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mar 292019

Vollero morto Gesù, non capirono Chi davvero avessero davanti. E’ vero che Gesù aveva finalmente svelato il suo mistero, ma essi non lo presero sul serio, pensarono che fosse un millantatore, un bestemmiatore.

E’ vero che Gesù aveva dato prove, anche pubbliche, di essere accreditato da Dio, ma i suoi nemici non le vagliarono, a causa delle loro disordinate pressioni personali e politiche. Erano accecati. Per fare un paragone: quelli di “Lotta Continua” sapevano che Luigi Calabresi non era nella stanza della tragedia di Pinelli, ma – come Sofri confessò poi in Tribunale – erano accecati: Calabresi doveva morire.

Così Gesù era già da tempo che doveva morire; poi ci fu pure uno dei suoi discepoli a dire loro che non ci credeva e che lo vendeva, perciò che c’era più da aspettare? Bastava non turbare l’ordine pubblico! Per giunta Gesù non contestò il loro modo di procedere…  Anche San Paolo lo riconosce espressamente: se i Sinedriti avessero capito che Gesù era davvero Dio, si sarebbero fermati. Del resto anche Gesù in Croce lo dichiara: “Non sanno quel che fanno”. Ma non erano certo innocenti, il loro accecamento era colpevole, perciò dovevano essere puniti tutti coloro che non avevano proceduto rettamente portando Gesù alla croce, cominciando da Giuda, ma non solo lui, parecchi furono colpevoli. Se poi si pentirono, lo sa solo Dio.

Don Ennio Innocenti

mar 292019

Il capitolo XV del Vangelo di Luca, posto al centro del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, costituisce il ‘cuore del terzo Vangelo’. Esso comprende tre parabole, generalmente dette “dell’amore misericordioso”, che, pur distinte, possono e debbono essere lette come un unico discorso parabolico: quella della pecora perduta, quella della dracma perduta e quella che una volta era definita comunemente “del figliol prodigo”.

Il viaggio di Gesù verso Gerusalemme si svolge certo nello spazio, ma è anche un itinerario spirituale, di progressiva comprensione del mistero di Cristo da parte dei discepoli che lo seguono, ed è quello che forse esprime meglio la caratteristica più nota del Vangelo di Luca, che Dante ha definito “scriba mansuetudinis  Christi”, “scrittore della misericordia di Cristo”.

Il capitolo esordisce in questo modo: “Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano: ”Costui riceve i peccatori e mangia con loro”. Allora egli disse loro questa parabola”. Mentre nel precedente cap. XIV Gesù mangia con i farisei, qui mangia con i ‘peccatori’: farisei e scribi sono presenti, ma a distanza, indignati per il comportamento di Gesù.  La frequentazione da parte di Gesù di “pubblicani e peccatori” è quasi un leit-motiv dei Vangeli  e serve a chiarire meglio il senso della missione di Gesù. I pubblicani e i peccatori si avvicinano e ascoltano, i farisei e gli scribi, invece, mormorano contro Gesù. I primi ascoltano la Parola e spesso l’accolgono, i secondi non capiscono quel Rabbi che frequenta gente ai margini della società, mentre essi, che osservano scrupolosamente la Legge, si reputano “in regola” con Dio, e però sono chiusi, impermeabili alla Parola di Gesù.

Le tre parabole hanno un tema unico ed un unico filo conduttore: la perdita e il ritrovamento.

La prima narra la perdita di una pecora a causa del suo allontanamento dall’ovile, mentre la seconda ci presenta la perdita di una moneta dentro casa: in entrambi i casi, alla perdita seguono la ricerca, il ritrovamento, la gioia e la condivisione della gioia con gli amici.

La prima parabola, quindi, è figura dell’allontanamento da Dio mediante il distacco fisico, mediante l’abbandono della casa comune; la seconda parabola allude ad un’altra forma di allontanamento da Dio, che si realizza senza che all’esterno traspaia alcun distacco ma che, tuttavia, non è meno reale del primo e che, in più, induce nell’illusione di essere “a posto” di fronte a Dio. Queste due parabole, insieme all’esordio del capitolo che abbiamo sopra ricordato, ci forniscono allora la chiave di lettura della terza parabola, quella che possiamo chiamare ora “del figlio perduto e ritrovato”.

In questa terza parabola – che ha fornito il tema per tante opere d’arte (basti pensare a “L’abbraccio benedicente” di Rembrandt) ed è stata definita “un Vangelo nel Vangelo” e che è una delle più studiate ma tuttavia sempre in grado di offrire nuovi spunti di riflessione –  sono presenti  entrambe  le  categorie di  persone:  i  “peccatori” che si  allontanano dalla casa  del  Padre, rappresentati dal figlio più giovane,  e i “farisei”, rappresentati  dal fratello maggiore, che “mormora” contro il Padre,  a lui si ribella e non vuole più entrare nella sua casa.

Quella dei farisei è però una categoria perenne: infatti, quanti cristiani che non hanno abbandonato visibilmente la casa del Padre, la Chiesa, ritengono di essere “a posto” di fronte a Dio pur limitandosi a una adesione meramente formale alla dottrina, senza compiere l’ulteriore passo, quello decisivo, per trasformare questa adesione – pur fondamentale ed anzi indispensabile – in esperienza personale? Quanti, al contrario, piegano i precetti cristiani alle loro opzioni o situazioni personali e quindi in realtà ne prescindono, ritenendoli non più adeguati ai tempi, e tuttavia continuano a professarsi cristiani?

Il figlio più giovane ricorda anche Adamo, il quale, con la sua ribellione contro Dio, aspira a diventare come Dio, a rendersi autonomo da lui, senza rendersi conto che Dio è la sua radice, che tutto quello che egli è lo deve a Dio, che egli è in quanto partecipe dell’Essere di Dio.  Il figlio più giovane è preso dalla smania di svincolarsi dall’autorità paterna e non capisce che l’essere figlio non significa dipendenza bensì libertà, significa restare nella relazione d’amore che dà senso all’esistenza umana.  Egli quindi reclama la sua parte di eredità, come se il padre fosse già morto, perché per lui è veramente morto. Il padre gliela concede e lui se ne va “lontano”. Il distacco e la lontananza dal Padre, però, lungi dal portare ad una affermazione dell’uomo, non possono che portare al suo annullamento esistenziale, come dimostra il seguito della parabola: colui che era veramente libero, che aveva la libertà del figlio, adesso è un servo.

Il primogenito, a sua volta, simboleggia anche il popolo ebraico, il nostro “fratello maggiore”: egli però non ritiene di avere un fratello, che apostrofa sprezzantemente “tuo figlio” nel rivolgersi al padre, così come non pronuncia mai neanche la parola “padre”; ed infatti, nella Legge e nei Profeti mai gli Ebrei nelle loro preghiere si rivolgono a Dio chiamandolo “Padre”, e Gesù stesso li accusa di “non conoscere il Padre” (Gv. 8, 19): e vedremo che senza la conoscenza del Padre (e del suo figlio Gesù Cristo) ben difficilmente si arriva alla vita eterna. Il primogenito è totalmente chiuso, convinto che il non aver mai trasgredito un “comando” del padre lo faccia essere “in regola”, lo renda “giusto” e lo debba rendere unico. Egli ritiene ingiusto il comportamento del padre che ha accolto l’altro figlio e dalle sue parole traspare come anch’egli non comprenda la grazia dell’essere a casa in qualità di figlio, con il padre, e la libertà vera che da ciò ne consegue.  Il padre non limita i suoi diritti, dimostra verso di lui le stesse premure, lo stesso amore che ha dimostrato verso il figlio più giovane: si comporta da padre con entrambi, esattamente allo stesso modo: ma egli non se ne avvede, non ha stabilito col padre un rapporto autentico,  di amore filiale,  egli non ama un padre ma obbedisce a un padrone, e non solo ha snaturato il suo rapporto col padre, ma è sdegnato dell’amore del padre per il figlio più giovane, non accetta che il padre lo abbia accolto nella casa comune, pretende l’esclusività. Eppure, il padre gli ricorda: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo”, usando le stesse parole con le quali Gesù descrive il suo rapporto con il Padre: “Tutte le cose mie sono tue e tutte le cose tue sono mie” (Gv. 17,10).

La parabola può quindi essere chiamata a buon diritto “del padre misericordioso” in quanto la figura centrale è proprio quella del padre, il cui comportamento è il riflesso del comportamento di  Dio: un padre che aspetta sempre i figli, che è pronto ad accoglierli, che li sollecita ad entrare nella propria casa,  che li ama e che tuttavia non è da essi conosciuto e amato.  Essa costituisce il cuore della teologia di Luca: l’amore misericordioso del Padre verso il peccatore, la sua volontà di salvare tutti, purché corrispondano al suo amore. E anche noi siamo chiamati ad essere misericordiosi come lo è il Padre nostro (Lc. 6, 36).

Altra nota caratteristica e comune alle tre parabole è la gioia: il rallegrarsi per la pecora ritrovata, per la moneta ritrovata, per il figlio che torna non è solo una gioia interiore, ma ha bisogno di essere condivisa con gli altri, perché gli “altri” non sono “estranei”, con essi facciamo parte della stessa comunità, immagine della comunione dei Santi.

Entrambi i figli, dunque, peccano sostanzialmente dello stesso peccato: il disconoscimento del padre.  Nel  caso del  figlio  più giovane  – figura dei  “pubblicani” e dei  “peccatori”, di Adamo e quindi dell’umanità tutta – esso si manifesta mediante l’abbandono visibile della casa del Padre per seguire le lusinghe del mondo; nel caso del figlio primogenito – figura dei “farisei” e degli “scribi”, nonché spesso del popolo ebraico di allora – esso si manifesta mediante l’evidenza di un rapporto meramente legalistico e formale, mediante la negazione del legame fraterno, naturale conseguenza del disconoscimento del Padre.

Mentre il  figlio più giovane, dopo un lungo cammino di maturazione interiore, “rientra in se stesso” e  ritorna dal padre, e nell’incontro e nell’abbraccio del padre  riacquista la libertà del figlio ed è finalmente in grado di ricambiarne l’amore, il figlio primogenito, invece, resta chiuso in se stesso, non riesce a conoscere veramente la realtà – la verità –  del padre, che non vede come tale, e resta convinto del torto subito per avere il padre accolto nella sua casa l’altro figlio: e, privo della conoscenza e dell’amore per il padre, preferisce restare fuori della casa paterna, malgrado le insistenze del padre.

Rientrerà? La parabola resta aperta, e la storia pure.

Alessandro Barilà

mar 292019

Perché Gesù parlava con parabole?

I discepoli stessi posero tale domanda a Gesù, meravigliati che egli così si rivolgesse alle folle, alle quali non parlava “se non con parabole”, e ne hanno ricevuto una risposta quanto meno disorientante: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti, a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono” (Mt. 13, 11-13).

Ma allora le parabole servono a non far comprendere il messaggio di Gesù, che veniva riservato ad un ristretto numero di prescelti, ai quali soltanto egli spiegava il loro vero significato?

In realtà non è così, “poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere rivelato, e di segreto che non debba essere manifestato” (Mt. 10,26). Quindi, le parabole hanno la funzione di far comprendere, “a chi non è dato conoscere i misteri del regno dei cieli”, le verità rivelate da Cristo, ovviamente, però, secondo il grado di comprensione di ciascuno.  Esse hanno spesso più piani di lettura, non sempre agevolmente distinguibili: letterale, morale, spirituale, e non solo l’uno non esclude l’altro, ma tra di essi v’è una profonda interrelazione che si pone come garanzia contro il rischio di interpretazioni arbitrarie. Infatti, “rivelare” ha un doppio significato: sia quello di “svelare”, sia quello di “ri-velare”, quindi di coprire con un nuovo velo il senso profondo di ciò che si dice, che solo chi ha “orecchi” può “intendere”.

Gesù, che è la Luce che viene nel mondo, è come una lampada che non può essere messa sotto il moggio, bensì sopra di esso in modo che tutti possano vederla: e perciò Egli proclamerà  “cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”; tuttavia, egli aprirà la sua bocca con parabole, che spiega solo ai discepoli in privato, lontano dalle folle, in quanto  “a voi Dio ha concesso il segreto del Regno di Dio”, mentre a quelli che non sono discepoli (tòis  exo = qui foris sunt= quelli di fuori) “non è dato conoscere i misteri del Regno dei cieli”, e “ tutto è misterioso, affinché essi – come sta scritto –  guardino ma non vedano, ascoltino ma non comprendano, a meno che non si convertano e Dio perdoni loro” (Mc. 4,12).

La parabola, quindi, richiede di essere spiegata: è una luce, sì, ma minore rispetto al linguaggio diretto. Essa era un primo approccio, un invito di Gesù rivolto a tutti; chi rispondeva al suo invito e diveniva suo discepolo, chi accoglieva il suo messaggio, era poi ammesso alla spiegazione delle parabole e poteva avere accesso al mistero del Regno di Dio.  Quindi, c’è necessità di una previa risposta dell’uomo a Dio.

Da ciò consegue che le cose riguardanti i misteri del Regno di Dio non solo richiedono “una comunicazione proporzionata alla nostra natura, che è incapace di salire immediatamente verso le contemplazioni  spirituali e che necessita di graduali passaggi verso l’alto a lei consoni e naturali” (Dionigi, CH, II, 140 A), ma  anche che è cosa assai conveniente che la verità  “venga nascosta mediante enigmi misteriosi  e  sacri  e che sia resa inaccessibile ai più” (Dionigi, CH, II, 140 B) fino al momento in cui si possiederà la debita preparazione, in quanto  non bisogna dare le cose sante ai cani e gettare le perle ai porci (Mt. 13,11).

Secondo una bella immagine di Origene, la Sacra Scrittura è come un albero che si sviluppa in proporzione all’impegno e alla illuminazione dell’interprete. Bisogna allora evitare l’errore dei dottori della legge che,  essendo rimasti alla lettera, si sono condannati alla incomprensione del senso profondo, spirituale, delle Scritture, e quindi a non raggiungere la conoscenza  pur avendone la “chiave”, impedendo così anche agli altri di comprendere compiutamente il senso delle Scritture: “Guai a voi, dottori della legge, che avete portato via la chiave della conoscenza: non siete entrati voi e non lo avete permesso a quanti lo volevano” (Lc. 11, 52). Questa “chiave” sarà consegnata agli uomini da Gesù.

Cristo, infatti, è al contempo rivelatore e rivelato.  E come ai discepoli di Emmaus, alla spiegazione delle Scritture da parte di Gesù, il cuore ardeva, così avviene a chiunque colga –  Deo iuvante –  al di là del senso letterale e di quello morale,  il senso spirituale dei testi sacri.

“Il tempo di Gesù è il tempo della semina e del seme. Il Regno di Dio è presente come un seme. Solo con la propria morte il seme produce frutto; così, solo la morte di Gesù è la via per ottenere” la conversione. “Sulla croce le parabole vengono decifrate. Dice il Signore nei discorsi di addio: ‘Queste cose vi ho dette in similitudini [in linguaggio velato]; ma verrà l’ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre’ (Gv. 16,25). Le parabole quindi parlano in modo nascosto del mistero della croce… L’invito nascosto delle parabole è quello di credere in Gesù Cristo come al Regno di Dio in persona”. (J. Ratzinger-Benedetto XVI: “Gesù di Nazaret”).

Alessandro Barilà

Le elezioni saranno una bella cosa, ma la propaganda lo è meno, perché è una contrapposizione e tende a falsare le differenze, mentre il popolo è tale in quanto è spiritualmente unito nella tensione per il medesimo bene comune.

Purtroppo i beni materiali favoriscono interessi particolari, per cui sono da incoraggiare i beni spirituali, ma questi sono spesso viziati da ideologie che inclinano verso il materiale. Bisogna, pertanto far valere i beni morali nei quali il consenso è più spontaneo e saldo, ma questi sono più amabili quando sono orientati verso il Sommo Bene, hanno cioè una motivazione religiosa. Ovviamente la religione è individualmente filtrata ma la sua cornice dogmatica garantisce una certa omogeneità di apprezzamento.

Nel nostro contesto vivono varie religioni ma due, in particolare si differenziano dalla maggiormente seguita, ossia la cattolica: la protestante, attestata specialmente al nord, e l’ortodossa seguita specialmente al sud, per condizionamenti storici.

Ortodossi e cattolici sono i più simili tra loro, confessanti la stessa fede dei Padri, ma differenziati nella professione comunitaria liturgica, nel rito eucaristico.

Tuttavia sarebbe utile che essi si attenessero al significato essenziale del rito il quale consiste anzitutto nell’offerta di se stessi a Dio e nell’offerta di Dio a noi.

Tutti chiedono allo Spirito Divino di essere accolti e invocano lo Spirito Divino perché si renda presente in modo da essere partecipato.

Attraverso i simboli del pane e del vino chiedono di essere trasformati nel corpo sacramentale di Cristo Dio e, comunicando con questo corpo, di essere trasformati nel corpo ecclesiale.

Non c’è miglior modo per fortificare l’unione spirituale del popolo cristiano nello Spirito Divino, il quale è disceso per formare il Corpo di Cristo e discende per alimentare la nostra solidarietà spirituale e civica affinché, nell’unione che è forza, realizziamo il Bene Comune.

Proprio nella sua religiosità il popolo diventa più unito e perciò anche vittorioso nelle tentazioni disgregatrici.

Don Ennio Innocenti

mar 232019

E’ sorprendente che questa idea venga suggerita da un quotidiano cattolico. La mistica riguarda solo graduazione della comunione della persona religiosa con Dio. Ma questa ascesa è sproporzionata per le forze umane, Dio è troppo al di sopra di esse, perciò è necessario che Lui si faccia incontro e attragga la nostra collaborazione: questa solo è la via giusta che io chiamo la gnosi pura.

Ma vedo che si propone un’altra strada, quella della cabala ebraica assicurando che essa consiste proprio in una tecnica che si può insegnare per raggiungere l’unificazione con Dio: questo, per me, è gnosi spuria.

Si obbietta che i Gesuiti offrono anch’essi una tecnica di esercizi spirituali attraverso i quali si raggiungono gli stessi risultati. Ma questo asserto è infondato.

Gli esercizi proposti dai Gesuiti presuppongono tutti i dogmi e tutti gli aiuti soprannaturali della Chiesa Romana.

I Gesuiti presuppongono già la fede in Dio e insegnano soltanto a mettere Dio al primo posto e tutte le creature come mezzi, solo mezzi, da utilizzare che crescere nell’amore per Dio. Insegnano a ripudiare il disordine interiore che ostacola l’attrazione divina per meglio disporsi all’iniziativa divina e a pregare in vari modi. Quel che fa un confessore ordinario i Gesuiti lo concentrano in un mese o anche in una settimana, ma non s’illudono certo di “sfornare” il santo dopo quel periodo! La cabala è un’altra cosa, è una tecnica esoterica parente della magia. Non ha niente a che fare con l’ascetica e la mistica cattolica.

Don Ennio Innocenti

Crisi della Sinistra?

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mar 202019

L’esito delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 ha riproposto un tema – quello della crisi della Sinistra – tutt’altro che nuovo, in quanto le élites intellettuali ne discutono almeno da cinquanta anni non solo in Italia bensì anche in Europa e negli Stati Uniti d’America.

E’ dunque piuttosto fatuo imputare la responsabilità della sconfitta elettorale del Partito Democratico ad errori o alla personalità del segretario del partito e della sua classe dirigente, che possono certo avere inciso in qualche misura, ma che non possono essere ritenuti determinanti proprio perché tale crisi (che esiste, ma in termini diversi da quanto si ritiene abitualmente) risale nel tempo e si inscrive in una più ampia parabola discendente di tutti i partiti di sinistra europei.

E’ necessario, pertanto, che tutta la Sinistra, e non solo il Partito Democratico, si proponga di individuare le cause di questa sconfitta; ma, in via preliminare, è indispensabile una riflessione su quale sia o debba essere il contenuto identitario di una forza politica ‘di sinistra’ nell’attuale contesto storico. Addirittura, a seconda di come si individuano i tratti identitari della Sinistra, si potrebbe porre la domanda se abbia ancora senso, oggi, sostenere la possibilità o la necessità di una ‘Sinistra’. E’ noto, infatti, che da più parti si sostiene che le contrapposizioni Destra/Sinistra siano ormai superate e prive di significato; affermazione, questa, un tempo sostenuta solo da qualche intellettuale, ma oggi molto più condivisa e fatta propria anche da un movimento politico come quello dei “5 Stelle”, che proclama essere ormai intervenuta la ‘fine delle ideologie’ e che si definisce esplicitamente “né di destra né di sinistra”.

Tuttavia, l’affermazione che le categorie di Destra e di Sinistra sono ormai superate presuppone, come è ovvio, una definizione sia della Destra che della Sinistra. Va subito detto che Destra e Sinistra sono designazioni relativamente recenti, desunte semplicemente dalla collocazione dei rappresentanti dei partiti nelle aule parlamentari rispetto al Presidente dell’assemblea, collocazione che risale al tempo della Rivoluzione francese: nel 1789, l’Assemblea degli Stati Generali – la cui disposizione verticale-gerarchica, con il Re in alto e via via scendendo i vari ceti sociali (clero, nobiltà, terzo stato), rappresentava plasticamente l’immagine di una società come ‘organismo’ in cui le singole parti sono tra loro interconnesse – si dispose diversamente, in modo non più verticale-gerarchico, ma in modo orizzontale con i rappresentanti dei corpi sociali strutturati per ‘opinioni’ e ‘partiti’: a destra del Presidente, coloro che sostenevano lo status quo e il mantenimento del potere di veto regio; a sinistra, i propugnatori della sua riforma. Da allora la Destra è stata identificata con la posizione di ‘conservazione’ tendenziale dell’ordine esistente, mentre la Sinistra è identificata, nelle sue varie sfumature, con la tendenza a modificare tale ordine, a riformarlo o a sovvertirlo del tutto per sostituirlo con un altro.

Tale definizione, inizialmente “neutra” in quanto meramente descrittiva e priva di contenuti valoriali, assume una qualificazione positiva quando la tendenza al mutamento comincia ad essere vista come un ‘progresso’ in sé; conseguentemente, le forze politiche che sostengono le idee di cambiamento, cioè le ‘progressiste’, sono quelle portatrici di valori positivi, mentre la Destra, con le sue posizioni ideologiche di difesa dello stato di cose presente, viene definita come conservatrice o reazionaria e, opponendosi al progresso in quanto i valori in cui essa crede sono immutabili, viene vista come una forza retriva, che difende gli interessi dei potenti e propugna valori che il “progresso” disvela come posti a difesa delle classi abbienti. Come si vede, l’idea evoluzionista – formulata inizialmente come ipotesi limitata al mondo animale – è stata successivamente trasferita, (tra l’altro, come se si trattasse di un’acquisizione ormai definitiva), anche nel campo delle scienze sociali ed applicata alla storia, confondendo così la storia della civiltà con un processo di evoluzione naturale, per cui il presente è per definizione più “evoluto” rispetto al passato e meno “evoluto” rispetto al futuro.

Questa contrapposizione tra Destra intesa come ‘conservazione’ (termine che è ora caricato di significato negativo) e Sinistra intesa come ‘progresso’ e ‘cambiamento’ (visti sempre come positivi) non ha tuttavia alcuna stabilità. Infatti, Destra e Sinistra così intese sono definizioni relative e provvisorie, applicabili solo in una determinata situazione politica e sociale, e non ne indicano il “contenuto sostanziale”; perciò, una formazione politica, qualificata ‘di sinistra’ in un certo contesto, può essere superata ‘a sinistra’ da una nuova formazione che propone ulteriori cambiamenti alla situazione sociale e quindi in tal modo viene a trovarsi alla sua destra, pur non avendo affatto mutato la propria proposta politica. E così la Sinistra finisce per trasformarsi in Destra: basti pensare a quanto avvenuto nell’URSS, dove i comunisti, ormai al potere, divengono ‘conservatori’ e quindi si collocano a destra, mentre gli anticomunisti, che si oppongono alla conservazione dell’esistente e sono favorevoli a mutamenti in senso democratico e liberale, vengono riguardati come ‘progressisti’ e collocati a sinistra dello schieramento politico, laddove in Occidente sarebbero ritenuti forze politiche di destra. D’altra parte, l’evoluzione dal liberalismo al democraticismo, da questo al socialismo, e da questo ancora al comunismo non è altro che un progressivo spostamento a sinistra della proposta politica che fa giudicare ‘conservatrice’ una posizione prima giudicata di sinistra. Tale evoluzione, inoltre, dimostra come la Sinistra sia sempre il risultato di una costante insoddisfazione e del conseguente spirito critico e di scissione. E’ evidente, altresì, che, per converso, i valori che prima erano considerati di Sinistra ora vengono qualificati “di Destra”.

Perciò, riteniamo che sia necessario individuare la sostanza identitaria di tali movimenti dello spirito: e allora la vera essenza consiste, per quanto riguarda la Destra, nella difesa del concetto di limite, proprio dello spirito tradizionale – inteso come quello che si fonda su una concezione del mondo basata su valori immutabili, esistenti ab aeterno perché non posti dall’uomo, ma risalenti all’ordine naturale del mondo e tramandati di generazione in generazione, e che nel campo sociale prevede una società gerarchica in cui la funzione del comando è legata al servizio e non all’esercizio del potere –; la Destra rettamente intesa è fedeltà allo spirito della tradizione che rimanda a un ordine increato di valori, indipendenti da qualunque arbitrio umano. Per quanto riguarda la Sinistra, la sua essenza consiste nel rifiuto del limite, nella contestazione di tali valori, che essa ritiene imposti dalle classi dominanti a difesa dei propri interessi, e nel propugnare il ‘progresso’ continuo dell’umanità, sia in campo sociale, verso un avvenire di uguaglianza, in cui sia abolita ogni gerarchia, sia nel campo dei valori, che non sono immutabili ma, al contrario, essendo posti dall’uomo, devono essere continuamente aggiornati nel tempo in funzione delle contingenze storiche.

Così intese Destra e Sinistra, in primo luogo possiamo affermare la validità perenne di tale dicotomia, che permane irriducibile anche oggi; in secondo luogo, non può certo dirsi che la Sinistra abbia fallito, tutt’altro: infatti, mai come nell’epoca moderna è del tutto assente l’accettazione di un limite all’agire umano, così come sono rifiutati i valori spirituali posti a base di ogni ordine sociale tradizionale.

Se invece – come comunemente viene fatto, grazie alla capacità che ha avuto la Sinistra di imporre i propri moduli concettuali – per Destra si intende una “tecnica di gestione del potere al servizio dei più forti”, allora è evidente che la sconfitta della Sinistra è completa giacché mai come adesso le cosiddette élites economiche e finanziarie hanno avuto tanto potere, in grado come sono di condizionare agevolmente anche gli Stati nazionali. In realtà, però, tali élites non sono affatto di destra, come invece viene solitamente affermato: al contrario, esse sono l’esito del liberismo, e il liberalismo è nettamente antitradizionale poiché segna l’avvio della rivoluzione della borghesia contro la società organica tradizionale, per quanto decaduta ormai essa fosse, e vengono considerate di destra per il semplice fatto che tendono a “conservare” il potere che hanno acquisito con le “riforme”, le “rivoluzioni”, il “progresso” promossi dalla Sinistra.

Sembra corretto, quindi, individuare nella perenne insoddisfazione del presente e nella conseguente ansia di un mondo nuovo, in cui tutte le ineguaglianze vengono eliminate, il motivo centrale dell’essere ‘di sinistra’. La Sinistra tende sempre al cambiamento: per essa, il mondo è sempre deficitario e spetta all’uomo rovesciare l’ordine esistente fino a giungere ad un ordine nuovo in cui sarà realizzata la perfetta uguaglianza sociale. L’uomo di sinistra condanna il presente – società, famiglia, istituzioni, morale…,  perché non corrisponde al suo ideale e quindi vuole cambiarlo.

Per la Destra il mondo in sé è ordine e bellezza, è ‘buono’ in quanto uscito all’origine dalla volontà creatrice di Dio, ed è l’uomo ad essersi allontanato dalla perfezione originaria con la sua ribellione a Dio e la conseguente ‘caduta’, ed è l’uomo, pertanto, la causa del male nel mondo; questo può essere eliminato solo con la restaurazione dello stato di perfezione originaria; per la Sinistra, invece, il mondo è sempre imperfetto e spetta all’uomo, quale nuovo demiurgo, stabilirne l’ordine nuovo, mediante un progresso continuo nel tempo (si può ricordare, a tale proposito, che la bandiera brasiliana riporta il motto “Ordine e progresso”); questo ordine perfetto, tuttavia, è destinato a non realizzarsi mai in quanto, appena instaurato un nuovo ordine, esso diviene ‘situazione’ che, come tale, va superata. Quello che per l’uomo di sinistra è progresso per l’uomo di destra è decadenza perché è allontanamento dal principio.

Quello della Sinistra è un costante atteggiamento di rottura: con l’ordine presente, con la tradizione e i suoi valori; la sua aspirazione ad un mondo nuovo e perfetto, tuttavia, è destinata a non realizzarsi mai e a restare pura utopia perché la Sinistra detesta il mondo così com’è, verso il quale ha sempre un atteggiamento critico. Infatti, come già nel 1969 riconosceva J.-M. Domenach, all’epoca Direttore di Esprit ed espressione del mondo intellettuale progressista, non appena il progetto politico della Sinistra si realizza e diviene situazione esso, in quanto situazione data, diviene subito oggetto di critica e la Sinistra, divenuta ‘partito di potere’, fa emergere inevitabilmente alla sua sinistra una nuova Sinistra, e la prima diviene così ‘Centro’ o addirittura ‘Destra’: conseguentemente, afferma lo stesso Domenach, “gli uomini di sinistra si dividono perché rappresentano dogmi e interessi, e non più una speranza e una volontà di trasformare la realtà”.  Lo stesso Domenach aggiungeva che un altro motivo della crisi della Sinistra era dovuto al fatto che “la lotta di classe si affievolisce nelle società industriali: la massa diventa proprietaria, o almeno tanto largamente consumatrice da indietreggiare davanti alla prospettiva di una rivoluzione”. E già nel 1969 vari intellettuali francesi di sinistra constatavano tristemente che la Sinistra non aveva resistito alla prova del potere e che era in via di sparizione.

Dunque, la crisi attuale della Sinistra europea (o, per meglio dire, le sconfitte elettorali delle forze politiche che si definiscono di sinistra e come tali sono comunemente percepite), risale a vari decenni or sono e su di essa esiste una vasta saggistica: questo non vuol dire che non sussistono anche le responsabilità dei singoli leaders e dei vari partiti che si definiscono di sinistra, ma certo esse vanno inscritte nel quadro di un processo storico che le sorpassa enormemente e che le ridimensiona.

A causa di tale processo storico, c’è chi sostiene che le differenze politiche tra Destra e Sinistra siano ormai ridotte e non investano più le ideologie bensì le tattiche, i mezzi per raggiungere obiettivi sostanzialmente condivisi; altri ritengono che quello che è in crisi ormai da tempo è l’idea stessa di “progresso” (con i suoi corollari di crescita e sviluppo) che è alla base della ideologia di Sinistra, di ogni Sinistra. Il progresso, infatti, da sempre considerato dalla Sinistra – sia liberale che socialista – come il fattore dell’affrancamento dell’uomo dai bisogni, è ora visto, al contrario, come fattore di rischio per l’esistenza individuale e collettiva, che viene minacciata dalla rivolta della natura contro la pervasività della tecnologia nell’utilizzo delle risorse: da qui le mutazioni climatiche, il buco nell’ozono, la crescente desertificazione, le tante catastrofi industriali, l’inquinamento urbano e degli oceani, ecc.: è il caso di sottolineare, a tale proposito, che quello ecologico non è – propriamente – un tema di sinistra, bensì di destra, giacché riguarda la conservazione della natura e del suo ordine.

La Sinistra, preso atto che il progresso, da essa tanto osannato, ha condotto – per una sorta di eterogenesi dei fini – proprio all’affermarsi su scala planetaria di una classe tecnocratica, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere, coerentemente, che tale tecnocrazia non è affatto di destra ma, al contrario, è la propria erede naturale, che si è affermata in tutto il mondo a scapito delle classi che essa inizialmente voleva difendere: ed è per questo che la Sinistra è percepita ormai come establishment, tanto più che essa ha ormai abbracciato altri temi, non più economici, ma culturali, in realtà tipici della borghesia intellettuale (questioni migratorie, ius soli, femminismo, teorie di gender, coppie di fatto, unioni civili, utero in affitto, eutanasia, ecc.), molto lontani dai concreti interessi e bisogni delle classi più deboli.

Da qui, pertanto, l’acuirsi della crisi di identità della Sinistra: da una parte, essa vede messa in discussione l’idea stessa di progresso, su cui si fonda la sua stessa esistenza; dall’altra, ha da molto tempo ormai, se non abbandonato, certo posto con minor rilievo i suoi temi fondanti (su tutti quello dell’abolizione delle disuguaglianze sociali ed economiche, come aveva constatato già alla fine degli anni sessanta del Novecento Domenach, quando affermava che la moderna società industriale aveva ormai svuotato di contenuto le istanze rivendicative tipiche della Sinistra).

Il focus della Sinistra, quindi, si è spostato dal tema dell’uguaglianza delle condizioni economiche a quelli della libertà e dei diritti dell’individuo; mentre per la Destra il fondamento della libertà e dei diritti dell’uomo si trova al di fuori dell’uomo (nell’ordine naturale, e quindi in Dio) e pertanto l’uomo non può disporne a suo piacimento (ricordiamo il senso del limite proprio della Destra), la Sinistra considera la libertà e i diritti civili come assoluti, senza alcun limite oltre quelli eventualmente posti dall’uomo stesso: perciò, anche in materia di diritti individuali, di diritto familiare, ecc. la Sinistra è costantemente tesa a scardinare l’ordine esistente, che essa considera come un insieme di vincoli alla assoluta libertà dell’individuo, per sostituirlo con un ordine diverso posto dall’uomo; la Destra ritiene queste iniziative della Sinistra come un attentato all’ordine naturale delle cose, e quindi a Dio. Per la Sinistra, non c’è un ordine dato, immutabile, ma è l’uomo a porre l’ordine: l’uomo si fa Dio.

In conclusione, poiché le disuguaglianze non sono abolite (anzi la distanza tra i primi e gli ultimi aumenta a dismisura sia all’interno dei singoli Stati ad economia capitalistica sia tra questi e gli Stati del sud del mondo) la Sinistra ha certo fallito nel suo obiettivo di eliminare le disuguaglianze economiche e sociali; essa, tuttavia, con le sue élites, ha conquistato il potere economico, finanziario, culturale, dei mass media… e, soprattutto, ha vinto la battaglia più importante, cioè quella di riuscire a plasmare in profondità le coscienze degli uomini contemporanei, che hanno assorbito, anche inconsapevolmente, e condiviso i temi tipici della sinistra liberista e radicale (divorzio, aborto, coppie di fatto, unioni civili, eutanasia, ….) ed hanno quindi smarrito il senso del limite proprio dell’uomo della Destra tradizionale; e perciò la Destra in nessun periodo storico come nell’attuale ha conosciuto una débacle tanto completa e forse definitiva.

Alessandro Barilà

mar 182019

I giornali ogni tanto sottolineano imminenti pericoli, come quello climatico o quello bellico o quello dell’alimentazione o quello della bolla monetaria.

Ma c’è un pericolo sicuramente più imminente per noi Europei ed è il crollo demografico, molto evidente in Italia, ma coinvolgente l’intero Continente.

Nessun Paese europeo ha un tasso di natalità che permette la sostituzione della popolazione: presto sarà difficile mantenere l’attuale livello delle pensioni perché la popolazione lavorativa è in rapida decrescita.

Anche presupponendo un 33% d’incremento nei tassi di fertilità oltre i livelli attuali, si prevede una diminuzione della popolazione europea nell’ordine dei trenta milioni verso la metà di questo secolo.

Ormai neppure se le nostre donne facessero almeno tre figli si potrebbe evitare l’imminente disastro, alla cui base c’è il galoppante egoismo e la smania per il successo. I rimedi sociologici suggeriti per rimediare al problema sono inadeguati.

Solo una grande ripresa spirituale potrebbe fare il miracolo di salvare la tradizione culturale europea, una ripresa spirituale motivata dalla fede nella Provvidenza, una fede riconoscente e desiderosa di collaborare con Gesù alla salvezza del mondo.

Don Ennio Innocenti

mar 172019

Il costituzionalismo europeo costituito a tavolino da illuministi ha portato al fallimento del primo tentativo d’una costituzione europea nella forma d’un progetto costituzionale intergovernativo.

L’ideologismo anticristiano pretese che il progetto iniziasse con l’esclusione della radice cristiana dei popoli civili europei.

I governi polacco, ceco, lituano, maltese, portoghese, e poi austriaco, tedesco, greco, ungherese, lettone, lussemburghese, olandese s’erano detti favorevoli alla menzione delle radici cristiane, ma si opposero Belgio, Cipro, Danimarca, Estonia, Slovenia, Svezia, Regno Unito e soprattutto la Francia.

Il Papa Giovanni Paolo II si spese più volte rivendicando la verità storica e il valore morale delle radici cristiane dell’Europa. Invano.

Quando poi il progetto fu presentato ad alcuni popoli esso fu respinto.

Così i dirigenti europei hanno ripiegato sulla formulazione d’un trattato e la Costituzione Europea si è arenata.

Ma chi semina vento raccoglie tempesta e ora l’Unione Europea è profondamente scossa nella sua identità, nella sua politica estera, nella sua solidarietà economica e sociale; si avanzano i “sovranismi” che rivendicano i diritti degli Stati e dei Popoli.

Don Ennio Innocenti

mar 112019

Leggo su un quotidiano che un consigliere russo Dughin, venendo talvolta in Italia, s’incontra spesso con cittadini del vertice leghista.

Mi rivolgo fraternamente a costoro: si tratta d’un intellettuale che ha una concezione ciclica della storia, ricalcante la teoria gnostica dell’eterno ritorno, di marca immanentista, senz’altro anticristiana.

Il mio avviso non implica nessun coinvolgimento di Putin, che fa aperta professione di fede cristiana ed è l’unico statista al mondo che ancora difende il diritto naturale rivendicato dalla bimillenaria tradizione cristiana.

L’occasione mi suggerisce di ricordare che l’ultimo libro del Nuovo Testamento, l’Apocalisse, spiega la concezione cristiana della storia, già accennata da Gesù mentre si recava all’uliveto dopo la sua ultima cena, distinguendo la fine di Gerusalemme dalla fine della storia di questo mondo.

L’Apocalisse spiega il crescente dramma dei cristiani nella storia culminante in una coalizione mondiale anticristiana che sarà definitivamente sconfitta da un intervento divino, dopo il quale prospetta un cosmo nuovo, inimmaginabile, nel trionfo dell’amore divino per il mondo.

Don Ennio Innocenti

mar 102019

Tutti ora parlano dell’Europa, nessuno però ricorda l’apporto di Pio XII alla costruzione dell’Unione Europea.

Pio XII era mosso da un’alta visione del senso della storia, che lo portò a considerare il mondo degli anni ’40 e ’50 dominato dall’incertezza, dallo smarrimento in ogni campo, da problemi formidabili. In più, il Pontefice fece un’analisi del periodo storico del suo Pontificato perfettamente calzante a questi primi 10 anni del 2000: anni di decadenza morale.

Infatti, il Papa considerava la società di allora minacciata da vari pericoli: l’orgoglio che porta l’Uomo a ribellarsi a Dio; l’emancipazione della ragione dall’autorità divina; l’esaltazione della forza ai danni della giustizia; la depressione morale; la mancanza di fiducia in se stessi, verso il prossimo e verso il futuro a causa dell’indebolimento della fede.

Il 2 giugno 1948, il Papa invitò i responsabili delle Nazioni a promuovere un’Unione Europea senza indugi, anzi, aggiungendo “se non sia già troppo tardi” perché già si delineavano profonde fratture tra Est e Ovest europei. Egli mise in guardia contro il predominio economico di qualcuno, che avrebbe impedito sia l’iniziativa concorrenziale che il mutuo soccorso in vista di un’unità politica ed economica superiore. Inoltre, Pio XII poneva la “questione fondamentale” della situazione socio-politica ed economica sulla “base morale incrollabile” giudicando che: “all’irreligione questo continente è debitore delle sue rovine”. E precisava che non basta l’affermazione di una “comune eredità di civiltà cristiana”, ma il riconoscimento espresso dei diritti di Dio e della Sua legge, per lo meno dei diritti naturali.

Il 15 luglio 1950, il Papa invitò gli Stati europei ad armonizzare il diritto privato tra di loro andando oltre le frontiere, prendendo come criterio dell’interesse comune il rispetto dei diritti naturali dell’uomo, mai sacrificabili alle “ragioni di Stato”.

Il 15 settembre 1952, il Papa si dichiarò angosciato dal constatare che l’atmosfera spirituale tra i popoli durante l’unificazione degli Stati europei difettava a causa di indugi sulle presunte colpe del passato, invece di mirare alla reciproca uguaglianza nella giustizia irrinunciabile. Il Papa condannò lo spirito offensivo della “guerra fredda” come immorale e contrappose all’azione di innominate “potenze oscure” l’unione dei Cattolici ispirata dalla fede.

Il 15 marzo 1953, Il Papa esortò gli Europei a non restare impiantati a questioni economiche, al sacrificio, all’amicizia, all’aiuto reciproco, impresso dal Cristianesimo nei popoli, perché solo saldando la fede con la cultura, l’Europa avrebbe avuto la forza di mantenere i suoi ideali e la sua indipendenza.

Il 18 settembre 1955, il Papa parlò con le Associazioni Euro-Americane e le ammonì gravemente e profeticamente circa la concordia tra i popoli. Infatti il Papa disse che per avere una vera concordia occorrono il rispetto delle caratteristiche originali proprie di ciascun popolo e dei presupposti morali e spirituali, altro che mettere al primo posto il materialismo delle comodità. Inoltre, egli aggiunse che bisogna ricordare le verità cristiane fondamentali per contrastare la demoralizzazione e l’egoismo. E che occorre discernimento nel valutare le influenze nei rapporti tra Europa e le Americhe e che bisogna salvaguardare il vero volto dell’Uomo.

Il 30 settembre 1955, il Papa sottolineò l’importanza delle autentiche radici del concetto di Patria: famiglie e comunità locali. Infatti, è da esse che prendono le mosse la collaborazione tra gli uomini anche a livello internazionale. Quindi, vi è la responsabilità di salvaguardare il patrimonio culturale e religioso delle famiglie e delle comunità locali per nutrire l’idea europea, la quale è un patrimonio anteriore al concetto di Stato nazionale e sostanziale affinché lo Stato non diventi un meccanismo di oppressione.

Il 19 novembre 1956, egli lamentò davanti ai giovani europei di come gli ostacoli spirituali frenino la collaborazione europea e ricordò ad essi come solo il Cristianesimo è la via di salvezza, ammonendoli dal non seguire le filosofie distruttici dell’uomo, incapaci di fondare la libertà, l’autorità, il fondamento divino dell’esistenza.

Il 14 giugno 1957, Pio XII esortò gli Europei a proseguire sulla via dell’unità non solo economica, ma verso la solidarietà politica, la politica estera comune, mettendo in giusto rilievo i rapporti con l’Africa e la “missione storica” di essere fermento cristiano nelle strutture internazionali di cui il mondo si sarebbe dotato.

Un anno dopo, il Papa romano morì con questo sogno.

Don Ennio Innocenti         

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