano prestare il loro servizio a Roma come cocchieri (cocchieri che servono un padrone e vetturini proprietari di carrozze) dovranno essere autorizzati dai superiori della Confraternita, prestare giuramento di osservare il suo Statuto e versare una somma l’anno per il mantenimento dell’altare, la pigione dell’oratorio, il medico e l’assistenza agli infermi, maritare le zitelle figliole dei con fratelli (almeno quattro all’anno).
  • Il denaro avanzato ogni anno verrà depositato presso il Monte di Pietà, non potrà essere alienato se non per fondare un ospedale per i confratelli uomini, fabbricare una chiesa di Santa Lucia o altra dove ci sia l’altare della Confraternita, elemosine per i confratelli, assistere i confratelli ammalati od altre necessità.
  • In caso di discordie, si dia comunicazione ai superiori della Confraternita e ci sia l’intervento loro, del Cardinale e delle Autorità Civili.
  • Regolamento per lo svolgimento delle congregazioni (assemblee) e delle eventuali elezioni.
  • È dovere di tutti i confratelli il recarsi alle congregazioni.
  • In caso di urgente necessità, anche senza prima convocare la congregazione, il Decano col solo voto dei Guardiani può far eseguire un ordine, ma in seguito deve convocare la congregazione per informarne i confratelli. Le decisioni prese dalla congregazione non possono essere cambiate se non da un’altra congregazione.
  • Se un confratello contrae un debito, sarà a proprio carico e non a quello della Confraternita.
  • In caso di compravendita, anche senza il parere del Cardinale protettore, si elegga un procuratore legale e si deleghi lui. Il Decano non può riscuotere senza l’assenso di almeno due guardiani.
  • A cura del Segretario ci sia un libro dove, oltre allo Statuto ed ai privilegi, sia segnato l’elenco dei confratelli.
  • La quota annuale deve essere versata il giorno della Candelora; passati otto giorni, si faccia una lista di coloro che non hanno ancora pagato e li si solleciti.
  • Per motivi validi può essere chiesto ai confratelli un contributo straordinario in denaro.
  • Le pene pagate andranno per due terzi al fondo della Confraternita, per un terzo al Governo della città (Palazzo dei Conservatori).
  • Si adoperi come Notaio quello dei Conservatori, che li deve riconoscere come superiori ed intervenire all’adunanza ed alle congregazioni.

Naturalmente, nei dettagli dei capitoli erano anche previste delle pene per chi non seguiva esattamente le regole degli Statuti in precedenza accettati. È interessante notare come ambedue gli Statuti si chiudessero con la conferma da parte non solo dei pubblici ufficiali (Notaio) ma anche delle più alte autorità civili della città (Conservatori) e che questa ratifica municipale con il tempo sia diventata sempre più indispensabile e determinante per la vita della Confraternita, tanto da esigere anche la firma di un senatore. Questo fatto, oltre ad essere un probabile indice di una maggiore burocratizzazione delle procedure amministrative, può anche voler attestare il maggior peso sulla vita pubblica romana conquistato man mano dalla Confraternita dei Cocchieri. Non dimentichiamoci il ruolo di primaria importanza per la vita quotidiana di ogni tipo di cittadini rivestito a quell’epoca dai conducenti di carri pubblici e privati, se lo paragoniamo con la enorme diffusione dei moderni mezzi di trasporto (automobili, autobus, treni, aerei, etc.) e con il loro ormai insostituibile uso.

Il desiderio della Confraternita era però sempre quello di possedere una propria chiesa, in modo da non dover dipendere dalla generosa ospitalità altrui ed essere quindi più liberi nelle proprie azioni. Forte dell’apparente solidità acquistata rapidamente nei primi cinquant’anni di vita e spinta dal vigore dell’entusiasmo, la Confraternita di adoperò per acquistare una chiesa o per trovare un terreno sul quale edificare la propria chiesa, ma invano. Si dovrebbe inserire in questa circostanza, il fatto che in quegli anni il Cardinale protettore Domenico Ginasio aveva acquistato la Chiesa di Santa Lucia della Tinta con alcune case contigue per fondarvi un ospedale, ma la morte fermò i suoi progetti. In conseguenza dei succitati propositi, intorno al 1620, Papa Paolo V (1605-1621) destinò ad altri ministeri la chiesa di Santa Lucia della Tinta, che sicuramente venne abbandonata dalla Confraternita prima del 1625. Avendo sopravvalutato l’entità del problema e non possedendo in se stessa le forze sufficienti per costruire una propria chiesa, la Confraternita rimase per alcuni anni senza fissa dimora.

Era stata probabilmente di poco successiva al 1622 l’aggiunta ufficiale di Santa Lucia Vergine e Martire quale compatrona assieme alla Santissima Maria Regina degli Angeli nella denominazione della Confraternita, in quanto nel capitolo introduttivo dello Statuto del 1622 è ancora ben specificata la sola intitolazione alla Madonna e, d’altronde, la intitolazione alla Santa siracusana non sarebbe logica in un periodo di tempo successivo all’abbandono della chiesa di Santa Lucia della Tinta da parte della Confraternita. La Confraternita si trasferì dapprima nella chiesa di Santa Maria in Campo Carleo ai Monti, vicino al Foro di Nerva. Probabilmente questa chiesa prendeva il nome dall’esistenza nelle vicinanze di una palazzo appartenente ad un certo Karoleo (Carlo Leone), nobile romano del sex. X o XI. Alla fine del XV secolo fu chiamata Spoglia Christo, a motivo di una immagine rappresentante il Salvatore spogliato dagli Ebrei posta sopra la porta principale e rinominata solo alla Vergine da Papa Sisto V (1585-1590), che fece sostituire la detta immagine del Salvatore con una della Madonna col Bambino. Fu demolita nel 1864.

Dopo poco tempo, la Confraternita trovò nuova accoglienza presso la chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori situata in Trastevere. La costruzione della chiesa (inizio 1642-1643) – su disegno del Borromini – e del monastero (1655-1658) era stata voluta da Donna Camilla Virginia Savelli, moglie di Pietro Farnese ultimo Duca di Latera, per ospitarvi una nuova congregazione religiosa da lei fondata. Ancora oggi, il monastero è affidato alle Oblate Agostiniane di Santa Maria dei Sette Dolori. Intorno all’anno 1661, sotto Papa Alessandro VII (1655-1667), venne concessa alla Confraternita la chiesa parrocchiale di Santa Maria in Cacaberis (o Santa Maria degli Angeli in Cacaberis) nel Rione Regola. Tale chiesa – così chiamata dai lavoratori di cacabi o caldaie e per questo comunemente chiamata Santa Maria dei Calderari (Caccabarii) – era situata all’inizio dell’omonima via di Santa Maria dei Calderari, provenendo da via Arenula. Ricordata nella Bolla del 1186 di Papa Urbano III (1185-1187) fra quelle soggette alla Basilica di San Lorenzo in Damaso, fu tra le prime chiese di Roma ad essere dedicata alla Immacolata Concezione della Vergine.

In seguito alla nuova concessione papale, anche il Capitolo di San Lorenzo in Damaso diede il suo benestare al trasferimento in essa della Confraternita, dietro il pagamento di una libbra di cera lavorata. La concessione fu confermata, approvata ed omologata da Papa Clemente IX (1667-1669) con il Breve del 5 settembre 1667. La chiesa di Santa Maria in Cacaberis era stata intitolata anche a San Biagio, protettore della Confraternita dei Rigattieri e Materassai ivi precedentemente ospitata: quando a questa successe la Confraternita dei Cocchieri, alle principali solennità di quest’ultima Confraternita venne aggiunta quella di San Biagio celebrata il 3 febbraio.

Sulle mura di una casa accanto alla nuova loro chiesa, i Cocchieri – ormai riuniti in una stabile corporazione, la Universitas Aurigarum Urbis – fecero dipingere una immagine della Vergine con la scritta “Confraternitas Aurigarum Urbis”, ufficializzando, così, ancora una volta, lo strettissimo legame fra la corporazione di quello specifico mestiere e l’opera pia alla quale essi erano iscritti.

Intanto, nonostante il trasferimento materiale della Confraternita dei Cocchieri in altra chiesa, la venerazione popolare per la sacra immagine di Santa Lucia della Tinta era, però, restata intatta, anzi era aumentata: tanto che, nel 1667, essa veniva solennemente incoronata dal Capitolo Vaticano.

Era a Roma antica consuetudine – chiamata lo “scortico” – che i proprietari lasciassero ai cocchieri la carcassa dei cavalli in qualsiasi modo morti, perché ne potessero utilizzare a proprio beneficio la pelle, il grasso e le ossa. Unica eccezione, nel caso di morte del cavallo cavalcato dal Pontefice: in tale occasione, solo il corpo del cavallo veniva concesso per lo scortico alla Confraternita dei Cocchieri, mentre la pelle veniva conservata in memoria nella scuderia pontificia. Tale particolarità derivava dalla memoria di una antica vicenda: durante il suo viaggio da Roma a Costantinopoli, nel 525, nei pressi di Corinto a Papa San Giovanni I (523-526) era stato prestato un cavallo mansuetissimo che dopo, però, non aveva voluto essere più cavalcato da altri. Da allora, ogni cavallo servito al Pontefice non veniva più cavalcato da altra persona ed anche alla sua carcassa era riservato un trattamento speciale.

La Confraternita, identificata in un certo qual modo con la Universitas Aurigarum Urbis, mentre era ospitata nella chiesa di Santa Maria in Cacaberis reggeva il governo di essa con la sola partecipazione dei confratelli, che naturalmente si rivelava insufficienti allo scopo.

Per meglio sfruttare le rendite del diritto dello scortico a scopo di culto e di beneficenza, inoltrò allora supplica a Papa Innocenzo XII (1691-1700) affinché le concedesse lo ius privativo, ovvero la esclusività dei diritti dello scortico di tutte le bestie da tiro e da soma che morivano in Roma, fossero esse cavalli, asini o muli o altre bestie.

Il Pontefice accordò il suo parere favorevole mediante due Rescritti, per l’esecuzione dei quali furono pubblicati a continuo rammento bandi ed editti. Tale diritto venne confermato una prima volta da Papa Clemente XI (1700-1721) con Breve del 14 luglio 1708 ed una seconda volta da Papa Benedetto XIII (1724-1730) con Breve del 22 marzo 1727.

In seguito alla concessione pontificia del privilegio dello scortico, sia prima direttamente che poi indirettamente tramite gli appalti, la Confraternita dei Cocchieri riusciva così ad avere a disposizione una notevole somma da devolvere per le spese del culto e in assistenza ai suoi membri infermi, vecchi, o comunque invalidi. Inoltre, cosa forse ancora più importante, contribuiva in maniera determinante, oltre che all’economia, all’igiene della città, per mezzo della pronta liberazione dalla minaccia rappresentata dalla presenza delle carogne degli animali morti.

Fino a pochi decenni fa, la storia del singolare privilegio dello “scortico” era ancora consultabile in una copia datata 1834 dello Statuto approvato nel 1729, conservata presso la sacrestia della chiesa di San Tommaso ai Cenci, poi andata dispersa. Derivato dal diritto esclusivo allo scortico, era compito dell’Università dei Cocchieri organizzare, davanti la Chiesa di Sant’Antonio all’Esquilino, la tradizionale benedizione dei cavalli il 17 gennaio, giorno dedicato a Sant’Antonio Abate, patriarca del monachesimo, ma anche protettore di tutti gli animali domestici e, per questo, patrono anche dei Pecorari affidati alla Dogana del Patrimonio, dei Giovani dei Maniscalchi, dei Mulattieri e dei Veterinari. In tale ricorrenza, davanti la chiesa aveva luogo una sfilata di pariglie di cavalli che trainavano un unico cocchio: anche il Pontefice usava inviare i cavalli dei Palazzi Apostolici. Forse, anche un dipinto raffigurante un non ben precisato S. Antonio, attestato anticamente sul primo altare a sinistra nella Chiesa di Santa Lucia della Tinta ed oggi disperso, potrebbe essere collegato alla venerazione dei Santi patroni degli animali da parte della Confraternita dei Cocchieri.

Quando il diritto di scortico venne così esteso, i cocchieri decisero di acquistare alcuni locali di proprietà dell’Ospedale di San Giovanni dei Fiorentini a Porta Leone, nei pressi di Ponte Rotto: atto che si realizzò fra il 1710 e il 1744.

L’attività religiosa della Confraternita era sempre fervente e, come spesso accade, alcune persone lasciavano ad essa legati per testamento. Presso l’Archivio Storico del Vicariato di Roma si conservano, ad es., alcuni documenti inediti relativi al lascito di un certo Agostino Mariani, datati all’anno 1740. In uno di essi, il confratello Giovanni Francesco Lori attesta la regolare riscossione di certe somme che il Mariani aveva destinato per l’esposizione del Santissimo Sacramento tutti i mercoledì dell’anno, per la durata di un’ora dopo il Vespro, in suffragio delle anime del Purgatorio. Fra tutti, è considerevole un decreto del Vicariato di Roma, nel quale – dietro richiesta della Confraternita, a motivo dello smarrimento di un precedente decreto del 1721 – si rinnovava alla Confraternita la licenza di esporre il Santissimo Sacramento, in modo da poter esaudire il pio desiderio del defunto Agostino Mariani. Naturalmente, questa era ordinaria amministrazione per la Diocesi di Roma, ma testimonia la continua amorevole attenzione alla cura delle anime nella storia della Confraternita.

Intorno alla metà del ‘700 i Cocchieri dettero in appalto l’esercizio dello scortico alla Università dei Vaccinari, dietro un compenso annuo di 700 scudi. Con la prima occupazione francese (1798-1799), il Governo Repubblicano tolse all’Università dei Cocchieri il possesso di alcuni piccoli fondi, per assegnarli all’Ospedale di San Gallicano; possedimenti che dopo il ripristino del Governo Pontificio le vennero restituiti, con l’obbligo però di contribuire con una somma al sostentamento dell’Ospedale.

La politica del libero commercio nello Stato Pontificio incominciò dopo questo primo periodo repubblicano: con essa fu decretata anche l’abolizione di numerosi vincoli e tassazioni che potevano ostacolare la mercatura e la contrattazione dei generi annonari. Agli editti politici si affiancò la soppressione di numerose corporazioni, sempre allo scopo di rendere più agevole l’esercizio dei vari mestieri e del commercio, in quanto i rigorosi statuti interni ed alcuni particolari privilegi avevano creato un eccessivo irrigidimento delle normali attività.

Con Motu proprio del 16 dicembre 1801, Papa Pio VII (1880-1823) soppresse numerose Università, ma non quella dei Cocchieri. Vennero lasciate in vita solo quelle Università che si ritennero maggiormente garanti della sicurezza e della salute pubblica economica e morale. Alcune corporazioni cessarono così di esistere in quanto tali, e fu fatto fermo divieto di riscuotere tasse o emolumenti qualsiasi, anche da parte dei suoi singoli membri, conservandosi solo lo scopo religioso delle attività loro e delle relative confraternite.

In tale circostanza, anche l’Universitas Aurigarum Urbis dovette naturalmente sottoporre il suo Statuto all’esame della Congregazione Economica del Governo Pontificio: ma, venne ancora una volta dimostrato come lo ius privativo dello scortico costituisse un indispensabile e benemerito servizio a favore della sanità pubblica. Ciò prova quanto a quel tempo fossero importanti e vitali per la città tutte le mansioni svolte dagli umili conducenti di carri pubblici e privati: e, di conseguenza, l’arte dei cocchieri fosse ritenuta una delle più significative ed indispensabili per il normale andamento degli affari, della salute pubblica e di tutta la vita cittadina.

L’Università dei Vaccinari, nel frattempo, a sua volta aveva ceduto il diritto di scortico ad un suo membro, Alessio Merolli, dietro compenso annuo di 900 scudi. Dopo che nel 1801 fu soppressa l’Università dei Vaccinari, Merolli divenne l’appaltatore diretto per la somma di 730 scudi annui. Egli godeva il diritto privativo dello scortico di tutte le bestie da tiro e da soma perite violentemente o di morte naturale in Roma e dintorni: la pelle era da ridursi a sola (suole) mediante l’essiccazione e tutte le altre parti erano da utilizzare come meglio si poteva. Il diritto comprendeva anche l’uso dei locali di Porta Leone con tutti gli attrezzi ivi contenuti.

Durante l’occupazione napoleonica del 1809, la privativa dello scortico fu soppressa: ma solo come privilegio, non come attività. Il Merolli chiese ed ottenne la diminuzione del fitto annuo a 467 scudi, che non fu più versato ai Cocchieri, ma devoluto direttamente alla Municipalità.

Con il ristabilimento del Governo Pontificio i proventi dell’esercizio dello scortico tornarono a favore della Confraternita, ma restarono gravati dalla citata tassa di 365 scudi annui a favore dell’Ospedale di San Gallicano e dallo storno della somma di 200 scudi annui, saliti poi a 250, con i quali la Confraternita contribuì sostanziosamente al mantenimento della Cattedra di Veterinaria dello Studium Urbis, l’Università degli Studi di Roma alla Sapienza, dalla sua istituzione nel 1807 fino al 1870. La necessità di coltivare lo studio della veterinaria nello Stato Pontificio era stata fermamente sostenuta già nel 1802 all’Accademia dei Lincei dal Dott. Luigi Mexatà. Soprattutto nei piccoli centri, le cure precarie e improvvisate che i maniscalchi e coloro che con tanta buona volontà si arrangiavano nel curare le bestie, per non parlare dei ciarlatani, non garantivano assolutamente dal pericolo di epidemie per gli animali e per gli uomini.

La Cattedra di Veterinaria fu ufficialmente istituita il 14 giugno 1807 e il suo primo docente fu il Dott. Oddi, in supplenza del Dott. Mexatà inviato a Parigi al fine di perfezionarsi in tale scienza. Il Dott. Mexatà fu nominato Professore di Veterinaria nel 1810 e confermato in tal ruolo nel 1812. Poiché la nuova cattedra era stata costituita per tutelare gli animali che costituivano il fulcro vitale della Corporazione dei Cocchieri e dei relativi affari, era sembrato logico che anche l’Universitas Aurigarum Urbis contribuisse alle spese di mantenimento della nuova istituzione.

Dal 1807, forse in conseguenza del supporto fornito alla Cattedra di Veterinaria, il 3 aprile la Confraternita dei Cocchieri festeggiava anche San Riccardo (1197-1253), Vescovo di Chichester, Cancelliere dell’Università di Oxford e collettore delle elemosine per le Crociate. La Confraternita dei Cocchieri lo riconosceva come proprio compatrono probabilmente in quanto aveva guidato carri e cavalli nella fattoria paterna o, forse, più precisamente perché, secondo una tradizione, prima di abbracciare la vita religiosa era stato un semplice carrettiere.

Trovandosi, così, a dover sopperire alle spese del culto della chiesa, all’assistenza ai cocchieri e alle loro famiglie, ai suffragi per i confratelli defunti usufruendo solo del misero provento rimasto, la Universitas Aurigarum Urbis espose i propri problemi esistenziali al Pontefice regnante, Papa Pio VII (1800-1823), che con un Rescritto in data 24 ottobre 1818 la liberò dall’obbligo di contribuire al mantenimento dell’Ospedale di San Gallicano.

Poco tempo dopo, i Cocchieri presentarono domanda di esenzione anche dalla tassa per la Cattedra di Veterinaria, in quanto facente parte di istituzioni dello Stato e, quindi, da sovvenzionare con denaro pubblico e non privato. La risposta fu fatta attendere per motivi di

opportunità diplomatica, poiché non si desiderava fare un torto ad alcuna parte in causa. Molto probabilmente, però, non sappiamo quando, la loro domanda venne accolta, se è giusto collegare a questo avvenimento una iscrizione conservata presso la Chiesa di San Tommaso ai Cenci, che reca il seguente testo:

CONFRATERNITATIS AVRIGARVM VRBIS LIBERA AB OMNI CANONE

Sappiamo che nel 1824 il nuovo affittuario di Porta Leone continuava a corrispondere quanto dovuto, dovere poi confermato da Papa Leone XII nel 1829. Nell’aprile 1833, l’affitto fu portato a 1.150 scudi all’anno: ma, i nuovi affittuari che avevano ottenuto l’appalto, Francesco Giobbe e Michele Bessoni, ricusarono il pagamento diretto della somma per la Cattedra di Veterinaria.

Intanto, come possiamo rilevare anche da un emblema ricamato su di una pianeta in seta e oro, che, assieme alla relativa stola, ambedue di buona fattura, costituiscono gli unici paramenti sacerdotali oggi conservati di proprietà dell’opera pia, in data Ottobre 1833 alla Confraternita era stato già concesso il titolo di “Arciconfraternita”.

In quel periodo forse, non ultima, anche la preoccupazione per la sorte di tutti coloro che esercitavano il mestiere di cocchiere e per chi da loro dipendeva aveva influito sul rifiuto di Papa Gregorio XVI (1831-1846) a modernizzare i trasporti dello Stato con l’introduzione stabile dell’uso delle ferrovie. Alcuni documenti inediti conservati presso l’Archivio Storico del Vicariato di Roma, registrano in data 7 maggio 1855 la conclusione di una vertenza riguardante “Francesco Giobbe e Michele Bessoni affittuari della Mattazione, ed Escoriazione delle Bestie cavalline, muline, somarine … concessagli dalla Ven. confraternita de’ cocchieri di Roma …”.

Il Cardinale Anton Maria Cagiano De Azevedo, “Visitatore Apostolico della Venerabile Confraternita de Cocchieri eretta in S. Maria degli Angeli detta in Cacaberis in Roma”, in una relazione al Cardinal Vicario riassume tutta la situazione: ovvero che, mentre nei libri dell’allora Camerlengo della Confraternita i signori. Giobbe e Bessoni risultavano debitori di ben nove anni di affitto, per un totale di 10.350 scudi, essi avevano potuto dimostrare, come esposto chiaramente nei resoconti dei vari versamenti allegati alla relazione, che tutti i pagamenti erano stati effettuati regolarmente, come attestavano le ricevute finali a loro rilasciate dal Camerlengo di quel tempo Domenico Deangelis. Con questo, la causa era stata chiusa a pieno favore dei due affittuari denunciati per mancata inadempienza degli obblighi di locazione e con il pieno ristabilimento dei loro diritti. Altro documento inedito, conservato presso l’Archivio Storico del Vicariato di Roma, è la lettera, datata 1871 e indirizzata a Papa Pio IX (1846-1878) da Mons. Giovanni Battista Capri Galanti, Primicerio dell’Arciconfraternita, in cui si esponeva al Santo Padre una controversia sorta a riguardo del rifornimento idrico dello stabile di Porta Leone, in seguito al cambio di proprietario del giardino da cui era prelevata l’acqua, e ne chiedeva soluzione.

Con il Regno d’Italia, secondo gli ordinamenti del nuovo Governo, il servizio di eliminazione degli animali morti passò a carico delle istituzioni municipali, senza che i Cocchieri ne traessero più alcun beneficio. Lo stabilimento di Porta Leone, chiamato “Sardigna”, restò in funzione fino alla demolizione del Lungotevere per la costruzione dei nuovi argini. Inoltre, a causa della creazione di via dell’Arenula, nel quadro del progetto di sistemazione urbanistica della zona, nel 1881 fu demolita la chiesa di Santa Maria in Cacaberis.

L’ Arciconfraternita dei Cocchieri trovò allora ospitalità presso la Chiesa di San Tommaso ai Cenci (o San Tommaso a Monte Cenci), la Parrocchia che, conseguentemente

alla riforma del 1824, aveva assorbito parte del territorio della Parrocchia di Santa Maria in Cacaberis. Come si può notare, il fatto stesso che la Confraternita sia stata ospitata sempre in chiese di un certo valore è un ulteriore denominatore della relativa importanza religiosa e sociale di questa Confraternita, e tanto più dell’arte dei cocchieri, per la città di Roma. Nello stesso tempo, il trattarsi di chiese sì pregevoli, ma di modeste proporzioni, è anche un chiaro indice della ridotta consistenza numerica dei cocchieri in Roma e dintorni.

La chiesa di San Tommaso a Cenci anticamente era chiamata in capite molarum per la vicinanza con i molini che si trovavano sull’Isola Tiberina ed anche Sancto Tommaso de fraternitate, perché dal 1186 era stata sede della Romana Fraternitas, fondata da Papa Urbano III (1185-1187), che doveva curare gli interessi morali ed amministrativi del clero romano ed esercitava la sua autorità sullo Studio dell’Urbe, l’Università, nominandone ed eventualmente destituendone i docenti ed amministrandone le rendite.

Concessa nel 1554 sotto il patronato della famiglia Cenci, una tra le maggiori famiglie medioevali romane, prese da essa il nome e, secondo le norme dettate da Papa Giulio III (1550 – 1555), fu restaurata e decorata nella sua forma attuale a cura di Francesco Cenci, figlio di Cristoforo, che terminò i lavori nel 1575, come attestato da un’iscrizione posta sulla facciata.

Nel trasferimento dalla chiesa di Santa Maria in Cacaberis alla chiesa di San Tommaso ai Cenci l’Arciconfraternita portò con sé alcuni dipinti, crocifissi, arredi sacri. Il fatto che furono trasferiti da una chiesa all’altra solo oggetti di pertinenza dell’Arciconfraternita è significativo in quanto evidentemente non si trattava di un semplice passaggio di oggetti qualsiasi da un posto ad un altro, ma del trasloco di oggetti che legalmente potevano ritenersi di proprietà dell’Arciconfraternita. Tali oggetti, pertanto, ancora oggi costituiscono integrante testimonianza della plurisecolare vita dell’istituzione. In particolare, questo trasloco di arredi sacri documenta inequivocabilmente il tipo di profondo rapporto esistente tra l’Arciconfraternita e le chiese ospitanti, che, probabilmente, erano affidate in toto alle cure dell’Arciconfraternita, quasi che fosse di sua competenza anche la conservazione della struttura architettonica. A questo proposito, ricordiamo che nel capitolo VIII dello Statuto del 1598 (1604) e del 1622 è detto chiaramente che “la Confraternita sino a tanto che non ha Chiesa, ovvero Oratorio proprio, debba avere una Cappella coll’Altare in qualche divota Chiesa di Roma, … avvertendo però che la roba, o facoltà, che col tempo la Confraternita possa avere non s’intendino applicate, o unite, in d.a Chiesa, Oratorio, Cappella, o Altare, ma siano dell’universal e comun Corpo di tutti i Fratelli insieme …”. Ciò spiega esaurientemente il diritto legale che avevano i Confratelli a poter trasportare beni ed arredi sacri di proprietà dell’Arciconfraternita da una chiesa all’altra e confermerebbe oggi la validità del diritto alla proprietà morale, se non più legale, su questi beni ed oggetti da parte dell’Arciconfraternita. Tali oggetti, pertanto, ancora oggi costituiscono integrante testimonianza della plurisecolare vita della nostra istituzione.

Nella prima cappella destra della chiesa di San Tommaso ai Cenci è ancora esposto uno stendardo ligneo processionale con la Madonna Addolorata, di anonimo del XVIII secolo, forse adoperato dalla Confraternita: sul retro, è dipinta la Madonna col Bambino che tiene in mano un uccellino ed Angeli, di anonimo del XVIII secolo. Purtroppo, non abbiamo notizie sicure sull’uso di questo stendardo processionale da parte dell’Arciconfraternita. Molto probabilmente è ispirato alla tela raffigurante La Madonna Addolorata, databile alla seconda metà del XVII secolo, oggi collocata alla sommità dell’altare maggiore. Se lo stendardo (datato XVII secolo) è veramente ,come sembra, copia della tela ora posta sulla sommità dell’altare maggiore (datata al XVII secolo), e se lo stendardo faceva parte del patrimonio dell’Arciconfraternita, poiché l’Arciconfraternita si è insediata nella Chiesa di San Tommaso ai Cenci dopo il 1881, forse può essere verosimile che ambedue le opere già in precedenza facessero parte del patrimonio dell’Arciconfraternita e fossero state portate ivi in seguito al trasloco da altri luoghi. Altrimenti, dopo l’ingresso dell’opera in San Tommaso ai Cenci, la sua presenza denoterebbe un suo uso da parte dell’Arciconfraternita solo perché rispondente ad una particolare devozione dei Confratelli verso la Madonna Addolorata. Questa sarebbe confermata da:

  • il fatto che, ancora oggi, nella sacrestia della chiesa di Santa Lucia della Tinta è conservato un altare barocco del XVII secolo, la cui cornice lignea intagliata e dorata racchiude una tela ovale sulla quale è dipinta La Madonna addolorata, rappresentata a mezzo busto, con le mani incrociate sul petto, la testa inclinata, e una spada che le trafigge il petto;
  • la trascorsa breve ospitalità ricevuta dall’Arciconfraternita nella chiesa di Santa Maria dei Sette Dolori.

Nella seconda cappella destra è esposto alla venerazione dei fedeli un Crocifisso ligneo processionale databile intorno alla metà del XVII secolo, proveniente dalla chiesa di Santa Maria in Cacaberis, particolarmente venerato dai Confratelli della nostra Arciconfraternita.

Sotto il terzo arco a destra, appeso al di sopra della porta che conduce alla sacrestia, vi è il dipinto Madonna col Bambino e Santa Lucia, San Francesco e Sant’Antonio, datato ultimo decennio del sec. XVI-primo ventennio sec. XVII e proveniente dalla chiesa di Santa Maria in Cacaberis. Molto probabilmente costituiva la pala d’altare di una cappella che esisteva precedentemente dove oggi è la sacrestia ed era particolarmente venerato dalla Confraternita dei Cocchieri. Vi sono rappresentati la Madonna assisa sulle nubi con in braccio il Bambino e coronata dagli Angeli ed anche tre Santi. La figura femminile in posizione centrale è senza dubbio identificabile con Santa Lucia, a motivo della coppetta con gli occhi nella mano destra e della palma del martirio nella mano sinistra; la figura a destra, per la tonsura, il tipo di veste e l’atteggiamento è quasi sicuramente San Francesco; la figura a sinistra è senz’altro Sant’Antonio Abate, riconoscibile dalla fisionomia, dalle vesti, dal libro, dal bastone, dalla campanella e dal maialino (similitudine del Diavolo che, sconfitto dal Santo, fu condannato da Dio a seguirlo sotto questo aspetto; ricordo di un porcello infermo guarito dal Santo; ricordo dell’allevamento di maiali da parte dei religiosi dell’Ordine Ospedaliero degli Antoniani).

Come si può facilmente notare, il dato che l’iconografia della Madonna con il Bambino sia chiaramente ispirato all’affresco di Santa Maria degli Angeli venerato nella chiesa di Santa Lucia della Tinta e che i Santi rappresentati siano fra i patroni dell’Arciconfraternita dei Cocchieri costituisce una indiretta conferma della continuità della devozione dei confratelli.

Oltre a ciò, siccome uno dei rari emblemi dell’opera, databile a prima del 1833 per la definizione di “Confraternita” presente nella legenda, è una precisa derivazione dal quadro di San Tommaso ai Cenci proveniente da Santa Maria in Cacaberis, è agevole affermare che anche questa correlazione costituisce una ulteriore sicura testimonianza della presenza del dipinto nella chiesa di Santa Maria in Cacaberis. Seguendo questo ragionamento, forse potrebbe provenire dalla chiesa di Santa Maria in Cacaberis anche la iscrizione precedentemente citata (CONFRATERNITATIS AVRIGARVM VRBIS LIBERA AB OMNI CANONE), nella quale si ricorda la libertà da ogni canone.

Poiché l’ospitalità presso la chiesa di San Tommaso ai Cenci è quanto meno successiva al 1881 (anno in cui fu demolita la Chiesa di Santa Maria in Cacaberis), una delle tante ipotesi possibili potrebbe essere quella che anche l’iscrizione, posteriore al 1818 (anno in cui la Confraternita fu liberata dal canone per l’Ospedale di San Gallicano, ma non ancora dagli altri), ma anteriore al 1833 (come testimoniato dall’unica pianeta conservatesi, la Confraternita già nel 1833 aveva il titolo di “Arciconfraternita”), abbia fatto parte di quei beni mobili che l’opera portò con sé nei diversi spostamenti.

Almeno fino al 1950, nella sacrestia della chiesa di San Tommaso ai Cenci era presente un dipinto su tela raffigurante L’Immacolata Concezione, non più reperito in un controllo datato 1970. Era una copia della fine del sec. XVII o del principio del XVIII del dipinto di Carlo Maratta (1663 ca.) posto sull’altare della Cappella Silva o della Concezione nella Chiesa di Sant’Isidoro a Roma.

Nella schedatura datata 1920 ca., conservata presso la Soprintendenza per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico di Roma, si legge: “Dalla Sacristia si passa alla stanza di adunanza della Confraternita, adorna di ritratti di Papi, Cardinali e prelati benemeriti, di un Crocifisso del secolo XVII-XVIII, di fotografie della chiesa demolita di S. Maria in Cacaberis (dei Calederari), già sede della Confraternita, di ricordi di un cocchiere di casa Altieri, inventore di una ferratura speciale per i cavalli dai piedi difettosi e per il tempo piovoso = Alessandro Maffiolini”. Infatti, in una ricognizione del 1920 ca. ed in una del 1950 risultavano ancora appesi sulle pareti e sugli armadi nella Sala delle Adunanze della Confraternita in S. Tommaso a’ Cenci undici quadri, ivi esposti in quanto appartenenti all’Arciconfraternita che li aveva trasportati in quel luogo dalla chiesa di Santa Maria in Cacaberis, raffiguranti, oltre alla Vergine, ritratti di Santi, di Pontefici e di alti personaggi ecclesiastici: Madonna orante a mani giunte, San Pasquale Baylon in adorazione del Santissimo Sacramento, Ritratto di Papa Clemente XI (1700-1721), Ritratto di Papa Pio IX (1846-1878), Ritratto del Cardinale Silvio Valenti Gonzaga (1738-1756), Ritratto del Cardinale Gabriele Ferretti (1795-1860), Ritratto del Cardinale Carlo Maria Pedicini (1823-1843), Ritratto del Cardinale Andrea … (seconda metà sec. XIX), Ritratto del Cardinale … (prima metà sec. XIX), Ritratto di Mons. Giovanni Capri Galanti (metà sec. XIX), Ritratto di Prelato Commendatore di Santo Spirito (prima metà sec. XIX).

Con il decadere dell’Arciconfraternita ed il conseguente suo abbandono della chiesa, questi dipinti furono trasferiti altrove. Nel 1966, cinque di queste opere erano attestate presso il Vicariato di Roma: Ritratto di Papa Clemente XI (1700-1721), Ritratto di Papa Pio IX (1846-1878), Ritratto del Cardinale Silvio Valenti Gonzaga (1738-1756), Ritratto del Cardinale Carlo Maria Pedicini (1823-1843), Ritratto del Cardinale ….

Nel XX secolo, l’unico documento ufficiale dello Stato Italiano di cui si conosce menzione riguardante l’Arciconfraternita è l’inedito Regio Decreto n° 1068 del 25 aprile 1938, avente per oggetto sei Confraternite con sede in Roma. Documento inedito in quanto, non essendo mai stato riportato integralmente nelle raccolte ufficiali, ma solo citato, non è stato mai pubblicato. Pertanto, non è mai stato divulgato il nome delle Confraternite che costituiscono l’oggetto di questa decisione legislativa.

Con la promulgazione di esso, l’Arciconfraternita diventava a tutti gli effetti un Ente Ecclesiastico legalmente riconosciuto. Ne riportiamo integralmente il testo:

Vittorio Emanuele III

per grazia di Dio e per volontà della Nazione

Re d’Italia e Imperatore d’Etiopia

visto l’art. 77, primo comma, del Regolamento approvato con R. Decreto 2 dicembre 1929 VIII, n. 2262, in relazione all’art. 29, lett. c), del Concordato con la Santa Sede ed all’art. 17 della legge 27 maggio 1929, n. 848; ritenuto che, ai termini dei citati articoli, le Confraternite aventi scopo esclusivo o prevalente di culto debbano passare alla dipendenza dell’Autorità Ecclesiastica per quanto riguarda il funzionamento e l’amministrazione; Ritenuto che, nei confronti delle Confraternite sotto indicate, è stato accertato, d’intesa con l’Autorità Ecclesiastica, lo scopo di cui sopra; vista la legge 6 aprile 1933 XI, n. 455; udito il parere del Consiglio di Stato; sulla proposta del Capo del Governo, Primo Ministro Segretario di Stato, Ministro Segretario di Stato per gli Affari dell’Interno;

abbiamo decretato e decretiamo

le seguenti Confraternite, con sede in Roma, passano alle dipendenze dell’Autorità Ecclesiastica per quanto riguarda il funzionamento e l’amministrazione ai termini dell’art. 29, lett. c), del Concordato con la Santa Sede:

  1. Arciconfraternita di Maria SS.ma del Buon Consiglio;
  2. Arciconfraternita del SS.mo Sacramento e Congregazione di Maria SS.ma sotto il titolo della Neve;
  3. Confraternita del SS.mo Sacramento di Santa Maria, in Trastevere;
  4. Arciconfraternita del SS.mo Sacramento e della Regina dei Martiri Maria SS.ma Addolorata;
  5. Arciconfraternita dei Cocchieri;
  6. Arciconfraternita del SS.mo Sacramento nella Basilica Lateranense.

Ordiniamo che il presente Decreto, munito del Sigillo dello Stato, sia inserito nella raccolta ufficiale delle leggi e dei decreti del Regno d’Italia, mandando a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

Dato a Roma il 25 aprile 1938-XVI.

Vittorio Emanuele                                                                                                                                                        Mussolini

Questo decreto è particolarmente degno di rilievo in quanto, oltre ad un mutato contesto storico nei rapporti fra le autorità religiose e quelle civili, attesta anche uno stato di crisi dell’Arciconfraternita. Se non ci fossero stati in qualche modo momenti di crisi nella gestione dell’Arciconfraternita, non sarebbe stato necessario un Regio Decreto per il passaggio dell’Arciconfraternita dei Cocchieri alle dipendenze legali dell’Autorità Ecclesiastica (Vicariato di Roma), per quanto riguardante il funzionamento e l’amministrazione.

Putroppo, con il tempo l’Arciconfraternita è sempre più decaduta. Ancora oggi, nelle cappelle laterali di San Tommaso ai Cenci può sembrare a noi di scorgere la figura solitaria dell’ultimo “vetturino” romano che abbia indossato l’abito della Confraternitas Aurigarum Urbis, Gustavo Danti, deceduto intorno al 1946. Con la sua morte, l’Arciconfraternita ha cessato la sua vera e propria attività ed è stata commissariata dal Vicariato di Roma.

Dal 1984, tramite la lungimirante meritoria azione del suo Commissario responsabile, don Ennio Innocenti, l’Arciconfraternita di Santa Maria degli Angeli e di Santa Lucia dei Cocchieri di Roma ha ricominciato a vivere e ad agire per una nuova più alta missione.

Al presente, pur non avendo ancora nuovamente fra i suoi membri un cocchiere di professione, sotto il suo antico nome di Sacra Fraternitas Aurigarum Urbis, l’Arciconfraternita svolge attivo servizio di apostolato nel campo della cultura e della buona editoria cattolica.

Da conduttori di veicoli, a conduttori di anime.

APPENDICE

Come lo vediamo oggi nella Chiesa di Santa Lucia della Tinta, il miracoloso dipinto raffigurante La Santissima Vergine Regina degli Angeli, che può essere datato alla prima metà del XVI secolo, rappresenta la Madonna seduta con in braccio il Bambino che tiene nella mano sinistra un piccolo globo dorato; alle sue spalle, a destra Santa Caterina d’Alessandria e, a sinistra, San Giuseppe; ai suoi piedi, a destra un uomo con le mani giunte che può essere identificato con un presunto committente o donatore, a sinistra San Giovannino con il cartiglio ECCE AGNVS DEI avvolto intorno alla croce; in alto, due Angeli si librano nell’aria sorreggendo con le mani una corona sopra il capo della Vergine.

Non è questa però la vera antica iconografia dell’affresco. Nella prima tavola a colori che orna la copertina dello Statuto della Confraternita datato al 1622, già facente parte della Biblioteca del Cardinale Mazzarino ed ora conservato presso la Biblioteca Nazionale di Parigi, molto chiaramente sono rappresentati solo la Vergine con il Bambino incoronata da due Angeli.

Il restauro effettuato da Carlo Giantomassi nel 1983 ha permesso di accertare che originariamente l’affresco comprendeva solo le figure della Madonna e del Bambino e che le altre figure sono state aggiunte posteriormente alla composizione. È stata avanzata a questo proposito l’ipotesi che le figure di San Giuseppe, San Giovannino, Santa Caterina d’Alessandria e del Committente siano state aggiunte al dipinto forse proprio nell’occasione della particolare solennità dell’incoronazione del 1667.

Ciò, però, non è esatto. In una incisione di Pietro Bombelli, databile tra il 1780 e il 1790, in stretta concordanza con una incisione di Pietro Camuccini e Pietro Bombelli datata 1781, riproducente il quadro Santa Lucia Vergine e Martire di Siracusa, anch’esso presente in Santa Lucia della Tinta, sono rappresentate solo le figure degli Angeli, della Madonna, del Bambino, San Giuseppe e Santa Caterina d’Alessandria. Di conseguenza, le figure del piccolo San Giovanni Battista e del presunto committente o donatore sono state dipinte dopo di questa data. Quindi, esistono per lo meno tre fasi di completamento dell’affresco, evidentemente dettate da specifici motivi di pietà popolare.

Ricordiamo anche che, poiché le truppe francesi alla fine del XVIII secolo avevano asportato l’aurea corona della Madonna degli Angeli in Santa Lucia della Tinta, l’Arciconfraternita di Maria Santissima Salus Infirmorum e dei Santi Ivo, Egisio e Gimnesio della Curia Romana, che si era stabilita nella chiesa dopo il 1824, ne aveva chiesto nuovamente l’incoronazione. Ottenuta per l’intercessione di Papa Leone XIII (1878-1903) la nuova incoronazione, il suo Primicerio, Mons. Francesco Casetta pote’ effettuarla il 23 giugno 1895. Per l’occasione, fece ritrarre il sacro affresco dal pittore Angelo Zoffoli e stampare molte copie di questo dipinto in fototipia su carta e seta dall’officina Danesi.

Questa nuova opera, che si conserva tuttora nella sacrestia della Chiesa di Santa Lucia della Tinta, a conferma della specifica volontà per la quale era stata commissionata, reca la legenda:

IMAGO MARIAE REGINAE ANGELORVM

QVAE ROMAE COLITVR

IN AEDE EIVS ET S. LVCIAE VIRG. MART.

AVREO DIADEMATE ITERVM REDIMITA /

NONO KAL. QVINTILES AN. MDCCCXCV.

Considerati il mediocre stato di conservazione dell’affresco originale e la sua scarsa leggibilità nonostante l’ottimo e recente restauro, la copia dipinta dallo Zoffoli ci permette di percepire diversi dettagli ormai andati perduti; in particolare, come venisse accettata normalmente quale autentica la iconografia presentante le diverse interpolazioni ed aggiunte e non ci si chiedesse, ad es., come mai nel dipinto fosse presente Santa Caterina d’Alessandria.

Quasi certamente, la figura di Santa Caterina d’Alessandria è in se stessa un’ulteriore attestazione della particolare devozione alla sacra immagine da parte della Confraternita dei Cocchieri, in quanto, come “patrona dei costruttori di ruote”, a simboleggiare l’omaggio dei cocchieri viene aggiunta in un momento successivo accanto alle figure di San Giuseppe e del piccolo San Giovanni Battista, facilmente spiegabili con la storia evangelica.

D’altronde, ci potrebbe essere forse un qualche ulteriore legame fra Santa Caterina e San Biagio, in quanto il tipo di ruota che compare vicino alla Santa ricorda quelle usate per torcere il lino e la canapa e per fabbricare le funi e proprio per questo la Santa era venerata dalla Università dei Linaroli, Canepari e Funari, mentre tutti coloro che lavoravano la lana (Lavoranti dei Lanari e Copertari, dei Linaroli, Canepari e Funari) avevano una speciale devozione per San Biagio in quanto gli attrezzi del loro mestiere ricordavano i pettini con i quali era stato martirizzato il Santo.

Come si può rilevare da questi brevi cenni storici, nella ricostruzione della storia dell’Arciconfraternita restano ancora aperti molteplici interrogativi, che confido il prosieguo degli studi potrà forse sciogliere.

L’importante, è che la venerazione per l’antica immagine della Vergine non è mai cessata e continua tuttora.

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