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apr 132019

La prima Italia politicamente unitaria fu realizzata da Augusto e resisté finché non vennero i Longobardi. Riuscimmo a convertire i Longobardi, ma proprio allora l’Italia fu invasa dagli Islamici fino al Volturno: i Papi liberarono l’Italia dalla loro occupazione esortando gli Italiani a mettersi sotto la guida dei guerrieri normanni.

Quando sembrò che l’Italia fosse ormai libera di svilupparsi, arrivarono i Tedeschi di Barbarossa che volevano farne una loro colonia.

I Principi del sud e i Comuni del nord furono coalizzati dal Papa contro i Tedeschi e così tornarono liberi.  Ma quando la loro fioritura economica e culturale sembrò irraggiante, allora i Re francesi per ben due volte scesero nella Penisola vantando loro pretesi diritti, ma i Papi riuscirono a coalizzare i Principi italiani contro i Francesi e così tornarono liberi. Tuttavia divenne preponderante l’Imperatore Carlo V che sottomise l’Italia agli Spagnoli. Faticosamente i Papi si sottrassero a questo predominio e gradualmente anche le varie regioni italiane ripresero una certa autonomia. Purtroppo con la rivoluzione francese Napoleone invase l’Italia, ma i popoli italici resistettero e infine le truppe francesi furono cacciate.  Dopo di che i Piemontesi vollero impadronirsi dell’Italia e col loro liberalismo la condussero alla guerra civile. Arrivò Mussolini che la condusse alla sconfitta militare e dopo vennero gli Americani col loro liberalismo.  Adesso resta da liberarsi del giogo degli idoli americani, ma per questa liberazione occorrerebbe la rinascita dello spirito cristiano. Cercasi suscitatore di tale spirito.

Don Ennio Innocenti

Dappertutto vedo gruppi di turisti che passano di chiesa in chiesa per ammirarvi opere d’arte antica. Ma pensano forse alla spiritualità che le ha prodotte?

Possiamo definire la spiritualità come la via per la quale si porta a completo sviluppo lo spirito con tutte le sue risorse naturali e soprannaturali. Ma siccome lo spirito è in qualche modo infinito, come le sue risorse, è fatale che si abbiano molte strade: quelle principali, attraverso le quali hanno tentato di passare più gente, si possono chiamare scuole.

Fin dall’inizio cristiano si ebbero più scuole: i Vangeli e le Lettere degli Apostoli ne sono la prova; la Prima Patristica ne è una riprova.

Notiamo soprattutto due filoni: uno che accentua la rottura con il mondo per fissarsi sul soprannaturale, l’altro che vuole utilizzare tutte le risorse della natura e della storia per “salvarlo” nel soprannaturale.

Notiamo anche notevoli differenze fra Oriente e Occidente, fra i modi di leggere e meditare la Sacra Scrittura, fra i modi di sentire e concepire la Chiesa.

Soprattutto notiamo l’influsso della teologia sulle scuole di spiritualità: essa sollecita gli spiriti in certe direzioni, ma a sua volta ne rimane stimolata e anche sorpassata: l’esperienza di Dio supera in valore lo sforzo che l’intelligenza fa per acquistare la consapevolezza della fede.

Sant’Agostino segna una sintesi e anche una rottura: l’Occidente rimarrà molto influenzato dalla sua sintesi, ma l’Oriente andrà per la sua strada. L’Oriente sarà presente in Occidente soprattutto tramite Dionigi (di cui ho rivendicato l’autenticità del personaggio dell’opera “I nomi divini”).

Anche nel monachesimo troviamo un sintetizzatore delle varie esperienze in Benedetto, ma la sua fortuna (con la sottolineatura del valore del “lavoro” nella sua dottrina spirituale) segna anche la perdita di contatto con il misticismo del monachesimo orientale.

Non posso conservare questa sommarietà di linee nell’evocare la spiritualità medioevale perché in questo tempo le scuole di spiritualità pullulano da tutte le parti: è la primavera della nuova cristianità europea.

Ed è da questa primavera che nascono le opere artistiche del nuovo millennio.

Don Ennio Innocenti

apr 132019

Il Rosario è una preghiera facile e gradevolmente corale e perciò atta per espressioni religiose di massa, le quali concernano spesso l’invocazione dell’aiuto celeste per contrastare mali morali e sociali.

Per questo il Rosario è diventato più volte nei secoli bandiera spirituale per battaglie di significato anche politico.

Sia San Pio V che Pio XII, ma anche Papa Wojtyla e Papa Bergoglio hanno avallato questa espressione liturgica popolare.

Ultimamente l’Episcopato polacco mostrò al mondo la volontà religiosa del popolo polacco di preservare la propria cultura cristiana recitando il rosario lungo i confini della Patria.

In Gran Bretagna assistiamo nei parchi e negli stadi ad una impressionante ripresa della recita collettiva del Rosario.

E chi avrebbe immaginato che dietro la vittoria cattolica nelle ultime elezioni in Andalusia ci fosse una ripresa della diffusa recita del Rosario?

In Svizzera l’associazione legalmente riconosciuta Helvetia Christiana ha occupato varie piazze in diversi Cantoni per la recita collettiva del Rosario, anche se questo permesso è stato negato a Lugano.

Perché dunque meravigliarsi se un leader italiano si presenta in piazza ai suoi sostenitori con il rosario in mano?

In Brasile quel che è certo è che il Presidente ora eletto ha concluso il suo discorso d’insediamento con l’invocazione “Dio sopra tutto”.

E’ un segnale eloquente di voler una rinascita morale. O forse è meglio sperare nei partiti? O nei tribunali? O nella scienza?

E’ perché dovrebbero essere solo i preti e i Vescovi a innalzare il Rosario? Non è forse una libera preghiera popolare?

Don Ennio Innocenti

Ritorna il 25 aprile

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apr 122019

Il 20  aprile del 1945 si ruppe anche l’ultimo fronte bellico italiano e il 25 successivo l’intero territorio della Patria fu occupato dall’esercito vincitore. La sua avanzata era cominciata due anni prima con lo sbarco in Sicilia. L’autorità italiana aveva dato via libera all’esercito invasore il 3 settembre 1943, ma avendo permesso alle forze tedesche di calare senza barriere in tutta la penisola, si costituì un fronte che divise l’Italia in due parti: una occupata dall’esercito americano coi suoi alleati, l’altra occupata dall’esercito tedesco col suo alleato d’una nuova improvvisata Repubblica Sociale Italiana, in progressiva ritirata. In ognuna delle due parti occupate dagli eserciti stranieri si formarono delle resistenze italiane male armate, costituite da volontari di ogni età, compresa un’età quasi puerile, come dimostrano le foto delle due parti.

Queste resistenze erano ambedue inefficaci ad impedire in qualche modo gli eserciti che si fronteggiavano e i loro capi commisero tragici errori che si tradussero in amarissime rappresaglie in ambedue le parti.

Nella parte meridionale la resistenza fascista, animata da una decina di formazioni e disorganizzata, durò solo un anno. Invece nella parte settentrionale la resistenza antifascista riuscì a coordinarsi ricevendo anche aiuti dall’esterno, sicché dopo un anno critico riprese vigore disturbando i Tedeschi che negli scontri coi partigiani persero circa duemila uomini. Purtroppo i partigiani uccisi furono più di 20 mila, senza contare i 15 mila civili uccisi per rappresaglia.

Completata l’occupazione del territorio italiano, gli Americani non permisero la sua spartizione tra i loro alleati come fecero in Germania. Però furono necessari due anni per ristabilire l’ordine pubblico. Nel frattempo fu realizzato il referendum che decise il 2 giugno il regime repubblicano: questa propriamente sarebbe la data della rinascita della nuova Italia.

Don Ennio Innocenti

apr 102019

In una tesi dottorale approvata dall’Università di Catania su Sant’ Ildegarda di Bingen (mistica tedesca del tempo di Federico Barbarossa), l’autore, Gabriele Russo, riferisce che la Santa ha contestato la vulgata della colpevolezza della nostra progenitrice; conseguenza di questa colpevolezza sarebbe stata la caduta dell’uomo, il peccato originale, che, secondo la tradizione biblica, viene descritto come ciò che ha diviso l’uomo da Dio.

Com’è noto, l’ispirato poema del Genesi riferisce che Dio, creata la coppia umana, dette loro la missione di avere figli, di custodire e lavorare il meraviglioso ambiente in cui si ritrovavano, conferendo loro il primato su tutte le altre creature. Dio, però, aggiunse alla coppia un monito: di non pretendere la scienza suprema di determinare loro ciò che è bene e ciò che è male, perché questa pretesa li avrebbe fatti decadere.

Il libro del Genesi però racconta che proprio Eva si lasciò affascinare da questa ambizione e fu proprio lei a violare per prima il monito divino trascinando anche il marito nel suo errore.

Non so quale argomento Sant’Ildegarda adducesse a discolpa di Eva. Io immagino che la Santa abbia sottolineato l’entusiasmo con cui Adamo scoprì Eva e che la sua naturale passione abbia indotto Eva a sopravalutare il suo desiderio e giudizio.

Tuttavia la lettera del Genesi non consente un’inversione del racconto biblico.

Può anche darsi che Sant’Ildegarda abbia fatto una trasposizione tra la condizione della donna nel suo tempo e quella del tempo primigenio dell’umanità.

Il fatto che Sant’Ildegarda sia tra le quattro donne proclamate “dottore della Chiesa” non cambia i termini della questione. Il motivo per cui riferisco questo quadro del paradiso terrestre è il seguente: né la santità personale, né l’eminenza speciale della dottrina del santo, lo rendono immune da errore nell’insegnare.

Questa immunità è promessa solo alla professione di fede della Chiesa sotto la garanzia del Capo, Pietro, a certe condizioni molto strette, sicché i pronunciamenti infallibili dello stesso Capo della Chiesa sono rarissimi.

Don Ennio Innocenti

apr 022019

Com’è noto il Luteranesimo fu imposto con la forza in Svezia, Norvegia e Danimarca con distruzione dell’intera memoria storica locale dei precedenti secoli cattolici.

Il Cattolicesimo iniziò a riprendersi a partire dal Seicento, ma procedette con lentezza. La regina Cristina di Svezia preferì lasciare la patria per celebrare la sua conversione cattolica a Roma.

La Norvegia restò a lungo assorbita dalla Svezia e soltanto all’inizio del Novecento si ristabilì un colloquio con la cultura cattolica per merito di alcuni grandi scrittori.

In Danimarca contatto vivo con la cultura cattolica è evidente nell’Ottocento. Nella sua capitale, Copenaghen, risiede il Vescovo cattolico che ha cura pastorale della più grande diocesi del mondo, allargandosi alle isole dell’estremo nord e alla Groenlandia.

I suoi diocesani cattolici provengono da Paesi di tradizione cattolica coi quali mantengono contatti. Egli, però, ha rivelato, recentemente, che ha accolto vari giovani di provenienza luterana.

Mi pare molto interessante sottolineare che il Vescovo ha informato che proprio questi giovani convertiti dal Luteranesimo preferiscono la liturgia della Messa secondo il rito romano antico, che è ordinariamente gradito sia nella capitale, Copenaghen, sia in altre località dell’ampia diocesi.

Il Vescovo ha organizzato vari pellegrinaggi di danesi cattolici a Roma e l’ultimo è avvenuto proprio durante il Sinodo dei giovani, in ottobre.

Don Ennio Innocenti

mar 292019

Perché Gesù parlava con parabole?

I discepoli stessi posero tale domanda a Gesù, meravigliati che egli così si rivolgesse alle folle, alle quali non parlava “se non con parabole”, e ne hanno ricevuto una risposta quanto meno disorientante: “Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato. Infatti, a colui che ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a colui che non ha, sarà tolto anche quello che ha. Per questo a loro parlo con parabole: perché guardando non vedono, udendo non ascoltano e non comprendono” (Mt. 13, 11-13).

Ma allora le parabole servono a non far comprendere il messaggio di Gesù, che veniva riservato ad un ristretto numero di prescelti, ai quali soltanto egli spiegava il loro vero significato?

In realtà non è così, “poiché non v’è nulla di nascosto che non debba essere rivelato, e di segreto che non debba essere manifestato” (Mt. 10,26). Quindi, le parabole hanno la funzione di far comprendere, “a chi non è dato conoscere i misteri del regno dei cieli”, le verità rivelate da Cristo, ovviamente, però, secondo il grado di comprensione di ciascuno.  Esse hanno spesso più piani di lettura, non sempre agevolmente distinguibili: letterale, morale, spirituale, e non solo l’uno non esclude l’altro, ma tra di essi v’è una profonda interrelazione che si pone come garanzia contro il rischio di interpretazioni arbitrarie. Infatti, “rivelare” ha un doppio significato: sia quello di “svelare”, sia quello di “ri-velare”, quindi di coprire con un nuovo velo il senso profondo di ciò che si dice, che solo chi ha “orecchi” può “intendere”.

Gesù, che è la Luce che viene nel mondo, è come una lampada che non può essere messa sotto il moggio, bensì sopra di esso in modo che tutti possano vederla: e perciò Egli proclamerà  “cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”; tuttavia, egli aprirà la sua bocca con parabole, che spiega solo ai discepoli in privato, lontano dalle folle, in quanto  “a voi Dio ha concesso il segreto del Regno di Dio”, mentre a quelli che non sono discepoli (tòis  exo = qui foris sunt= quelli di fuori) “non è dato conoscere i misteri del Regno dei cieli”, e “ tutto è misterioso, affinché essi – come sta scritto –  guardino ma non vedano, ascoltino ma non comprendano, a meno che non si convertano e Dio perdoni loro” (Mc. 4,12).

La parabola, quindi, richiede di essere spiegata: è una luce, sì, ma minore rispetto al linguaggio diretto. Essa era un primo approccio, un invito di Gesù rivolto a tutti; chi rispondeva al suo invito e diveniva suo discepolo, chi accoglieva il suo messaggio, era poi ammesso alla spiegazione delle parabole e poteva avere accesso al mistero del Regno di Dio.  Quindi, c’è necessità di una previa risposta dell’uomo a Dio.

Da ciò consegue che le cose riguardanti i misteri del Regno di Dio non solo richiedono “una comunicazione proporzionata alla nostra natura, che è incapace di salire immediatamente verso le contemplazioni  spirituali e che necessita di graduali passaggi verso l’alto a lei consoni e naturali” (Dionigi, CH, II, 140 A), ma  anche che è cosa assai conveniente che la verità  “venga nascosta mediante enigmi misteriosi  e  sacri  e che sia resa inaccessibile ai più” (Dionigi, CH, II, 140 B) fino al momento in cui si possiederà la debita preparazione, in quanto  non bisogna dare le cose sante ai cani e gettare le perle ai porci (Mt. 13,11).

Secondo una bella immagine di Origene, la Sacra Scrittura è come un albero che si sviluppa in proporzione all’impegno e alla illuminazione dell’interprete. Bisogna allora evitare l’errore dei dottori della legge che,  essendo rimasti alla lettera, si sono condannati alla incomprensione del senso profondo, spirituale, delle Scritture, e quindi a non raggiungere la conoscenza  pur avendone la “chiave”, impedendo così anche agli altri di comprendere compiutamente il senso delle Scritture: “Guai a voi, dottori della legge, che avete portato via la chiave della conoscenza: non siete entrati voi e non lo avete permesso a quanti lo volevano” (Lc. 11, 52). Questa “chiave” sarà consegnata agli uomini da Gesù.

Cristo, infatti, è al contempo rivelatore e rivelato.  E come ai discepoli di Emmaus, alla spiegazione delle Scritture da parte di Gesù, il cuore ardeva, così avviene a chiunque colga –  Deo iuvante –  al di là del senso letterale e di quello morale,  il senso spirituale dei testi sacri.

“Il tempo di Gesù è il tempo della semina e del seme. Il Regno di Dio è presente come un seme. Solo con la propria morte il seme produce frutto; così, solo la morte di Gesù è la via per ottenere” la conversione. “Sulla croce le parabole vengono decifrate. Dice il Signore nei discorsi di addio: ‘Queste cose vi ho dette in similitudini [in linguaggio velato]; ma verrà l’ora in cui non vi parlerò più in similitudini, ma apertamente vi parlerò del Padre’ (Gv. 16,25). Le parabole quindi parlano in modo nascosto del mistero della croce… L’invito nascosto delle parabole è quello di credere in Gesù Cristo come al Regno di Dio in persona”. (J. Ratzinger-Benedetto XVI: “Gesù di Nazaret”).

Alessandro Barilà

Le elezioni saranno una bella cosa, ma la propaganda lo è meno, perché è una contrapposizione e tende a falsare le differenze, mentre il popolo è tale in quanto è spiritualmente unito nella tensione per il medesimo bene comune.

Purtroppo i beni materiali favoriscono interessi particolari, per cui sono da incoraggiare i beni spirituali, ma questi sono spesso viziati da ideologie che inclinano verso il materiale. Bisogna, pertanto far valere i beni morali nei quali il consenso è più spontaneo e saldo, ma questi sono più amabili quando sono orientati verso il Sommo Bene, hanno cioè una motivazione religiosa. Ovviamente la religione è individualmente filtrata ma la sua cornice dogmatica garantisce una certa omogeneità di apprezzamento.

Nel nostro contesto vivono varie religioni ma due, in particolare si differenziano dalla maggiormente seguita, ossia la cattolica: la protestante, attestata specialmente al nord, e l’ortodossa seguita specialmente al sud, per condizionamenti storici.

Ortodossi e cattolici sono i più simili tra loro, confessanti la stessa fede dei Padri, ma differenziati nella professione comunitaria liturgica, nel rito eucaristico.

Tuttavia sarebbe utile che essi si attenessero al significato essenziale del rito il quale consiste anzitutto nell’offerta di se stessi a Dio e nell’offerta di Dio a noi.

Tutti chiedono allo Spirito Divino di essere accolti e invocano lo Spirito Divino perché si renda presente in modo da essere partecipato.

Attraverso i simboli del pane e del vino chiedono di essere trasformati nel corpo sacramentale di Cristo Dio e, comunicando con questo corpo, di essere trasformati nel corpo ecclesiale.

Non c’è miglior modo per fortificare l’unione spirituale del popolo cristiano nello Spirito Divino, il quale è disceso per formare il Corpo di Cristo e discende per alimentare la nostra solidarietà spirituale e civica affinché, nell’unione che è forza, realizziamo il Bene Comune.

Proprio nella sua religiosità il popolo diventa più unito e perciò anche vittorioso nelle tentazioni disgregatrici.

Don Ennio Innocenti

mar 232019

E’ sorprendente che questa idea venga suggerita da un quotidiano cattolico. La mistica riguarda solo graduazione della comunione della persona religiosa con Dio. Ma questa ascesa è sproporzionata per le forze umane, Dio è troppo al di sopra di esse, perciò è necessario che Lui si faccia incontro e attragga la nostra collaborazione: questa solo è la via giusta che io chiamo la gnosi pura.

Ma vedo che si propone un’altra strada, quella della cabala ebraica assicurando che essa consiste proprio in una tecnica che si può insegnare per raggiungere l’unificazione con Dio: questo, per me, è gnosi spuria.

Si obbietta che i Gesuiti offrono anch’essi una tecnica di esercizi spirituali attraverso i quali si raggiungono gli stessi risultati. Ma questo asserto è infondato.

Gli esercizi proposti dai Gesuiti presuppongono tutti i dogmi e tutti gli aiuti soprannaturali della Chiesa Romana.

I Gesuiti presuppongono già la fede in Dio e insegnano soltanto a mettere Dio al primo posto e tutte le creature come mezzi, solo mezzi, da utilizzare che crescere nell’amore per Dio. Insegnano a ripudiare il disordine interiore che ostacola l’attrazione divina per meglio disporsi all’iniziativa divina e a pregare in vari modi. Quel che fa un confessore ordinario i Gesuiti lo concentrano in un mese o anche in una settimana, ma non s’illudono certo di “sfornare” il santo dopo quel periodo! La cabala è un’altra cosa, è una tecnica esoterica parente della magia. Non ha niente a che fare con l’ascetica e la mistica cattolica.

Don Ennio Innocenti

Crisi della Sinistra?

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mar 202019

L’esito delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 ha riproposto un tema – quello della crisi della Sinistra – tutt’altro che nuovo, in quanto le élites intellettuali ne discutono almeno da cinquanta anni non solo in Italia bensì anche in Europa e negli Stati Uniti d’America.

E’ dunque piuttosto fatuo imputare la responsabilità della sconfitta elettorale del Partito Democratico ad errori o alla personalità del segretario del partito e della sua classe dirigente, che possono certo avere inciso in qualche misura, ma che non possono essere ritenuti determinanti proprio perché tale crisi (che esiste, ma in termini diversi da quanto si ritiene abitualmente) risale nel tempo e si inscrive in una più ampia parabola discendente di tutti i partiti di sinistra europei.

E’ necessario, pertanto, che tutta la Sinistra, e non solo il Partito Democratico, si proponga di individuare le cause di questa sconfitta; ma, in via preliminare, è indispensabile una riflessione su quale sia o debba essere il contenuto identitario di una forza politica ‘di sinistra’ nell’attuale contesto storico. Addirittura, a seconda di come si individuano i tratti identitari della Sinistra, si potrebbe porre la domanda se abbia ancora senso, oggi, sostenere la possibilità o la necessità di una ‘Sinistra’. E’ noto, infatti, che da più parti si sostiene che le contrapposizioni Destra/Sinistra siano ormai superate e prive di significato; affermazione, questa, un tempo sostenuta solo da qualche intellettuale, ma oggi molto più condivisa e fatta propria anche da un movimento politico come quello dei “5 Stelle”, che proclama essere ormai intervenuta la ‘fine delle ideologie’ e che si definisce esplicitamente “né di destra né di sinistra”.

Tuttavia, l’affermazione che le categorie di Destra e di Sinistra sono ormai superate presuppone, come è ovvio, una definizione sia della Destra che della Sinistra. Va subito detto che Destra e Sinistra sono designazioni relativamente recenti, desunte semplicemente dalla collocazione dei rappresentanti dei partiti nelle aule parlamentari rispetto al Presidente dell’assemblea, collocazione che risale al tempo della Rivoluzione francese: nel 1789, l’Assemblea degli Stati Generali – la cui disposizione verticale-gerarchica, con il Re in alto e via via scendendo i vari ceti sociali (clero, nobiltà, terzo stato), rappresentava plasticamente l’immagine di una società come ‘organismo’ in cui le singole parti sono tra loro interconnesse – si dispose diversamente, in modo non più verticale-gerarchico, ma in modo orizzontale con i rappresentanti dei corpi sociali strutturati per ‘opinioni’ e ‘partiti’: a destra del Presidente, coloro che sostenevano lo status quo e il mantenimento del potere di veto regio; a sinistra, i propugnatori della sua riforma. Da allora la Destra è stata identificata con la posizione di ‘conservazione’ tendenziale dell’ordine esistente, mentre la Sinistra è identificata, nelle sue varie sfumature, con la tendenza a modificare tale ordine, a riformarlo o a sovvertirlo del tutto per sostituirlo con un altro.

Tale definizione, inizialmente “neutra” in quanto meramente descrittiva e priva di contenuti valoriali, assume una qualificazione positiva quando la tendenza al mutamento comincia ad essere vista come un ‘progresso’ in sé; conseguentemente, le forze politiche che sostengono le idee di cambiamento, cioè le ‘progressiste’, sono quelle portatrici di valori positivi, mentre la Destra, con le sue posizioni ideologiche di difesa dello stato di cose presente, viene definita come conservatrice o reazionaria e, opponendosi al progresso in quanto i valori in cui essa crede sono immutabili, viene vista come una forza retriva, che difende gli interessi dei potenti e propugna valori che il “progresso” disvela come posti a difesa delle classi abbienti. Come si vede, l’idea evoluzionista – formulata inizialmente come ipotesi limitata al mondo animale – è stata successivamente trasferita, (tra l’altro, come se si trattasse di un’acquisizione ormai definitiva), anche nel campo delle scienze sociali ed applicata alla storia, confondendo così la storia della civiltà con un processo di evoluzione naturale, per cui il presente è per definizione più “evoluto” rispetto al passato e meno “evoluto” rispetto al futuro.

Questa contrapposizione tra Destra intesa come ‘conservazione’ (termine che è ora caricato di significato negativo) e Sinistra intesa come ‘progresso’ e ‘cambiamento’ (visti sempre come positivi) non ha tuttavia alcuna stabilità. Infatti, Destra e Sinistra così intese sono definizioni relative e provvisorie, applicabili solo in una determinata situazione politica e sociale, e non ne indicano il “contenuto sostanziale”; perciò, una formazione politica, qualificata ‘di sinistra’ in un certo contesto, può essere superata ‘a sinistra’ da una nuova formazione che propone ulteriori cambiamenti alla situazione sociale e quindi in tal modo viene a trovarsi alla sua destra, pur non avendo affatto mutato la propria proposta politica. E così la Sinistra finisce per trasformarsi in Destra: basti pensare a quanto avvenuto nell’URSS, dove i comunisti, ormai al potere, divengono ‘conservatori’ e quindi si collocano a destra, mentre gli anticomunisti, che si oppongono alla conservazione dell’esistente e sono favorevoli a mutamenti in senso democratico e liberale, vengono riguardati come ‘progressisti’ e collocati a sinistra dello schieramento politico, laddove in Occidente sarebbero ritenuti forze politiche di destra. D’altra parte, l’evoluzione dal liberalismo al democraticismo, da questo al socialismo, e da questo ancora al comunismo non è altro che un progressivo spostamento a sinistra della proposta politica che fa giudicare ‘conservatrice’ una posizione prima giudicata di sinistra. Tale evoluzione, inoltre, dimostra come la Sinistra sia sempre il risultato di una costante insoddisfazione e del conseguente spirito critico e di scissione. E’ evidente, altresì, che, per converso, i valori che prima erano considerati di Sinistra ora vengono qualificati “di Destra”.

Perciò, riteniamo che sia necessario individuare la sostanza identitaria di tali movimenti dello spirito: e allora la vera essenza consiste, per quanto riguarda la Destra, nella difesa del concetto di limite, proprio dello spirito tradizionale – inteso come quello che si fonda su una concezione del mondo basata su valori immutabili, esistenti ab aeterno perché non posti dall’uomo, ma risalenti all’ordine naturale del mondo e tramandati di generazione in generazione, e che nel campo sociale prevede una società gerarchica in cui la funzione del comando è legata al servizio e non all’esercizio del potere –; la Destra rettamente intesa è fedeltà allo spirito della tradizione che rimanda a un ordine increato di valori, indipendenti da qualunque arbitrio umano. Per quanto riguarda la Sinistra, la sua essenza consiste nel rifiuto del limite, nella contestazione di tali valori, che essa ritiene imposti dalle classi dominanti a difesa dei propri interessi, e nel propugnare il ‘progresso’ continuo dell’umanità, sia in campo sociale, verso un avvenire di uguaglianza, in cui sia abolita ogni gerarchia, sia nel campo dei valori, che non sono immutabili ma, al contrario, essendo posti dall’uomo, devono essere continuamente aggiornati nel tempo in funzione delle contingenze storiche.

Così intese Destra e Sinistra, in primo luogo possiamo affermare la validità perenne di tale dicotomia, che permane irriducibile anche oggi; in secondo luogo, non può certo dirsi che la Sinistra abbia fallito, tutt’altro: infatti, mai come nell’epoca moderna è del tutto assente l’accettazione di un limite all’agire umano, così come sono rifiutati i valori spirituali posti a base di ogni ordine sociale tradizionale.

Se invece – come comunemente viene fatto, grazie alla capacità che ha avuto la Sinistra di imporre i propri moduli concettuali – per Destra si intende una “tecnica di gestione del potere al servizio dei più forti”, allora è evidente che la sconfitta della Sinistra è completa giacché mai come adesso le cosiddette élites economiche e finanziarie hanno avuto tanto potere, in grado come sono di condizionare agevolmente anche gli Stati nazionali. In realtà, però, tali élites non sono affatto di destra, come invece viene solitamente affermato: al contrario, esse sono l’esito del liberismo, e il liberalismo è nettamente antitradizionale poiché segna l’avvio della rivoluzione della borghesia contro la società organica tradizionale, per quanto decaduta ormai essa fosse, e vengono considerate di destra per il semplice fatto che tendono a “conservare” il potere che hanno acquisito con le “riforme”, le “rivoluzioni”, il “progresso” promossi dalla Sinistra.

Sembra corretto, quindi, individuare nella perenne insoddisfazione del presente e nella conseguente ansia di un mondo nuovo, in cui tutte le ineguaglianze vengono eliminate, il motivo centrale dell’essere ‘di sinistra’. La Sinistra tende sempre al cambiamento: per essa, il mondo è sempre deficitario e spetta all’uomo rovesciare l’ordine esistente fino a giungere ad un ordine nuovo in cui sarà realizzata la perfetta uguaglianza sociale. L’uomo di sinistra condanna il presente – società, famiglia, istituzioni, morale…,  perché non corrisponde al suo ideale e quindi vuole cambiarlo.

Per la Destra il mondo in sé è ordine e bellezza, è ‘buono’ in quanto uscito all’origine dalla volontà creatrice di Dio, ed è l’uomo ad essersi allontanato dalla perfezione originaria con la sua ribellione a Dio e la conseguente ‘caduta’, ed è l’uomo, pertanto, la causa del male nel mondo; questo può essere eliminato solo con la restaurazione dello stato di perfezione originaria; per la Sinistra, invece, il mondo è sempre imperfetto e spetta all’uomo, quale nuovo demiurgo, stabilirne l’ordine nuovo, mediante un progresso continuo nel tempo (si può ricordare, a tale proposito, che la bandiera brasiliana riporta il motto “Ordine e progresso”); questo ordine perfetto, tuttavia, è destinato a non realizzarsi mai in quanto, appena instaurato un nuovo ordine, esso diviene ‘situazione’ che, come tale, va superata. Quello che per l’uomo di sinistra è progresso per l’uomo di destra è decadenza perché è allontanamento dal principio.

Quello della Sinistra è un costante atteggiamento di rottura: con l’ordine presente, con la tradizione e i suoi valori; la sua aspirazione ad un mondo nuovo e perfetto, tuttavia, è destinata a non realizzarsi mai e a restare pura utopia perché la Sinistra detesta il mondo così com’è, verso il quale ha sempre un atteggiamento critico. Infatti, come già nel 1969 riconosceva J.-M. Domenach, all’epoca Direttore di Esprit ed espressione del mondo intellettuale progressista, non appena il progetto politico della Sinistra si realizza e diviene situazione esso, in quanto situazione data, diviene subito oggetto di critica e la Sinistra, divenuta ‘partito di potere’, fa emergere inevitabilmente alla sua sinistra una nuova Sinistra, e la prima diviene così ‘Centro’ o addirittura ‘Destra’: conseguentemente, afferma lo stesso Domenach, “gli uomini di sinistra si dividono perché rappresentano dogmi e interessi, e non più una speranza e una volontà di trasformare la realtà”.  Lo stesso Domenach aggiungeva che un altro motivo della crisi della Sinistra era dovuto al fatto che “la lotta di classe si affievolisce nelle società industriali: la massa diventa proprietaria, o almeno tanto largamente consumatrice da indietreggiare davanti alla prospettiva di una rivoluzione”. E già nel 1969 vari intellettuali francesi di sinistra constatavano tristemente che la Sinistra non aveva resistito alla prova del potere e che era in via di sparizione.

Dunque, la crisi attuale della Sinistra europea (o, per meglio dire, le sconfitte elettorali delle forze politiche che si definiscono di sinistra e come tali sono comunemente percepite), risale a vari decenni or sono e su di essa esiste una vasta saggistica: questo non vuol dire che non sussistono anche le responsabilità dei singoli leaders e dei vari partiti che si definiscono di sinistra, ma certo esse vanno inscritte nel quadro di un processo storico che le sorpassa enormemente e che le ridimensiona.

A causa di tale processo storico, c’è chi sostiene che le differenze politiche tra Destra e Sinistra siano ormai ridotte e non investano più le ideologie bensì le tattiche, i mezzi per raggiungere obiettivi sostanzialmente condivisi; altri ritengono che quello che è in crisi ormai da tempo è l’idea stessa di “progresso” (con i suoi corollari di crescita e sviluppo) che è alla base della ideologia di Sinistra, di ogni Sinistra. Il progresso, infatti, da sempre considerato dalla Sinistra – sia liberale che socialista – come il fattore dell’affrancamento dell’uomo dai bisogni, è ora visto, al contrario, come fattore di rischio per l’esistenza individuale e collettiva, che viene minacciata dalla rivolta della natura contro la pervasività della tecnologia nell’utilizzo delle risorse: da qui le mutazioni climatiche, il buco nell’ozono, la crescente desertificazione, le tante catastrofi industriali, l’inquinamento urbano e degli oceani, ecc.: è il caso di sottolineare, a tale proposito, che quello ecologico non è – propriamente – un tema di sinistra, bensì di destra, giacché riguarda la conservazione della natura e del suo ordine.

La Sinistra, preso atto che il progresso, da essa tanto osannato, ha condotto – per una sorta di eterogenesi dei fini – proprio all’affermarsi su scala planetaria di una classe tecnocratica, dovrebbe avere l’onestà intellettuale di riconoscere, coerentemente, che tale tecnocrazia non è affatto di destra ma, al contrario, è la propria erede naturale, che si è affermata in tutto il mondo a scapito delle classi che essa inizialmente voleva difendere: ed è per questo che la Sinistra è percepita ormai come establishment, tanto più che essa ha ormai abbracciato altri temi, non più economici, ma culturali, in realtà tipici della borghesia intellettuale (questioni migratorie, ius soli, femminismo, teorie di gender, coppie di fatto, unioni civili, utero in affitto, eutanasia, ecc.), molto lontani dai concreti interessi e bisogni delle classi più deboli.

Da qui, pertanto, l’acuirsi della crisi di identità della Sinistra: da una parte, essa vede messa in discussione l’idea stessa di progresso, su cui si fonda la sua stessa esistenza; dall’altra, ha da molto tempo ormai, se non abbandonato, certo posto con minor rilievo i suoi temi fondanti (su tutti quello dell’abolizione delle disuguaglianze sociali ed economiche, come aveva constatato già alla fine degli anni sessanta del Novecento Domenach, quando affermava che la moderna società industriale aveva ormai svuotato di contenuto le istanze rivendicative tipiche della Sinistra).

Il focus della Sinistra, quindi, si è spostato dal tema dell’uguaglianza delle condizioni economiche a quelli della libertà e dei diritti dell’individuo; mentre per la Destra il fondamento della libertà e dei diritti dell’uomo si trova al di fuori dell’uomo (nell’ordine naturale, e quindi in Dio) e pertanto l’uomo non può disporne a suo piacimento (ricordiamo il senso del limite proprio della Destra), la Sinistra considera la libertà e i diritti civili come assoluti, senza alcun limite oltre quelli eventualmente posti dall’uomo stesso: perciò, anche in materia di diritti individuali, di diritto familiare, ecc. la Sinistra è costantemente tesa a scardinare l’ordine esistente, che essa considera come un insieme di vincoli alla assoluta libertà dell’individuo, per sostituirlo con un ordine diverso posto dall’uomo; la Destra ritiene queste iniziative della Sinistra come un attentato all’ordine naturale delle cose, e quindi a Dio. Per la Sinistra, non c’è un ordine dato, immutabile, ma è l’uomo a porre l’ordine: l’uomo si fa Dio.

In conclusione, poiché le disuguaglianze non sono abolite (anzi la distanza tra i primi e gli ultimi aumenta a dismisura sia all’interno dei singoli Stati ad economia capitalistica sia tra questi e gli Stati del sud del mondo) la Sinistra ha certo fallito nel suo obiettivo di eliminare le disuguaglianze economiche e sociali; essa, tuttavia, con le sue élites, ha conquistato il potere economico, finanziario, culturale, dei mass media… e, soprattutto, ha vinto la battaglia più importante, cioè quella di riuscire a plasmare in profondità le coscienze degli uomini contemporanei, che hanno assorbito, anche inconsapevolmente, e condiviso i temi tipici della sinistra liberista e radicale (divorzio, aborto, coppie di fatto, unioni civili, eutanasia, ….) ed hanno quindi smarrito il senso del limite proprio dell’uomo della Destra tradizionale; e perciò la Destra in nessun periodo storico come nell’attuale ha conosciuto una débacle tanto completa e forse definitiva.

Alessandro Barilà

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