Il progetto di risanamento spirituale e culturale del Beato Antonio Rosmini

  • di

Nota: il seguente scritto riporta quanto detto ad una conferenza tenuta da Padre Vito Nardin, preposito generale dell’Istituto della Carità, durante una delle riunioni periodiche della Fraternitas Aurigarum.

La vita di Antonio Rosmini mostra una vigorosa vitalità intellettuale fin da giovane, tendente ad abbracciare tutto l’essere e a individuare l’ordine dell’essere. Egli elaborò ben presto un grandioso progetto. Tuttavia sarebbe limitativo e fuorviante considerarlo come un suo sogno, un desiderio, mentre si è trattato della risposta ad una chiamata ricevuta da Dio.

  1. Dal progettare all’attendere: attendere a se stesso, all’Istituto e alla Chiesa

Egli fin da sedici anni dichiarò “Quest’anno fu per me anno di grazia. Dio mi illuminò su molte cose e compresi che non v’è altra sapienza che in Dio”.

Non aveva ancora 18 anni e scriveva di avere scelto di diventare sacerdote: “Io ho fermato di farmi prete e di porre tutto quello che ho a comperarmi un tesoro, cui né la ruggine, né la tignuola scema o guasta, né i ladri dissotterrano e portano via. Tutto quel poco di dottrina che (se Dio benedetto m’aiuta) avrò, io intendo usarlo in ammaestrare altrui (e che più bella cosa del giovare!); e il corpo non lasciare impigrire, ma faticare; e li miei averi impiegare nell’invigorir le scienze e nel sollievo dei poverelli. Questi sono i sentimenti che mi detta non solo lo intelletto, ma e il cuore” (Rovereto, 22 settembre 1814, al sig. Bartolomeo Menotti, EA, I, pag. 23).

Oltre la chiara e decisa scelta di vita, emergono – già in questa lettera, a questa età! – le tre componenti della carità spirituale, intellettuale e corporale, direttrici di tutto ciò che egli farà.

Certamente nell’età giovanile sembravano prevalere l’amore allo studio e la corrispondenza con gli amici.

In uno scritto giovanile, il Giorno di solitudine, prevalgono in un primo tempo le due ‘donne’, la filosofia e l’amicizia, ma gli accade quasi un’indigestione del loro cibo e la religione viene in soccorso del suo desiderio di completa e superiore realizzazione.

Egli lo riconosce, e corregge la traiettoria, dando il primato alla religione. (Cfr. Il giorno di solitudine). A Rovereto si conserva ancora un tavolo ottagonale, girevole sul suo perno, sul quale apriva diversi libri. Il suo modo di rilassarsi era di cambiare l’argomento di studio.

I suoi studi non hanno ancora una sistemazione precisa, che verrà con la maturità. La sua scelta di vita invece è già precisa fin da quando è sacerdote, all’età di 24 anni. Le esperienze di parziale fallimento della società vannettiana e della società degli amici, che avrebbero dovuto, nel suo intendimento, coinvolgere tanti intelletti e contrastare l’enciclopedia francese con un’enciclopedia cristiana subiscono un blocco. Egli allora, adotta una regola di condotta che costituisce il suo progetto di vita, e sarà il progetto dell’Istituto che nascerà, egli scrive, quando Dio vorrà.

Passività come atteggiamento di purificazione, attesa e preparazione; indifferenza come disponibilità alla vita sia contemplativa che apostolica, a seconda della chiamata della Provvidenza, tramite segni certi.

Il primo elemento è la purificazione, in altre parole, il risanamento, ma di se stesso “dai miei enormissimi vizi”.

Maria Maddalena di Canossa, ora santa, vorrebbe iniziare con lui il ramo maschile della propria opera, i Figli della carità, con il fine dell’apostolato laicale per il miglioramento liturgico e dei costumi. Rosmini valuta i suoi suggerimenti e alla fine si discosta dal parere della Canossa – che non voleva che accedessero al sacerdozio, per timore del carrierismo. Rosmini mette la carità pastorale all’apice delle tre forme e dunque non può impedire ai suoi futuri confratelli di imitare Gesù buon pastore che dà la vita per le pecore, e dall’imitare grandi santi, che pur essendo vescovi e papi non vissero per la carriera. Provvede ad impedire il carrierismo tra i suoi con un voto speciale di non aspirare a cariche né nell’Istituto né nella Chiesa.

  1. L’origine dell’Istituto. E’ possibile rintracciare la scintilla che avrebbe acceso il fuoco iniziale nelle lettere alla santa Maddalena di Canossa. “La prego di considerare quanto sia grande e sublime il ministero della cura della anime, istituito da nostro Signore nella Chiesa. Il petto di un Vescovo e di un Parroco debbe essere un mare di carità” (10 dicembre 1825), e poco dopo, il 24 gennaio 1826. Egli prevede che i religiosi dell’Istituto siano anche sacerdoti e vescovi, contrariamente all’opinione della Canossa. Se la Chiesa non può fare a meno di tali “dignità”, “non resta che pensare al modo santificarle”. “E come si potrebbero maggiormente difendere dai pericoli che seco congiungono, se non con educare nella santità della professione religiosa, e di una professione, dirò anche (giacchè questo sarebbe il nostro caso) la più rigorosa e la più severa di tutte, le persone che debbono sostenerle, educandole con quella lunga preparazione che a ciò dovrebbesi stabilire, e non esponendole al cimento, se non dopo le più replicate prove di vera umiltà ed abbiezione di se stesse?”.

  2. Il fine è di formare uomini umili, mansueti e veri imitatori di Gesù Cristo, è l’acquisto della perfezione evangelica, la salute e perfezione morale dei suoi membri, la loro santificazione. Questo fine semplice non esclude l’attività apostolica, ma la subordina ad una chiamata esplicita da parte della Provvidenza, che si serve della Chiesa. Differisce dal fine della Compagnia di Gesù, che prevede nel fine non solo la salute e perfezione dei suoi membri ma anche quella del prossimo, e dunque la loro vocazione è apostolica. (EA, n. 535).

  3. Lo spirito è improntato ad una profonda umiltà non solo dei membri ma anche di tutto l’Istituto. “E’ meglio che rimanga piccolo, sia disprezzato, soffra urti e contraddizioni piuttosto che si metta per una via di umana prudenza; non cerca l’appoggio dei grandi, non ama privilegi, è contrario ad ogni ambizione. Consiste nel saper conciliare il raccoglimento interno con una grandissima attività secondo l’ordine della carità. In punto di attività noi dovremmo andare avanti a tutti” (EA n.738).

L’Istituto è forte soltanto per i suoi vincoli d’obbedienza e di carità: guai se li allargasse” (EA , n. 857). “Mira a organizzare tutti i buoni e a sottomettere tutte le buone istituzioni alla potestà della Chiesa” (EA n. 192).

  1. Stato elettivo. Non è uno stato di inerzia, ma uno stato di preparazione alla vita attiva per la carità. “Dobbiamo starci nel nascondiglio come leoni nel loro covile; dobbiamo vivere in casa contemplanti, come archi tesi, come un vaso di vino generoso, bene otturato, come una forza compressa, acciocché s’espanda e scoppi, a suo tempo, con più forza” (EA n.312). “L’unione della santa contemplazione coll’esercizio delle opere di carità è l’intento dell’Istituto”. (EA n.1217).

  2. Stato attivo. “E’ un corpo ausiliario al Clero secolare e agli altri corpi religiosi che lo hanno preceduto”. (EA n. 426). E’ una ruota di scorta. “L’Istituto è consacrato alla carità universale, e perciò l’apice a cui può pervenire è la cura pastorale delle anime” (EA n.667).

Per illustrare la tendenza dell’Istituto ad immergersi nella Chiesa scrive la Descrizione dell’Istituto nella sua organizzazione sociale. La parrocchia, se l’Istituto ne è incaricato, è la forma più consona all’Istituto, revedendo che vi agiscano i preti, i fratelli, i figli adottivi, le suore rosminiane, gli ascritti, come singoli, in comunità o gruppi, in sodalizi.

La Costituzioni sono scritte da lui ben prima di altri libri. Questo sarà il libro più caro a lui. Le persone, l’uomo, la Chiesa, la grazia di Dio, la Carità, ecco gli elementi del suo progetto, secondo un programma la cui realizzazione non dipenderà da lui solo, ma dalle circostanze provvidenziali.

  1. Scrittore per incarico del papa Pio VIII.

I suoi scritti hanno queste finalità:

Primo fine: combattere gli errori;

Secondo fine: ridurre (ricondurre) la verità a sistema;

Terzo fine: dare una filosofia che possa essere solida base delle scienze;

Quarto fine: e di cui possa servirsi la teologia.

Rosmini usa l’immagine di una piramide per descrivere l’ordine delle scienze. (Introduzione alla Filosofia, n. 8).

La filosofia ha come fine l’attraversamento di tutta la piramide, in senso orizzontale e, soprattutto, verticale: man mano che procede essa trova le risposte (o ragioni) ultime delle diverse scienze (filosofia della matematica, della storia, della politica, ecc); pervenuta al vertice della piramide trova le ragioni ultime di tutto il sapere umano. Le varie scienze formano dunque i gradini inferiori della piramide. La filosofia, distinta dalle altre scienze e sopra di esse innalzata quasi madre e guida comune, occupa i più elevati gradini dell’immenso sapere scientifico: dalla filosofia le singole scienze ricevono chiarezza e vita. (U. Muratore, Una lettura di Rosmini, pag. 34).

Il primo compito di risanamento nel campo filosofico è stato affrontato con il Nuovo Saggio sull’origine delle idee (1830). Contrasta i filosofi sostenitori del sensismo e quelli che diffondono il razionalismo. Ammette una sola idea innata, l’idea dell’essere, che brilla ad ogni mente consentendo di conoscere tutti gli esseri e di riconoscerli tali in base a questo indispensabile metro di misura. L’idea dell’essere non è nessuno degli enti considerati e conosciuti, come appunto il metro non è elemento inserito in nessuna delle case che vengono costruite servendosene continuamente. E’ la sorgente, che sgorga dal sottosuolo: tutto il resto del percorso del ruscello, del laghetto, del torrente, del fiume, del lago, del mare, dell’oceano è sopra il suolo. Un esempio che posso suggerire in base alla mia esperienza è quello di considerare un elemento comune in tante realtà analoghe e rintracciare l’inizio di tutte i un punto comune eppure diverso da tutte. Un’espressione di Rosmini che intende trasmettere la vastità infinita della realtà da sondare, ispezionare, percorrere, delimitare, è questa: “il mare dell’essere”. Prendiamola come un suggerimento di cui giovarci per un chiarimento sull’idea dell’essere e sulle altre idee. Partiamo dalle idee più grandi per giungere a quella. Oceano Atlantico, mare Mediterraneo, mare Adriatico, fiume Po, fiume Ticino, lago Maggiore, fiume Toce, torrente Cairasca, lago Bianco, …la sorgente. A questo punto ci si ferma. Si tratta di acqua, come nelle masse d’acqua precedenti, ma non è “acqua sopra il suolo”, viene dal sottosuolo. Così l’dea dell’essere: è sorgente di tutte le realtà nominabili. Senza la sorgente dell’essere, senza l’idea dell’essere non possono esistere nella mente.

Dunque l’idea dell’essere è un’idea madre, è come il latte materno, contiene tutto quello che serve, da solo nutre il bimbo in maniera esaustiva e potente. Egli cresce in quei mesi come mai in nessun altro periodo dell’esistenza. L’idea dell’essere è come il radar che contemporaneamente ispeziona tutto lo spazio e individua ogni vettore aereo che vi si presenta.

Le discipline del sapere sono molte. Rosmini tratta di diverse di esse, perché c’è da risanare non solo la conoscenza delle idee, ma anche le funzioni della ragione, dell’anima.

Le attività dove c’è trasformazione sono chiamate arti.

La trasformazione dell’uomo è un’arte particolare, che si chiama morale.

La morale.

Non è perfezione di qualche abilità (pittura, architettura, medicina, ecc.) ma perfezione di tutta la persona umana.

Caratteristiche della morale sono: rendere buona l’anima umana; renderla ordinata intenzionalmente al fine ultimo dell’uomo. Perciò le arti sono buone se sono efficaci a raggiungere la perfezione totale dell’uomo.

Altro fattore importante caratterizzante della morale è la sua autonomia. Essa obbliga, comanda all’uomo senza porre condizioni o promesse. L’uomo sente di doverle ubbidire, non perché diventerà migliore, ma perché deve farlo.

La morale dunque, o etica è la scienza che determina come devono essere le azioni umane. Ad essa segue la scienza della perfezione umana, cioè la teletica, la quale da una parte ci si collega all’etica in quanto questa dà la causa della perfezione, dall’altra alla scienza della felicità umana o eudemonologia. Se la perfezione di cui si tratta è quella dell’individuo, i mezzi per conseguirla in se stesso vengono studiati dall’ascetica, i mezzi per farla conseguire agli altri dalla pedagogia. Se si tratta della perfezione della società, allora si ha, rispettivamente l’arte di condurre la famiglia alla perfezione o iconomia e l’arte di condurre la società civile o politica.

I vari capitoli della scienza morale riguardano: la prima legge morale (che è l’idea dell’essere); il bene (soggettivo, oggettivo); l’amore (pratico, prodotto dalla stima del bene); il male (fisico, morale, (distinzione tra peccato e colpa); la libertà (bilaterale).

La pedagogia.

L’uomo in parte educa se stesso, ma intervengono tanti altri fattori: i familiari, gli insegnanti, i quali suppliscono o cooperano coi genitori; la società civile e la società religiosa. Anche Dio, Persona spesso trascurata, interviene nell’educazione dell’uomo, disponendo ed ordinando gli avvenimenti storici e naturali.

Evitare di dedicare troppo tempo alle diverse facoltà dell’uomo e alle materie dell’insegnamento, che all’uomo stesso. La persona assicura l’unità dell’educazione. Un esempio da parte sua viene dato nelle Cinque Piaghe (meno memorizzazione, istruzione più piena e vitale). L’esigenza di un metodo. Solitamente dal particolare all’universale, con qualche alternanza quando c’è bisogno. La libertà di insegnare: i dotti, la Chiesa (da Cristo), i padri di famiglia, i benefattori. Compito del Governo è quello di agevolare lo sviluppo delle facoltà umane aprendo scuole dove mancano; di controllare che vengano tutelati i diritti inalienabili degli alunni, di regolare le modalità dell’insegnamento.

Il diritto.

La filosofia del diritto è la scienza della giustizia, perché la giustizia è la radice e l’essenza di tutte le leggi. Infatti nella morale Rosmini ha espresso la suprema legge della giustizia con la formula <<riconosci praticamente l’essere nell’ordine suo>>. Suppone l’attività di un soggetto intelligente, cioè la capacità di operare in seguito alla conoscenza avuta (attività che è appunto l’atto del <<riconoscere>>) tale attività deve essere esplicata da una persona¸ cioè da una volontà libera; inoltre si tratta di un’attività buona per la persona che la esercita; lecita, cioè in armonia con la legge morale; protetta dalla legge morale stessa. Queste cinque caratteristiche costituiscono l’essenza del diritto, definito da Rosmini <<una facoltà di operare ciò che piace, protetta dalla legge morale, che ne ingiunge ad altri il rispetto”.

Il diritto dunque è una potenza di operare entro i confini fissati e tutelati dalla legge morale di giustizia.

Il diritto può essere individuale.

Il diritto connaturale per essenza è la persona umana, principio e attività umana investita, per mezzo del lume della ragione, di infinita dignità. Essa non ha il diritto, ma è il diritto umano sussistente, non ha la libertà, ma è la libertà.

Rosmini respinge chiaramente la tesi che la società sia più dell’individuo e che quindi si possa sacrificare la persona alla società.

Il diritto sociale.

La società teocratica.

La società domestica.

La società civile.

  1. La politica.

Il pensiero politico entra anch’esso, come il diritto, nell’ambito della sfera morale. Infatti la filosofia ha come scopo la ricerca del bene morale in tutta la sua estensione; la filosofia del diritto si propone la giustizia, che è una parte della morale, ed ha sede nella morale; determinare, invece, la distribuzione di ciò che è utile all’uomo, in modo tale che non venga violata la giustizia, è compito della filosofia della politica. Questa scienza, quindi, presuppone da una parte la conoscenza della morale e del diritto, dall’altra l’esistenza di una società civile.

L’opera della società civile si sdoppia concretamente in due grossi compiti: da una parte essa fa attenzione ai beni immediati e prossimi, ai beni materiali che accrescono il gradimento dell’animo; dall’altra si preoccupa affinché questi beni siano ordinati verso il fine ultimo dell’uomo, il quale consiste nella perfezione morale. Questa duplice presenza di beni eudemonologici e morali spiega anche perchè la società è mossa da due forze.

La prima forza è una specie di istinto sociale o ragione pratica delle masse, un istinto che porta i più a volere i beni immediati e particolari.

La seconda forza è contraria alla ragione pratica, la ragione speculativa, propria degli individui destinati a guidare un popolo. Costoro, che sono sempre pochi, tengono presenti le conseguenze lontane e universali delle leggi e dei movimenti che compie una società.

L’utopia e il perfettismo.

Il criterio o metro di misura per stabilire quale movimento sia legittimo è l’appagamento (materiale-morale) degli animi. Tale appagamento si raggiunge quando vengono proposti ai cittadini fini realizzabili e perseguibili. Ogni populismo o demagogia, ogni <<perfettismo>> o stimolo verso fini irraggiungibili turba la società e le fa perdere tempo.

  1. Il cristianesimo.

Un posto importante acquista nella storia della società l’inserimento del cristianesimo. Esso la salva dalla corruzione cui tendono, rafforzando la ragione speculativa degli individui. Rivelando agli uomini che possono unirsi tutti indistintamente all’Assoluto e che nessuno deve essere ostacolato nel raggiungimento di tale unione, dà una luce nuova al concetto di uguaglianza e a quello di libertà. Il cristianesimo completa le norme morali del filosofi, i quali al massimo possono indicare il fine naturale dell’uomo senza, peraltro poter fornire i mezzi adeguati a raggiungerlo; infatti esso svela il fine soprannaturale dell’uomo e gli offre i mezzi efficaci (la Grazia) per raggiungerlo. La sua dottrina supera i tempi, gli spazi e gli uomini; assicura, per conseguenza, durata e stabilità alle società, tutela gli uomini contro tiranni e despoti, getta i primi semi per un governo universale.

Il cristianesimo, inoltre, considerando i beni terreni nel loro giusto valore di mezzi per il raggiungimento del fine, da una parte premunisce le società contro tutte le inquietudini di chi considera i beni fini e scopre costantemente che non sono fini, dall’altra garantisce il modo migliore di trattarli. Si giunge così alla sorprendente conclusione che il cristianesimo, pur cercando costantemente i beni celesti, si trova tuttavia carico di beni terreni; questi ultimi infatti tendono spontaneamente ad accumularsi nelle mani di quegli uomini che sanno trattarli per quello che valgono. Ecco perché Rosmini al Sansimonismo dei suoi tempi e a tutti coloro che ritengono la conquista dei beni unico scopo della società obietta che <<i beni temporali messi per fine conducono le nazioni a distruggere se stesse e l’uomo ad imbrutire” (Fil, della politica, p. 324).

Circa i rapporti che la Chiesa, rappresentante legittimo del cristianesimo, deve avere con lo Stato, Rosmini ribadisce che <<la religione cattolica non ha bisogno di protezioni dinastiche, ma di libertà>> (Cost. sec. G. soc. cap VII, art III, in Progetti di costituzione, EN vol 24, p. 88).

Compito dello Stato, tutelare la libertà della Chiesa: esso non adempie al suo compito quando fomenta la divisione tra i cattolici ed i loro Pastori (vescovi-papa), quando impedisce le riunioni dei vescovi in sinodi o concili o intralcia il loro insegnamento, quando strumentalizza l’insegnamento ufficiale della Chiesa o l’elezione dei vescovi. Salva restando la conferma da parte della Santa Sede, l’elezione dei vescovi dovrebbe avvenire ad opera del clero e del popolo congiunti insieme; infatti <<il solo clero unito col popolo può restituire i grandi Vescovi alla Chiesa>> (La Costituzine secondo giustizia sociale, cap VII, EN vol 24,p.94).

La teologia.

E’ il campo degli studi rosminiani meno studiato. Forse la novità di alcune tesi, forse il fatto che egli non ha dato una sistemazione organica, costretto per motivi contingenti a lasciare incompleti studi di teologia. Il sospetto di eterodossia dopo la condanna di quaranta proposizioni a carattere prevalentemente teologico.

Eppure nella mente di Rosmini la teologia occupa un ruolo importante, perché costituisce lo sbocco ed il coronamento della filosofia. Rosmini paragona il sapere ad un maestoso edificio: la filosofia e tutto lo scibile umano sono rappresentati dai muri, mentre la teologia costituisce la cupola d’oro che protegge l’edificio dalle piogge e dai venti. “Prendere gli uomini con la ragione e condurli alla religione” gli aveva detto Pio VIII nel 1829.

La grazia.

Col solo lume della ragione si può conoscere ben poco di Dio: l’esistenza, la bontà, giustizia, perfezione, ecc.), ma manca l’esperienza di Dio, quella percezione reale e concreta che invece abbiamo degli enti creati. La teologia naturale è fatta di proposizioni che appaiono chiare nei loro termini, ma inesplicabili e misteriose nei loro legami e contenuti reali. Il teologo che parla di Dio solo con gli elementi offerti dalla natura è simile al cieco nato che parla dei colori: esprime cose sensate, ma non afferra la realtà concreta di ciò che dice.

La grazia è un’azione reale ed efficace, <<un aiuto interiore e possente>>. Questa forza opera nell’anima umana, anzi nell’essenza stessa dell’anima, cioè nell’elemento razionale ed intellettivo, perché l’Essere Supremo <<non può comunicare immediatamente, se non con ciò che vi è di più nobile nell’uomo”.

Ai due sentimenti naturali, animale e intellettivo, aggiunge un terzo nuovo sentimento, un sentimento soprannaturale. Il sentimento, a sua volta, pur essendo di sua natura passivo, produce sempre nell’uomo una corrispondente azione della stessa natura del sentimento. Dal nuovo sentimento soprannaturale sorge allora nell’essenza dell’anima <<un vero principio nuovo>> di azione, un istinto soprannaturale che Rosmini chiama istinto dello Spirito Santo. L’anima acquista una nuova forma, cioè una nuova attività; l’uomo diventa una <<creatura nuova>>, capace di entrare nel Regno dei cieli, perché <<rinata nello spirito>>.

La grazia è un’operazione di Dio, quindi è un’operazione deiforme. Dio non solo è il principio dell’operazione, ma ne è anche il termine. Nella grazia, infatti, Dio si congiunge all’uomo formalmente, costituisce cioè la forma dello spirito umano elevato allo stato soprannaturale.

Con l’affermare che Dio costituisce la forma dell’intendimento il discorso diventa delicato e si rischia di accusare ingiustamente Rosmini di pantesimo. Dio – tiene a chiarire Rosmini – è forma sì dello spirito umano, ma forma oggettiva, cioè presente, ma nettamente distinta da ciò di cui è forma. Dio, inoltre, è forma in modo diverso da come è forma l’essere ideale. Con quest’ultimo si intuisce l’Essere nel suo inizio e si percepiscono gli esseri creati in modo da poter sempre distinguere tra l’idea e il loro essere reale. Con la grazia, invece, si percepisce l’Essere nel suo termine cioè nella sua realtà, e quest’Essere – nel quale non si possono immaginare distinte l’esistenza e l’esistenza – è forma non col suo modo di essere ideale, ma con la sua propria sostanza.

Sentire, tuttavia, non significa avere coscienza. Noi infatti non possiamo avvertire la prima operazione della grazia, perché questa agisce a modo di operazione: l’anima non può avvertire l’avvento del soprannaturale

se prima non è posta nell’ordine soprannaturale, e quando è posta il soprannaturale è già in lei.

Dopo il primo atto della grazia, invece, si può avere coscienza degli altri atti, ma con difficoltà. Gli effetti, invece, del sentimento fondamentale soprannaturale si possono riconoscere facilmente:(Gal, 5, 22-23).

Il non percepire Dio distintamente segna l’inizio della fede: <<questa parte occulta di Dio, questa misteriosa essenza è propriamente l’oggetto della fede, ed il veicolo della grazia, lo stimolo divino, la punta, quasi direi, della divina sostanza, con cui Dio tocca l’uomo>>. Dio verrà percepito distintamente nell’altra vita: allora l’uomo passerà dallo stato di grazia, allo stato di gloria.

La grazia triniforme.

Il sentimento deiforme è una percezione di Dio o del tutto, è la percezione di una forza indistinta che racchiude in sé tutte le forze. Questo sentimento, quando si avverte come triniforme, si percepisce in tre forme o modi. Il primo modo di percepirlo è quello di una forza che opera nell’uomo dominandolo, con una forza creatrice, sorgente di ogni altra forza: da tale sentimento nasce il timore di Dio. Il secondo modo è quello di una notizia di Dio, nella quale scopre una bellezza, una luce che avvince l’intelletto e provoca la fede. Il terzo modo è quello di una volontà o nostalgia, un amore così forte da attrarre la volontà e soddisfarla pienamente. Sentimento di una forza onnipotente che opera, di una verità sussistente che brilla, di un amore che si espande e trascina la volontà: tutto ciò è la grazia triniforme.

Pur trovandosi in tutti e tre i sentimenti, è soprattutto nell’amore che brilla vivissima la totalità: un amore essenziale, che non manca di nulla e il cui prezzo è infinito. E’ questo amore che, quando si eleva a menzogna, fa nascere <<l’idolatria dell’amore>>. Portatori di questo amore sono soprattutto i poeti e gli uomini trascinati da amori terreni disordinati: essi danno alle creature le vesti della totalità (che spetta solo a Dio) e, pur sbagliando, affermano nella loro esagerazione <<un principio profondo rivelato dalla coscienza, un principio che ha una verità in Dio, nell’amore divino>>.

Tra grazia deiforme e grazia triniforme non c’è distinzione di essenza, ma solo di gradi. (Lettura di Rosmini, p. 120).L’uomo, anzi, può percepire la prima senza percepire la seconda. Non tanto perché in Dio vi

siano divisioni, quanto perchè l’uomo non possiede a volte la capacità di distinguere le tre Persone nell’unica sostanza divina. Nella grazia, infatti, si percepisce tutto Dio, ma non in un modo pieno: ciò è dovuto all’imperfezione e ai limiti dell’uomo, il quale partecipa della divinità per gradi diversi.

Con il dono della grazia triniforme Rosmini considera completato l’edificio del sapere umano e compiuta la ricerca dello spirito. L’uomo naturale, in possesso dell’essere ideale infinito e di un sentimento che non poteva mai adeguare l’idea, si era presto accorto del proprio fondamentale squilibrio e si era messo alla ricerca dell’essere reale infinito seguendo contemporaneamente tre piste: cercava un reale infinito, un sapere infinito, un amore infinito. Capiva che ciascuna di queste forme lo avrebbe condotto all’Essere infinito.

Tuttavia, pur comprendendo che il cuore esigeva <<di possedere tanto di realità, quanta ne percepisce>> e che chiedeva ciò <<come l’indigente domanda colla sua sola indigenza>>, non poteva venire incontro a tale esigenza. Dio, rivelando all’uomo il mistero della Trinità e donando la grazia trini forme, scioglie definitivamente il nodo e fornisce all’uomo ciò che costituiva l’ultimo anello della catena. Così la grazia triniforme che costituisce <<il soprannaturale della vita>>, vista come mistero rivelato della Trinità diventa <<il soprannaturale della scienza>> altrettanto necessario come il primo.

Verità e carità trovano il loro altissimo e definitivo punto di incontro in Dio, vertice del tetraedro: e <<in questa carità esercitata nella verità consiste veramente l’opera della sapienza cristiana>>(Idea della Sapienza, n. 104 )

L’essere ideale si trova compiuto ed eseguito nell’essere reale; infatti <<l’essere reale che si percepisce per la grazia, non è che il compimento dell’essere ideale>>. Filosofia e religione si completano nella sapienza cristiana, dove <<la carità non è altro che l’esecuzione e la sostanziazione della verità”. (U. Muratore, Una Lettura di Rosmini, p. 121).

  1. Don Clemente Rebora contemplava così la vita di Rosmini:

Un buon signore, ricco di figli, ne aveva uno, virgineo e vasto di cuore e di mente, che gli era unito con particolare amorosa ubbidienza e in totale abbandono ad ogni suo ordine. Ora accadde che, quando gli avversari della sua benefica signoria si fecero minacciosi con menzogne e macchinazioni, questo figlio devoto, avvalorato dalla volontà paterna, non temette farsi avanti per sventare le inside e tener alto il casato a salvezza e felicità di tutti. Ma, strano a dirsi, più egli con fedele illibatezza dava vigore di carità alla sua opera di verità, e più alcuni, della famiglia stessa, si andarono adombrando, mettendolo in cattiva luce, e finirono col farlo cadere in sospetto del fratello maggiore posto a dirigere la casa: tanto che questi, da principio così favorevole a lui sommesso in suo servizio, parve non riconoscerlo più per uno dei suoi; onde presso la maggioranza perse il credito, furono misconosciute le sue benemerenze, si tentò cancellarne perfino la memoria. Egli intanto aveva sempre adorato ogni disposizione come veniente dall’alto per un bene più grande. Il fatto tuttavia turbò non pochi, e qualcuno ne fece lamento presso la madre; ed ella, che sorvegliava ogni cosa, preso in disparte il più afflitto, gli confidò come il padre aveva permesso al fratello maggiore di tenere tale condotta per un suo disegno di misericordia: giunta la misura al colmo, messo alla prova l’estremo eroismo del beneamato, venuto il tempo e il momento, fatti gli animi più disposti, il buon signore renderebbe manifesta giustizia al figlio dell’umiliazione, elevandolo a colonna della sua casa con beneficio universale; e si sarebbe visto allora quanto era valso il suo sacrificio e il suo esempio a promuovere il cuore uno e anima una nell’unità dell’amore del padre e dei fratelli.

Roma, 6 ottobre 2015.

Padre Vito Nardin, preposito generale dell’Istituto della Carità