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Dio, per essere tra noi come noi, si è esposto a vivere come noi e a soffrire come noi; e il perché l’ha detto: per i peccati.

Siccome i peccati sono atti di rottura fra noi e Lui, egli ha voluto ricomporre la comunione tra noi e Lui, accettando in se stesso, uomo come noi, ma non solo uomo, la conseguenza del peccato: così il peccato non ha più ragione, non si può più opporre alla comunione fra me e Lui, se io lo voglio, se l’uomo di ogni tempo lo vuole.

Infatti Lui, essendo anche Dio, raggiunge ogni essere, ogni uomo, e offre comunione senza che il peccato possa impedirlo. Gesù, che non è solo uomo, ha potuto immedesimarsi in ogni uomo fratello e in ognuno rendere impotente il peccato (se c’è collaborazione, se non c’è opposizione).

Gesù, scaturigine dell’essere di ognuno, ha raggiunto la più segreta intimità di ognuno e lì rendere impotente il peccato come ha fatto mentr’era crocifisso, mentre accettava in sé la conseguenza del peccato (la rottura dell’ordine divino).

Così ogni peccatore può accedere all’ intimità di Gesù, perché Gesù ha tolto al peccato ogni titolo di farsi valere, avendo esaurito in sé ogni conseguenza del peccato.

Sarebbe un errore pensare che Gesù identificandosi col peccatore si è identificato al peccato: Gesù è immune da peccato e proprio per questo può efficacemente opporsi al potere del peccato.

Il peccato ha conseguenze: ebbene, Gesù le ha assorbite in se stesso, perciò il peccato è senza potere.

L’uomo riconciliato con Dio può ancora volere il peccato, ma la comunione con Dio resta aperta, il peccato non può più opporsi.

Ci sono predicatori troppo sentimentali che dicono Gesù identificato al peccato, per poi dire che il peccato è annientato; non è vero: il peccato può tornare a causa della libertà, ma la libertà non è schiava delle conseguenze del peccato e la comunione con Dio resta aperta. Gesù resta senza peccato anche se si immedesima al peccatore (e no al suo peccato).

Don Ennio Innocenti

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