Note sulla diffusione del Cristianesimo in età apostolica

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Con questo articolo si fa luce sulle origini del cristianesimo a Roma, sfatando leggende propagandate dai cineasti di Hollywood. L’argomento merita attenzione dato che Dio ha disposto che i Romani avessero una parte di rilievo nell’affermazione del messaggio evangelico ( cfr. Atti degli Apostoli 23, 11 – E’ Gesù stesso che compare a San Paolo in carcere esortandolo: “Coraggio! Come hai testimoniato a Gerusalemme le cose che mi riguardano, così è necessario che tu mi dia testimonianza anche a Roma)

La Fraternitas Aurigarum

Quando si pensa alla predicazione di Gesù e degli Apostoli, si tende ad evidenziare la diffusione del messaggio evangelico esclusivamente tra i poveri e gli strati più umili della società romana. Per molti il successo del Cristianesimo sarebbe infatti dovuto in buona parte alla sua forza rivoluzionaria e appunto come lotta di classe è stato letto da tanta storiografia di area marxista. Ma le cose sono davvero andate così? In realtà, nei Vangeli e negli Atti degli Apostoli, ma non solo in essi, abbiamo molte testimonianze di una conversione al nuovo Verbo di membri dell’esercito e dell’alta società romana già in età apostolica. A fianco, quindi, di un diffondersi del Cristianesimo tra schiavi, liberti e membri del popolo, notiamo un simile fenomeno tra gli alti strati della società, forse più episodico e meno conosciuto, ma non per questo meno interessante: scopo di questa nota è appunto offrirne una seppur parziale documentazione.

Già lo stesso Gesù non rifiuta il contatto con i Romani occupanti, seppure nella Sua predicazione privilegi il popolo eletto1 e un esempio di ciò è l’incontro col centurione di Cafarnao. Questo episodio, narrato in Mt 8,5-13 e in Lc 7,1-10 con poche varianti, presenta un ufficiale del quale ignoriamo il nome, comandante della città di Cafarnao, che invita Gesù, tramite alcuni notabili ebrei, a guarire un proprio servo morente. Si tratta di un personaggio, quindi, di non modesta levatura, che può contare su di una discreta ricchezza; egli possiede una notevole influenza sugli abitanti della città che gli esprimono deferenza, poiché ne ama il popolo e ha curato la costruzione della locale sinagoga. Inoltre egli si mostra a conoscenza dell’operato di Gesù e della Sua persona. Dato l’incarico di responsabilità che gli è stato affidato, si può pensare che appartenesse ad una delle coorti presenti in Palestina, forse alla stessa cohors Italica cui appartiene il centurione Cornelio a Cesarea, e proporre anche per lui una provenienza italica. Egli ha soldati cui dare ordini, servi al proprio servizio ed una casa certamente molto ampia.

Il messaggio cristiano, quindi, giunge in qualche misura ad un esponente della Potenza occupante e da questi accettato; ma Cristo non si fermerà a lui, dovendo rispondere al massimo rappresentante di Roma in Palestina, il procuratore Ponzio Pilato. E altri fatti dimostrano in Gesù l’atteggiamento di apertura e colloquio anche con chi non appartenga al popolo di Israele.

Nei primi momenti dopo la Sua morte, la predicazione del nuovo Verbo sembra infatti limitarsi al solo popolo eletto, seppure nella prima comunità non manchino contrasti tra coloro che provengono dalla tradizione più rigida e propriamente locale (i Giudei) e quelli di cultura greca, provenienti da altre regioni dell’Impero e dalla mentalità molto più aperta (gli Ellenisti). La predicazione di Pietro, Giacomo, Giovanni e di altri Apostoli agli inizi evita i Gentili; ma proprio Pietro, il Capo della nuova Chiesa, è il protagonista di un episodio che ha molti punti di contatto con il miracolo operato da Gesù a Cafarnao (At 10,1-48)2. La scena non si svolge più in una piccola cittadina di provincia, ma a Cesarea di Palestina, la capitale della Giudea romana, importante porto e sede del governatore. In questa città vive il centurione Cornelio, che appartiene a quella cohors Italica, testimoniata di stanza a Cesarea, ed è lui stesso probabilmente un personaggio di origine italica3. La sua condizione sociale appare più alta del suo collega di Cafarnao: può fare molte elemosine, ha dei servi e sotto di sé molti soldati, di cui uno almeno mostra un comportamento particolarmente pio e religioso; la sua casa è molto grande al punto da poter accogliere amici e congiunti (altri ufficiali dell’esercito, pii e religiosi anch’essi?), ma anche di ospitare per alcuni giorni Pietro e coloro che lo accompagnano. L’episodio è molto importante da un punto di vista religioso, perché vede Pietro entrare nella casa di un pagano (anche se vicino alla religiosità ebraica, di cui segue norme e riti insieme alla famiglia), predicare alle “molte persone riunite” (At 10,27) e battezzare tutti i presenti. Un atteggiamento rivoluzionario, sottolineato dalle stesse parole dell’Apostolo (At 10,28-29), che gli verrà rimproverato dalla comunità al suo ritorno a Gerusalemme: ma anche la testimonianza della comprensione lenta e faticosa dell’universalità del messaggio cristiano. Al di là del valore religioso, l’episodio è rivelatore della diffusione del Verbo cristiano nell’ambiente militare già prima del 41: da quell’anno infatti la Giudea fu amministrata direttamente dal re Erode Agrippa I e le truppe romane vennero fino al 44 ritirate dalla provincia4.

Nel frattempo, la parola di Dio era stata accolta, al di fuori dell’ambiente militare romano, anche da importanti personaggi ebraici, tra cui possiamo ricordare Manaen “amico d’infanzia di Erode (Antipa)” (At 13,1) e Giovanna, moglie di Cuza (procurator Herodis), che già aveva seguito Gesù in vita (Lc 8,3)5.

Ma il personaggio, che più incarna la vocazione universalistica del messaggio cristiano e maggiormente lo estende al mondo allora conosciuto, è indubbiamente San Paolo, originario di Tarso in Cilicia. E’ importante ricordare la sua provenienza da una ricca famiglia ebraica, “fariseo figlio di farisei” (come egli stesso ricorda in At 23,6), e soprattutto il fatto che egli sia cittadino romano (At 22,27). Qualche tempo dopo la sua conversione, Paolo (che ancora usa il nome ebraico di Saulo) parte per un primo viaggio missionario: siamo circa nell’anno 466. E’ suo compagno Barnaba, anch’egli un giudeo convertito, originario di Cipro7, membro autorevole della prima comunità cristiana che si era fatto garante per Paolo davanti ad essa. Prima tappa del loro viaggio sarà proprio Cipro, dove i due predicano nelle sinagoghe locali e acquistano tale fama da essere convocati a Pafo da Sergio Paolo, proconsole, ossia governatore romano dell’isola, per ascoltare la parola di Dio e forse anche per controllare la potenziale pericolosità eversiva del messaggio cristiano nei confronti della comunità ebraica cipriota8. Di fronte a lui, i due apostoli si scontrano con un ebreo sedicente profeta e mago, di nome Bar-Jesus (in greco Elimas)9; dopo averlo ridotto alla cecità, il libro degli Atti ricorda che “il governatore credette, profondamente scosso dall’insegnamento del Signore” (At 13,6-12). La conversione di Sergio Paolo è uno degli episodi più importanti dell’intero libro degli Atti, del quale si è a torto dubitato: ma anche in questo caso, come in quello di Pilato, l’archeologia ha confermato la storicità del personaggio. E della sua importanza è riprova il fatto che da questo momento l’Apostolo viene ricordato negli Atti col solo nome romano di Paolo10: si tratta di un atto di omaggio nei confronti del governatore dell’isola o tale nome già apparteneva all’Apostolo quale cittadino romano o ancora esso fu scelto per il suo significato di infimo, piccolo, di poco valore? Ma se già gli apparteneva, perché il cambio di nome è registrato solo ora e dopo quest’incontro? Certo gli Atti non ne danno alcuna spiegazione, ma il fatto non appare affatto casuale11.

Chi fu in realtà questo proconsole? Cipro era una provincia senatoria retta da un proconsole di rango pretorio e proprio alcune epigrafi in lingua greca, rinvenute circa un secolo fa, ricordano un Quinto Sergio, governatore (anthýpatos) dell’isola. Ma lo stato frammentario di esse non ne permette una sicura lettura e recenti studi sembrano datarle alcuni anni prima dell’arrivo di Paolo a Cipro12. Piuttosto è molto probabile che a Sergio Paolo si riferisca un’epigrafe di epoca claudia (databile tra il 42 e il 47) ritrovata a Roma nel 188713, in cui sono ricordati i nomi di cinque curatores dell’alveo del Tevere, e quindi precedente il suo proconsolato; lo stesso personaggio è ricordato in un’epigrafe da Antiochia di Pisidia in Asia Minore come padre di una Sergia Paula14. Figlio di Sergio Paolo e suo omonimo è il consul suffectus dell’anno 70, padre a sua volta di una Sergia Paulina, moglie del console del 112 Cn. Pinario Cornelio Severo. Nella casa di quest’ultima sembra avesse sede un collegium funerario, al quale si riferiscono più di venti iscrizioni e che, secondo alcuni studiosi, potrebbe essere un primitivo esempio di chiesa domestica15. Si conferma così la reale esistenza del governatore Sergio Paolo, il suo legame con l’isola di Cipro e la città asiatica di Antiochia, ma sopratutto la simpatia della sua famiglia verso il Cristianesimo. Non sembra quindi un caso se il viaggio di Paolo, dopo la pausa cipriota, si indirizzi proprio verso quella zona dell’Asia Minore, dove l’Apostolo poté forse avvalersi dell’appoggio di Lucio Sergio e dalla quale, secondo alcuni studiosi, i Sergii Paulii erano provenienti16. Da qui Paolo prosegue il suo viaggio in Asia Minore e quindi si dirige verso l’Europa, in cui avrà modo di convertire altri autorevoli personaggi, tra cui Tiatira e Lidia17 (ricche commercianti di Filippi in Macedonia), molti esponenti dell’alta società nelle città di Tessalonica18 e Berea19 e persino Dionigi, membro dell’Areopago (il famoso tribunale ateniese)20; inoltre qui si convertirà un alto personaggio della comunità ebraica, l’archisinagogo Crispo21. Infine l’Apostolo giunge probabilmente all’inizio dell’estate 51 a Corinto, dove seguirà la sua predicazione un Erasto (ricordato nella lettera ai Romani 16,23 come arcarius civitatis), probabilmente da identificare con l’edile di questo nome, noto da un’epigrafe locale risalente proprio alla metà del I secolo22. Ma in questa città, capitale dell’Acaia romana, la comunità giudaica riesce a trascinare Paolo davanti al governatore L. Giunio Gallione, con l’accusa di predicare contro la legge ebraica e di turbarne la comunità: il giudice però dichiara la sua incompetenza a giudicare su fatti religiosi e fa cacciare tutti dall’aula. Al contrario di Sergio Paolo, Gallione, proconsole della provincia dal 51 al 5223 e fratello del filosofo Seneca, non vuole approfondire il motivo della lite e nemmeno interroga Paolo: non gli interessa entrare nel caso specifico, ma non prende nemmeno posizione contro di lui.

Il comportamento del governatore Gallione sembra confermare come in questi anni lo Stato romano non prendesse alcuna posizione negativa nei confronti dei Cristiani. Già l’atteggiamento tenuto da Pilato, se non fosse stato influenzato dalla folla, era stato quello di non occuparsi di problemi interni alla Legge giudaica. Se pure non vogliamo considerare reale l’episodio del rapporto di Pilato a Tiberio e del tentativo imperiale di riconoscere il Cristianesimo osteggiato dal Senato24, l’atteggiamento dell’imperatore sembra proprio essere quello di tentare la pacificazione della turbolenta provincia di Giudea, nella quale la diffusione della nuova religione era ancora limitata. Lo stesso atteggiamento di sostanziale tolleranza rimase tale fino alla svolta anticristiana di Nerone dell’anno 62 e l’unico momento di persecuzione sembra limitato agli anni 41-44, quando la Giudea è amministrata direttamente da Erode Agrippa I (morte di Giacomo Maggiore e arresto di Pietro).

In questo ambiente di sostanziale tolleranza, il Cristianesimo si era diffuso nella classe più alta dell’Impero, anche nella stessa Roma, ad opera della predicazione di Pietro25. Gli Acta Petri ricordano, infatti, il senatore Marcello, nella casa del quale avrebbe dimorato l’Apostolo26. Potrebbe forse trattarsi dello stesso Marcello mandato da Tiberio in Giudea nel 35 al momento della deposizione di Pilato e console poi nel 43? Se si trattasse del medesimo personaggio, questo potrebbe spiegare la precoce diffusione del Cristianesimo all’interno dell’alta società romana. All’anno 57 risale l’episodio, ricordato da Tacito, del processo a Pomponia Grecina, moglie del generale Aulo Plauzio, superstitionis externae rea: si tratta di una matrona romana convertita al Cristianesimo?27. Quando Paolo, infatti, arriva nell’Urbe trova già presente una numerosa comunità cristiana28, della quale fanno parte esponenti di tutte le classi sociali di ogni età e di ogni sesso, anticipando quanto ricordato in una epistola indirizzata da Plinio il Giovane all’imperatore Traiano29. Nella lettera a loro inviata (Rom 1,8) l’Apostolo scrive che la fama della fede dei Romani è diffusa in tutto il mondo e di ciò ringrazia Dio, mentre nella lettera a Filemone (Fil 4,22) ricorda i cristiani che erano nella casa di Cesare30. Molto precocemente, quindi, la parola di Gesù era penetrata nel palazzo imperiale e d’altronde la sensibilità del mondo filosofico e culturale romano era ormai pronta a ricevere la nuova fede. Lo Stoicismo, diffuso nell’alta società romana, era per molti aspetti vicino al pensiero cristiano e ne è testimonianza fra l’altro il carteggio che ci è pervenuto tra San Paolo e Seneca31: forse si tratta solo di un falso affascinante, ma esso dimostra come già gli antichi avessero coscienza di questa vicinanza di sentimento32: la figura del filosofo, precettore di Nerone e in seguito sua vittima, evidenzia la sintonia che è presente nell’animo dei due personaggi. L’interesse che avrebbe mostrato verso i Cristiani un personaggio quale Seneca, inoltre, appare come un validissimo argomento per confutare la frequente accusa che alle origini il Cristianesimo si fosse indirizzato solo a spiriti semplici ed ingenui33. Ma se fino a pochi anni fa la maggior parte degli studiosi lo aveva ritenuto falso per motivi stilistici, di contenuto e per la mancanza di testimonianze su di esso precedenti il IV secolo, studi recenti di Marta Sordi e Ilaria Ramelli34 sono stati tesi a dimostrare come, a parte un paio di lettere certamente più tarde, la maggior parte dell’epistolario sarebbe autentica. Il ritrovamento nel 1867 ad Ostia antica di una epigrafe funeraria databile alla fine del I o agli inizi del II secolo35, nella quale è presente una dedica a Marco Anneo Paolo da parte del figlio Marco Anneo Paolo Pietro getta poi una nuova luce sulla questione. La presenza nell’epigrafe della formula di consacrazione pagana agli dei Mani D(iis) M(anibus) appare non rara nei primi documenti cristiani e in questo caso sembra vergata da una differente mano, forse anteriormente al resto del testo. D’altronde, nel I e II secolo è praticamente assente ogni traccia di aperta fede cristiana nelle epigrafi funerarie e solo alcuni labili indizi possono talvolta farcene avvertire la presenza36. L’uso di una onomastica cristiana, specificatamente legata agli Apostoli, sembra quindi rafforzare l’ipotesi di una testimonianza di fede all’interno della famiglia degli Annei e conseguentemente quella di una almeno parziale autenticità dell’epistolario che sarebbe databile a prima del 62. E’ questo l’anno della svolta anticristiana di Nerone, che vede la morte di Afranio Burro (il prefetto del pretorio sostituito poi dal crudele Tigellino) e l’allontanamento definitivo di Seneca dal potere. Ma soprattutto l’anno del matrimonio dell’imperatore con la giudaizzante Poppea37, proprio la domina delle epistole V e VIII dell’epistolario, della quale è ricordata l’indignatio per la conversione dell’Apostolo. L’episodio più famoso della persecuzione anticristiana è quello conseguente all’incendio di Roma del 64 (ricordato solo da Tacito in Ann. XV, 44), ma esso ebbe probabilmente solo carattere locale. Maggior diffusione ebbero invece le misure ricordate da Svetonio38, che colpirono i Cristiani quali colpevoli del reato di seguire una exitiabilis supertitio39, oggetto del disprezzo e dell’odio da parte delle folle. A Roma una delle prime vittime della persecuzione (forse ancor prima dell’incendio, almeno secondo Sordi40) fu l’Apostolo Paolo: ma è interessante a questo punto mettere in luce anche la contemporanea campagna anti-stoica, che portò alla morte i maggiori esponenti della cultura romana (tra cui basta ricordare, oltre Seneca, anche Rubellio Plauto). Questi Stoici, che avevano guardato con simpatia la nascente comunità cristiana, furono accusati di un’eccessiva severità morale, di astenersi dalle comuni dissolutezze e di rifiutare il culto imperiale: accuse molto simili a quelle di cui erano oggetto negli stessi anni i primi martiri cristiani. Nonostante la persecuzione neroniana, la diffusione del Cristianesimo diviene sempre maggiore, favorita dalla sostanziale tolleranza da parte della dinastia Flavia. Vespasiano e Tito avevano avuto probabilmente una conoscenza diretta della nuova religione durante la guerra contro gli Ebrei in Palestina e viene ipotizzata da Sordi un’adesione al Cristianesimo addirittura del fratello di Vespasiano, Flavio Sabino41. Anche il regno di Domiziano fu quasi interamente benevolo nei confronti dei Cristiani fino all’improvvisa condanna per ateismo (asébeia) del cugino Flavio Clemente (figlio proprio di Flavio Sabino), pochi mesi dopo essere stato eletto console per l’anno 95. Nella sua Historia Ecclesiastica Eusebio ricorda come insieme a lui caddero Flavia Domitilla (la moglie o forse la nipote del console) e il fratello Flavio Sabino (marito di Giulia, figlia dell’imperatore Tito, zio di Domiziano), insieme a moltissimi altri42. Quale che sia stata la reale motivazione di questa inattesa condanna, essa provocò l’inizio di una generale persecuzione contro i Cristiani, rei di essere correligionari o almeno protetti di Flavio Clemente. Ma il fatto che un senatore, per di più console, di nobile famiglia e persino stretto parente dell’imperatore, abbia potuto convertirsi al Cristianesimo, dimostra come, alla fine del I secolo, il nuovo Verbo avesse ormai toccato il vertice della società romana, manifestando definitivamente di non essere una religione aperta solo a schiavi o donne, o comunque agli strati più bassi e ingenui della società romana. E nel giro di pochi anni Tertulliano potrà orgogliosamente dichiarare nel suo Apologeticum che i Cristiani avevano ormai riempito ogni luogo dell’Impero e lasciato ai pagani i soli templi43.

Riccardo M. De Paoli, Socio della Fraternitas Aurigarum

NOTE

1Ricordiamo però quali eccezioni il dialogo con la Samaritana (Gv 4,1-42) e soprattutto il miracolo compiuto nei riguardi della donna cananea (Mt 15, 21-28).

2E. Innocenti, I. Ramelli, Gesù a Roma, 2007, 12 e 108-115.

3L. Boffo, Iscrizioni greche e latine per lo studio della Bibbia, 1994, 300-1.

4Discussione e bibliografia in Boffo, op. cit., ibidem.

5Anche il dedicatario del Vangelo di Luca e degli Atti, il kràtistos/egregius Teofilo (se si tratta di un personaggio storico) rappresenta l’interesse o almeno la curiosità che l’alta classe dei cavalieri aveva verso il Cristianesimo. E. Innocenti-I. Ramelli, op.cit., 33. A. Valvo, Origine e provenienza delle gentes italiche nella provincia di Galazia in età Giulio-claudia, in Atti del Convegno Internazionale “Tra Oriente e Occidente: Indigeni Greci Romani in Asia Minore”, Cividale del Friuli, 28-20 Settembre 2006, 151-163. M. Sordi, Paolo e le città dell’Asia, in Atti del Convegno, 141-150.

6M. Sordi, Paolo e le città dell’Asia, 142.

7At 4,36.

8E. Innocenti-I. Ramelli, op.cit., 132.

9L’episodio viene probabilmente ripreso ed ampliato negli apocrifi Acta Petri et Pauli, nei quali, davanti all’imperatore Nerone, gli Apostoli screditano Simon Mago.

10At 13,9 Saulus autem, qui et Paulus.

11S. Mazzarino, op. cit., vol. I, pp.170 sgg.; M. Sordi, Paolo e le città dell’Asia, 143; M. Sordi, I Cristiani e l’Impero romano, 2004, 36-7; v. anche S. Girolamo, De viris illustribus, 5 (vita di San Paolo).

12IGR 3,930 (επί Παύλου ανθυπάτου); SEG 20, 302 dell’età di Claudio ([επί Κ]οίντου εργ[ίου]); SEG 30, 1 605 (διά Κοίντου Σεργ[ίου].

13CIL VI, 31545 Paullus Fabius Persi[cus] / C(aius) Eggius Marull[us] / L(ucius) Sergius Paullus / C(aius) Obellius Ru[fus] / L(ucius) Scriboniu[s Libo] / curatore[s riparum] / et alv[ei Tiberis] / ex auctorit[ate] / Ti(beri) Claudi Caesaris / Aug(usti) Germanic[i] / principis s[en(atus)] / ripam cippis pos[itis] / terminaverunt a Tr[ig]ar[io] / ad pontem Agrippa[e].

14EJ 134.108=IGR 3,300) (v. L. Boffo, op.cit., 245) [τν κρατστην [Σερ]/γ̣αν (?) Λουκο̣ [υ θυ]/γατρα Παλλαν, γυνακα Γαου Κα/ριστανου Φρν/τωνος πρεσβευ/το Ατοκρτορο[ς]/ Κασαρος [Δομε]/τ̣ι̣α̣ν̣ο̣̣ Σεβαστο[].

15M. Sordi, I Cristiani cit., 222. La formula collegium quod est in domo Sergiae Paulinae riprende alla lettera quelle paoline (ad esempio Col 4,15: ecclesia quod est in domo...).

16Un approfondimento sulla figura di L. Sergio e sulla famiglia dei Sergii Paulii è in L. Boffo, op. cit., 242-246. E nella stessa zona è pure attestata epigraficamente la presenza della tribù Sergia. Vedi anche R. Mowery, Paul and Caristanius at Pisidian Anthioc, in «Biblica» 87 (2006) fasc.2, 223-242.

17At 16,13-15; E. Innocenti-I. Ramelli, op.cit., 157-158.

18At 17,1-9

19At 17,10-12

20At 17,34

21L. Boffo, op.cit. 349-352.

22 At 18,8

23Il suo nome è in un’iscrizione di Delfi, verosimilmente della primavera del 52 (SEG III, 389): in essa si ricorda [Λ. Ίού]νιος Γαλλίων. v. L. Boffo, op.cit., 247-256.

24M. Sordi, I Cristiani cit., 27.

25M. Sordi, loc.cit, 45

26Acta Petri, 8: Petrum…morantem in domo Marcelli senatoris; ma la tradizione ricorda pure il senatore Pudente che a sua volta avrebbe ospitato l’Apostolo.

27Tacito, Ann. XIII, 32; E. Innocenti-I. Ramelli, op.cit., 197n; P. Carraro, I pagani di fronte al Cristianesimo. Testimonianze dei secoli I e II, 1984,37. M. Sordi, Il Cristianesimo,I,68. M. Sordi, I Cristiani op.cit., 35. D’altronde lo stesso Tacito, anche in Ann.XV,44, relativamente all’incendio di Roma del 64, ricorda la presenza di una folta comunità cristiana in città.

28In At 28,15 viene ricordato come molti fedeli in essa abitanti vadano incontro a Paolo (cfr E. Innocenti-I. Ramelli, op.cit, 8).

29P. Carraro, op.cit.,59; Plinio il Giovane, Ep.X, 96: multi enim omnis aetatis, omnis ordinis utriusque sexus. Così anche Tertulliano in Apol 1,7.

30Aristobulo e Narcisso ricordati in Rom 16,11 sono forse da identificarsi coi potenti personaggi presenti nella Roma di Claudio. Aristobulo, figlio di Erode di Calcide, fu mandato da Nerone a governare la piccola Armenia nel 54, quindi poco dopo la stesura della lettera ai Romani; Narcisso, invece, fu il potente liberto dell’imperatore Claudio, morto nello stesso anno 54. (E. Innocenti –I. Ramelli, op. cit., 271-2 e 297). M. Sordi, I Cristiani, 45-46.

31L. Bocciolini Palagi, Epistolario apocrifo di Seneca e San Paolo, 1985, 19-22. M. Sordi, Il Cristianesimo, II, 461-464.

32Seneca saepe noster dice Tertulliano nel suo de anima, 20.

33L. Bocciolini Palagi, op.cit, 21-22.

34Μ. Sordi, I Cristiani, 51-56.

35D(is) M(anibus)/ M(arco) Ann(a)eo/Paulo Petro/M(arcus) Ann(a)eus Paulus/filio caris(s)imo (CIL XIV, 566, ora al Lapidario del Museo Archeologico Ostiense, inv.11020).

36I. Ramelli, Cristiani e vita politica: il cripto-cristianesimo nelle classi dirigenti romane nel II secolo, in «Aevum» 77 (2003), 35-51, particolarmente. 36-37.

37M. Sordi, I Cristiani, 58 e Flavio Giuseppe, AJ 2,195.

38Svetonio, Nero 16,2: afflicti suppliciis Christiani, genus hominum superstitionis novae et maleficae.

39Così Tacito in Ann.XV, 45.

40M. Sordi, I Cristiani, 66.

41Gia praefectus urbis per dodici anni sotto Nerone. M. Sordi, I Cristiani , 45 e I. Ramelli, op.cit. p.41.

42Eusebio. Hist.Eccl., III 18,4; P. Carraro, op.cit.,43 e 133-135. Tra questi anche il console dell’anno 91, Manio Acilio Glabrione, il cui figlio (console nel 124) sposerà la figlia di Sergia Paulina e Cn. Pinario Cornelio Severo.

43Tertulliano Apol. 37,4 (Hesterni sumus, et vestra omnia implevimus, urbes, insulas, castella, municipia, conciliabula, castra ipsa, tribus, decurias, palatium, senatum, forum: sola vobis relinquimus templa).