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Il Colle Laterano, quasi continuo col Colle Celio, porta questo nome perché vi era l’abitazione dei nobili Laterani. Uno di questi, quasi certamente cristiano, Plauzio, partecipò con altri nobili “stoici” alla fronda anti-neroniana capeggiata, sembra, da Calpurnio Pisone, scoperta nel 64, l’anno dell’incendio di Roma e della prima grande persecuzione anti-cristiana, nella quale fu travolto, con Pietro, un gran numero di cristiani. Il palazzo di Plauzio fu allora distrutto. Tuttavia nel secolo successivo un altro benemerito Laterano, console, ebbe in dono un palazzo nella stessa zona, dove – successivamente – fu costruita una caserma per la guardia del corpo imperiale. Arrivato Costantino, fu decisa la costruzione, in quell’area, del primo Tempio urbano cristiano, in onore proprio di Cristo, la cui immagine fu lì per la prima volta glorificata.

Successivamente da lì partirono una serie di edifici patriarcali che giungevano da una parte fino alla basilica costantiniana di S. Croce, voluta dalla madre di Costantino, dall’altra si estendeva nella direzione di via Amba Aradam dove c’era un palazzo ereditato dalla moglie di Costantino, che l’Imperatore donò al Papa.

Il portale centrale della Basilica Costantiniana del Salvatore, rivolto a Oriente, ebbe successivamente delle porte bronzee davvero speciali: le porte che appartenevano alla Curia dei Patres, ossia dei Senatori, quando i nuovi Padri erano ormai cristiani.

Per questo a fianco del portale si legge che lì è la “Caput et Mater omnium ecclesiarum”, la prima sede ufficiale del Vescovo di Roma, così definita fin dall’anno 414, un secolo dopo la costruzione di Costantino.

Ennio Innocenti

apr 182018

All’inizio della Settimana Santa, evocatrice dei misteri di morte e risurrezione di Gesù, il Papa ha incitato i giovani… a gridare.

Voleva dire “gridare di gioia”? Forse, ma non ne ha precisato i motivi. O forse gridare per protestare? E’ probabile, perché l’ha connessa con il silenzio degli anziani, “spesso corrotti”. La protesta sarebbe contro la corruzione? Sia pure: anche Gesù l’ha fatto, ma lui sfidava con queste parole: “Chi può accusarmi di peccato?”.

Certo i giovani non sono esenti da corruzione, come prova il consumo della droga e il dilagare dell’aborto; anche i giovani hanno bisogno di redenzione, tutti. Se essi “gridassero” (ossia diventassero efficaci evangelizzatori) farebbero la cosa giusta per collaborare alla redenzione propria e altrui, ma se essi fossero soddisfatti di piazzate sociali sarebbero illusi.

E quanto alla gioia, essi ne hanno giusto motivo perché a loro è donato l’universo materiale e lo stesso Figlio di Dio, ma la gioia dev’esser temperata dalla consapevolezza dell’ordine divino e della necessaria partecipazione alla Croce, unica speranza. Essi vantano d’innalzare la Croce? Bene, ma oltre il teatro c’è la croce quotidiana.

La Croce che il Papa ha ripetutamente elevato davanti a loro ha due dimensioni: una è orizzontale, è vero, e riguarda questo nostro tempo, ma l’altra è verticale, e riguarda l’eterno, l’ascesa.

L’orizzonte sociale dev’essere purificato, quello verticale, spirituale dev’essere conquistato con una lotta quotidiana personale e interiore. In tutti i casi si tratta di responsabilità sacrificali, religiose. Per questo all’inizio della Settimana Santa si legge la Passione, che porta alla Resurrezione.

Ennio Innocenti

apr 182018

Tutte le attenzioni sono per la Cina. Come mai la stampa cattolica tace sul Giappone?

Eppure la Chiesa Cattolica non è senza problemi anche in Giappone. Non ci sono problemi nei rapporti tra Santa Sede e Stato, ma ci sono problemi pastorali nella società giapponese.

I cattolici sono forse 400 mila, ma i protestanti sono il doppio e questo significa già qualcosa, qualcosa di più della disponibilità finanziaria dei missionari protestanti.

L’universalismo cattolico urta il nazionalismo giapponese, la morale sessuale cattolica urta il costume locale, la religione ufficiale (scintoismo) è naturalistica come quella confuciana e tende a sacralizzare cose di questo mondo. Il buddismo, pur essendo di derivazione straniera (filtrata dalla Cina), prevale coi suoi adattamenti e il suo sentimentalismo. Tra la gente è molto diffuso un politeismo innegabile.

Forse per i Giapponesi pesa sul cristianesimo la memoria della sua plurisecolare messa al bando, forse grava il recente ricordo della sleale strage atomica; inoltre non è indifferente il collasso generale della moralità privata e pubblica segnalata, tra l’altro, dal crollo demografico. Può darsi che anche tra gli ecclesiastici giapponesi fermenti la crisi che noi osserviamo in Europa, o che nel laicato ecclesiale non ci sia abbastanza slancio missionario, prigioniero del “produttivismo”.

Certo è che l’orizzonte è fosco: il risentimento coreano, la tensione con la Cina, l’ambigua tutela statunitense strumentalizzatrice del Giappone in funzione anti-cinese influenzano certamente anche la cattolicità del Giappone che vede sulla ribalta il riarmo nazionale più che l’avanzata del fascino di Gesù.

Ennio Innocenti

apr 182018

La nozione di redenzione è strettamente connessa con quelle di espiazione e di sacrificio; tutte e tre sono presenti in molte religioni di ogni tempo e vi hanno un ruolo fondamentale.

Redenzione, dal latino “redimere”, significa propriamente “ricomprare”, quindi indica il “riscatto” di qualcosa o di qualcuno.

Espiazione, dal latino “expiare”, indica l’azione o il complesso delle azioni rituali dirette a “tener lontano”, quindi a “placare” la collera della divinità, causata generalmente dalla condotta dell’uomo.  L’azione rituale espiatoria comprende quasi sempre anche un sacrificio. Nell’ebraismo, inoltre, nell’ambito dei riti di espiazione di cui parla il Levitico (16,21-22), va segnalato il rito del capro espiatorio che consisteva nel cacciare nel deserto un capro sul quale il gran sacerdote riversava tutti i peccati di Israele, che così si riteneva fossero espulsi insieme al capro.

Sacrificio, dal latino “sacrum facere”, significa “rendere sacro”; poiché sacro, come anche “santo”, vuol dire “separato”, sacrificare qualcuno o qualcosa significa sottrarlo al mondo profano per riservarlo alla divinità. Dio infatti è il Santo per eccellenza, assolutamente separato dal mondo, trascendente il mondo. Il sacrificio è dunque quel rito mediante il quale si offre alla divinità qualcosa, che però deve prima essere qualificata religiosamente, cioè deve essere sottratta all’uso profano rendendola “sacra”, quindi “separata” per destinarla alla divinità.

Nella tradizione ebraica, come si ricava dall’Antico Testamento e in particolare dal Levitico e dai Numeri, sono presenti vari tipi di sacrifici: cruenti (talvolta anche umani), incruenti (oblazione), di olocausto, di purificazione, di espiazione, di comunione. Tutti questi sacrifici, tranne quelli umani, erano in uso anche ai tempi di Gesù. D’altra parte, si può dire che l’azione di espiazione è assolutamente centrale in quasi tutte le religioni, essendo ritenuta essenziale per conciliarsi e propiziarsi la divinità.  Il concetto della sofferenza espiatrice, inoltre, era diffuso nell’ambiente giudaico, in cui si riteneva che i dolori e la morte di un giusto fossero utili all’intera collettività (ad esempio: II Macc., 7,37; Is., 53,10). Per la mentalità giudaica, infatti, sacrificio e sangue richiamano l’espiazione e l’alleanza (Es. 24,8).  Soltanto in Osea sembra affacciarsi la tendenza verso un superamento della pratica dei sacrifici, là dove Dio afferma: “Voglio l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti”, nonché nel Salmo 39,7 ove Davide così si esprime, rivolgendosi a Dio: “Sacrificio e offerta non gradisci,…..non hai chiesto olocausto e vittima per la colpa”, oppure nel Salmo 49,14.23: “Offri a Dio come sacrificio la lode”; “Chi offre la lode in sacrificio, questi mi onora”.

Anche la fede cristiana è comunemente ritenuta fondata sulla raffigurazione di un Dio che –  per cancellare le conseguenze del peccato dell’uomo, cioè del suo atto di ribellione contro Dio, e ripristinare quindi la giustizia – pretende una riparazione del torto subito. E questa riparazione viene fatta dallo stesso Dio, tramite il “sacrificio” del proprio Figlio unigenito, sacrificio consistente nella sua morte sulla croce.

E’ noto che la elaborazione della teoria della soddisfazione vicaria risale all’XI secolo ed è dovuta ad Anselmo di Canterbury. Secondo tale teoria, che è quella comunemente presente alle coscienze cristiane, l’atto di ribellione dell’uomo contro Dio ha inferto una ferita infinita – essendo Dio infinito – all’ordine della giustizia. Poiché tale ordine deve essere ripristinato e poiché l’uomo non è in grado di farlo a causa della sua limitatezza, è Dio stesso che ripara l’ingiustizia sostituendosi all’uomo e, facendosi uomo Egli stesso, si offre in espiazione morendo sulla croce. La redenzione, dunque, è conseguenza del ripristino del diritto avvenuto grazie alla azione espiatrice della morte di Cristo sulla croce.

Questa visione giuridica, legalistica, della redenzione, secondo la quale è necessaria un’azione espiatrice per ripristinare il rapporto con Dio, azione che consiste nell’offerta di un sacrificio, e di un sacrificio umano – anzi, per essere più precisi, del sacrificio dell’uomo-Dio, mediante l’immolazione del Figlio stesso di Dio,  il solo in grado di riparare il torto infinito inferto a Dio – è francamente inaccettabile alle coscienze. Né si vede in che modo la fede cristiana si differenzierebbe dalle religioni pagane e dal culto ebraico qualora questa concezione fosse vera: il sacrificio cruento, infatti,  avrebbe in essa un ruolo centrale.

Gesù, che pure osserva le prescrizioni rituali in uso presso i Giudei del tempo, si esprime nettamente contro la pratica dei sacrifici, ritenendoli privi di valore. Egli, infatti,  richiama per ben due volte il versetto di Osea sopra citato, così apostrofando i farisei: “Andate dunque e imparate cosa significhi: ‘Misericordia io voglio e non sacrificio’” (Mt. 9,13);   “Se aveste compreso che cosa significa: ‘Misericordia io voglio e non sacrificio’, non avreste condannato persone senza colpa” (Mt. 12,7).

Come si spiega allora il collegamento stabilito tra la redenzione operata da Cristo e il suo sacrificio? Perché si afferma che la salvezza è possibile solo grazie al sacrificio di Cristo e che questo sacrificio consiste nella sua morte sulla croce, che ha ‘riscattato’ i peccati degli uomini?

Per suffragare tale interpretazione, che del resto è coerente con la concezione tradizionale presente in tutte le religioni in ordine ai rapporti tra la divinità e gli uomini, vengono citati vari  testi evangelici e più in generale neotestamentari. Ad esempio, il versetto 10,45 del Vangelo secondo Marco (identico al versetto 20,28 del Vangelo secondo Matteo) così recita:  “Il Figlio dell’uomo non venne per farsi servire, ma per servire e dare la sua vita in riscatto (lùtron = redemptio) in sostituzione di molti”. Questo versetto è l’unico passo (insieme al versetto 14,24 – consacrazione del calice) del Vangelo di Marco in cui Gesù dichiara il motivo della sua venuta nel mondo e della sua morte violenta ed è uno di quei dati sui quali si fonda la teologia dell’espiazione.

La parola “lùtron,” corrispondente al latino “redemptio”, utilizzata nei testi evangelici, indica il prezzo del riscatto di uno schiavo o di un prigioniero di guerra. Il prezzo del riscatto per la liberazione poteva consistere in un sacrificio agli dei, ma questa poteva avvenire anche senza riscatto , quindi gratuitamente. Anche nell’Antico Testamento, quando il “redentore” è Dio stesso, la liberazione è effettuata sempre gratuitamente (cfr.: Es. 6,6-8;  Deut. 7,8;  Is. 52,3).

Nel Nuovo Testamento, invece, le parole della consacrazione (Mt. 26,28; Mc. 14,24; Lc. 22,20; I Cor. 11,24) indicano che il sangue di Gesù è il mezzo attraverso il quale viene ratificata la (nuova) Alleanza e, secondo Mt. 26,28, ha anche valore espiatorio per i peccatori. Vari, comunque, sono i passi che sembrano indicare che gli uomini sono giustificati e redenti grazie al sangue di Cristo.

Sembra, dunque, non solo che la Nuova Alleanza richiede di essere ratificata con il sangue, e addirittura con il sangue del Figlio di Dio, ma anche che la redenzione dei peccati non è gratuita bensì pretende un prezzo, e un prezzo di sangue (v. Mt. 26,28).  Se così fosse, saremmo di fronte a un Dio sanguinario analogo a quello di tante altre religioni, giustamente riguardate con sufficienza od orrore.

In tal caso dovremmo in primo luogo prendere atto di trovarci in presenza di un arretramento del Nuovo Testamento rispetto alla redenzione gratuita accennata  nell’Antico Testamento, nonché rispetto ai passi di Osea e dei Salmi che indicano un superamento della pratica dei sacrifici.

In secondo luogo, questo arretramento sarebbe  in contraddizione sia con l’evidente ed innegabile processo di spiritualizzazione dei precetti dell’Antica Alleanza operato da Gesù – basti pensare alla sua continua polemica con i farisei – sia con la esplicita e ripetuta  affermazione di Gesù circa la inutilità dei sacrifici.

Per giungere ad una corretta lettura dei testi è allora necessario, in via preliminare, tener presente che Gesù parlava ai Giudei e quindi usava il loro linguaggio: e la mentalità giudaica (e non solo giudaica) del tempo riconosceva la necessità del sacrificio per la sua  funzione purificatoria ed espiatrice, ed il sacrificio richiedeva sempre –  eccetto nel caso dell’oblazione –  lo spargimento di sangue: “Secondo la Legge, infatti, senza spargimento di sangue non c’è perdono” (Eb. 9,22). Tutta la storia di Israele dimostra l’importanza che hanno in essa il sacrificio e il sangue.

Bisogna allora capire se il “sacrificio” di Gesù consiste anch’esso necessariamente nello spargimento di sangue o se, invece, possa avere un contenuto diverso.

Come abbiamo visto, l’azione del “sacrificare” implica che la cosa o la persona oggetto del sacrificio  diviene per ciò stesso un essere a parte, essenzialmente diverso da tutti gli altri. Questa diversità si esprime in duplice modo: da una parte, la cosa o la persona sacra  “viene elevata in una nuova sfera non più a disposizione dell’uomo”; dall’altra, “questa segregazione include allo stesso tempo il ‘per’. Proprio perché donata totalmente a Dio, questa realtà esiste ora per il mondo, per gli uomini, li rappresenta e li deve guarire. Possiamo dire anche: segregazione e missione formano un’unica realtà completa” (J. Ratzinger-Benedetto XVI: Gesù di Nazaret).

Ora, Gesù Cristo è stato “consacrato” dal Padre e mandato nel mondo (v. Gv. 10,36);  quindi, è la discesa nel mondo  in se stessa, vale a dire l’incarnazione, è tutta la vita di Cristo, e non semplicemente la sua morte sulla croce, ad essere la conseguenza del sacrificio, cioè della “consacrazione” fatta dal Padre. Ciò che è veramente decisivo e salvifico è il fatto dell’incarnazione, nella quale Dio si fa uomo ed un uomo è Dio.

La Lettera agli Ebrei (10,14) afferma che Cristo “con un’unica oblazione ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati”: e l’oblazione, che consiste in questo caso nell’offerta del corpo di Gesù Cristo fatta una volta per sempre (10,10),  è un’offerta incruenta. Non solo, ma Dio viene nel mondo, tramite il Figlio, di sua volontà, non sono gli uomini che prendono l’iniziativa per riconciliarsi con Dio: “Tutto questo però viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante Cristo e ha affidato a noi il ministero della riconciliazione. E’ stato Dio infatti a riconciliare a sé il mondo in Cristo, non imputando agli uomini le loro colpe” (II Cor. 5,18-19).

Come ricorda la Lettera agli Ebrei (10, 5-7), citando il Salmo 39, 7-9,“entrando nel mondo, Cristo dice: ‘Tu non hai voluto sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco, io vengo – poiché di me sta scritto nel rotolo del libro – per fare, o Dio, la tua volontà”. E’ questo il vero sacrificio di Gesù: la sua incarnazione.

Cristo è disceso nel mondo “per servire”, con la missione di far conoscere Dio e il suo Inviato a tutti coloro che il Padre gli ha dato, giacché in tale conoscenza consiste “la vita eterna” (Gv. 17,2-3). E quindi  il  “servizio”  di Gesù – che è la luce del mondo, con una capacità infinita di irraggiamento – consiste nell’insegnare (“Uno solo è il vostro maestro, il Cristo”: Mt. 23,10), nell’indicare la via agli uomini, affinché essi, guardando alla sua esistenza nel mondo, la prendano a modello per giungere “ad essere conformi all’immagine del Figlio” di Dio (Rm. 8,29).  Questo carattere esemplare della vita dell’Inviato di Dio nel mondo comporta quindi che l’imitazione di Cristo è la sola via che consente agli uomini di pervenire alla verità, a quella verità che dà la vita.

“Andate dunque e imparate cosa significhi: ‘Misericordia io voglio e non sacrificio’” (Mt. 9,13): Gesù stesso esorta dunque a tralasciare i sacrifici e a concentrarsi su ciò che è essenziale;  Dio vuole “l’amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os. 6,6). Dio dunque vuole amore e conoscenza; ed essi sostanzialmente coincidono in quanto, come  la conoscenza consiste nella identificazione tra conoscente e conosciuto, così l’amore opera l’unificazione tra le persone che si amano.

La lettera ai Romani ci offre un esempio del nuovo modo di intendere il sacrificio secondo la fede cristiana: “Vi esorto, dunque, fratelli, per la misericordia di Dio, a offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio; è questo il vostro culto spirituale ( ‘loghikòs’= intellettuale’, più propriamente: “del Logos)” (Rm. 12,1). Come Cristo, il Logos, venendo nel mondo con l’incarnazione, ha offerto il proprio corpo, (Eb. 10,10) cioè se stesso, per indicarci la via per conseguire la vita eterna, così noi dobbiamo offrire noi stessi come sacrificio vivente a Dio: dobbiamo quindi riconoscere la realtà dell’incarnazione del Logos e le sue implicazioni, e darci a quella  ‘imitatio Christi’ in cui si risolve il nostro culto “del Logos”.

Ma l’incarnazione – che, ripetiamo, è il vero ‘sacrificio’, e che è giunta fino alla  morte sulla croce – non può essere limitata ad un evento circoscritto ad una data epoca, per scomparire dal tempo e dallo spazio una volta che l’uomo Gesù abbia lasciato questo mondo. La persistente e visibile presenza di Dio nel mondo –  del resto da Gesù stesso assicurata:  “Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt. 28,20) – avviene mediante l’assunzione da parte di Cristo di un’altra veste sensibile, e precisamente quella della eucaristia – il pane vivo disceso dal cielo – che realizza visibilmente quella onnipresenza temporale del divino che è costitutiva della incarnazione. Da qui deriva la perpetuità del sacrificio eucaristico, che consiste propriamente in un rendimento di grazie.

In conclusione, la redenzione si ha non in forza di un sacrificio espiatorio offerto dagli uomini a Dio, come è proprio delle religioni non cristiane, bensì grazie alla incarnazione di Dio che si è fatto uomo in Cristo e che si rinnova nella eucaristia; in questa discesa dal cielo nel mondo consiste il vero “sacrificio”, liberamente scelto da Dio per soccorrere l’uomo, cioè per indicargli la via per giungere alla conoscenza e all’amore di Dio. Non quindi l’uomo che offre a Dio, ma Dio che dà, anzi si dà all’uomo. L’incarnazione è pertanto un atto d’amore che arriva sino alla morte sulla croce.

Non deve infine sfuggire il carattere simbolico della croce, che evidentemente nulla toglie alla realtà storica della morte di Cristo, ma al contrario la arricchisce di significato. Non dobbiamo vedere in essa solo un orribile strumento di sofferenza e di morte, in quanto non è la sofferenza che redime, come non lo è lo spargimento di sangue: queste credenze appartengono a quelli che erano sotto la Legge, come ricorda la Lettera agli Ebrei (9,22).

Infatti, la croce – che è l’albero della Vita del nuovo Adamo, e quindi di tutti noi, e inoltre l’asse del mondo, come enunciato anche nel motto dei Certosini: “Stat crux dum volvitur orbis” – con il suo asse orizzontale indica l’abbraccio dell’intera umanità da parte di Dio;  l’asse verticale, invece, in senso discendente indica la discesa di Cristo nel mondo, mentre in senso ascendente indica sia il ritorno di Cristo “là dove era prima” (Gv. 6,62), sia l’ascesa dell’uomo che – ad imitazione di Cristo – tende a unirsi a Dio: “Quando io sarò elevato da terra, attirerò tutti a me” (Gv. 12,32);  “Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io”, “io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me” (Gv.17,23,24).                                                              Alessandro Barilà

apr 142018

La Chiesa è diversa dalla comunità politica per origine e fine: pertanto non può essere uguale neppure nella struttura della sua vita sociale. Fondata da Dio per aiutare gli uomini a progredire nella comunione con Lui, si organizza principalmente per ottenere la santificazione dei soci.

Perciò oltre alla principale struttura sacramentale (potestas ordinis, connessa al sacerdozio soprannaturale), essa è dotata di una struttura d’insegnamento (potestas magisterii, legata alla prima) e di una struttura di armonica convivenza (potestas jurisdictionis, emanante leggi e giudizi, anch’essa legata alla prima, sacerdotale).

Precisando, queste tre strutture (o poteri) sono in se stesse diverse da quelle della società politica e, pur essendo tra loro distinte, non possono essere tra loro separate, essendo tra loro unificate nella struttura sacerdotale.

Nella società politica che si organizza (Stato) i poteri legislativi, esecutivi e giurisdizionali sono distinti e anche separati, ma devono anch’essi trovare armonia e coordinamento; non godono però della ragione unificante che vanta la Chiesa, di per sé monarchica.

Anzi mentre nella Chiesa questa ragione viene dall’alto, lo Stato moderno si vanta di derivare il suo potere ordinativo dal basso.

Tuttavia queste diversità non impediscono che le due società abbiano ragioni di coordinarsi per collaborare, sempre che lo Stato voglia anche il bene morale dei suoi membri.

Uno Stato, totalmente ignaro dei valori morali, non avrebbe motivi di collaborare con la Chiesa.

Don  Ennio Innocenti

apr 142018

Poiché i credenti in Cristo sono presenti in tutti gli Stati del mondo, è necessario che il Capo della Chiesa mantenga rapporti di vertice con tutti gli Stati, nell’interesse reciproco, sia per evitare o appianare eventuali dissidi tra le Chiese locali e gli Stati, sia per promuovere la collaborazione tra le Chiese e gli Stati e anche per l’armonia tra gli Stati stessi, sempre nell’interesse comune e della pace.

Questi rapporti tra il Capo della Chiesa e gli Stati sono assicurati da ambasciatori che, da parte della Chiesa, sono chiamati Nunzi Apostolici.

Essi sono presenti anche nelle maggior organizzazioni internazionali, come l’ONU o l’Unione Europea.

Questi rappresentanti pontifici hanno assunto un carattere stabile nell’età moderna, con il progredire del carattere secolare degli Stati e delle loro reciproche tensioni che mettevano in pericolo i rapporti tra le Chiese.

Nel Cinquecento ebbe grande importanza la missione diplomatica affidata al Cardinale inglese Reginaldo Pole mirante a conservare il carattere cattolico dell’Europa e la sua conseguente missione mondiale.

Anche nell’Ottocento ebbe grande importanza la missione diplomatica pontificia al Congresso Internazionale di Vienna, con conseguenze ancora vigenti sulle attuali missioni diplomatiche pontificie. Queste sono sempre coordinate coi Vescovi operanti nei vari Stati, ma il loro punto di vista supera quello locale e rispecchia il punto di vista universale proprio della Sede Apostolica Principale.

Don Ennio  Innocenti

Dolorosi accomodamenti

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apr 142018

Per conservare l’unità della fede è necessario che la principale Sede Apostolica (Roma) mantenga la comunione coi Vescovi, ma questa necessità provoca la gelosia dei capi delle nazioni.

Nel secolo scorso le difficoltà più vistose vennero dalla Russia degli Zar dove lo Zar Alessandro I impedì la comunione dei cattolici con Roma nel 1839.

La stessa linea ostile fu perseguita dal governo russo anche in Polonia, dove – nonostante il concordato del 1847 – la russificazione provocò la ribellione del 1863, con conseguente rottura del concordato e l’impedimento ai Vescovi di partecipare al Concilio del 1870. La stessa linea ostile fu perseguita dai sovietici in Russia e imitata dai capi delle nazioni soggette ai sovietici.

Un’analoga linea fu tenuta dal governo massonico italiano dopo il 1860, specialmente per la provvisione dei Vescovi, finché si giunse alla soluzione mussoliniana del 1929. Perciò non c’è da meravigliarsi se oggi i Cinesi si mostrano tanto sospettosi e gelosi nei riguardi dei rapporti tra Roma e i numerosi Vescovi operanti in Cina. Il loro controllo sui Vescovi si attenuerà solo quando si persuaderanno che la vita cattolica è altamente benefica per la Cina e che essa è tanto più benefica quanto è più libera. Si renderanno conto, infine, che il regime di libertà concordataria conferirà al governo cinese un maggiore accreditamento anche nelle relazioni internazionali.

La semina, dice un salmo, è dolorosa, ma la maturazione sarà consolante.

Don Ennio Innocenti

apr 092018

Quando siamo stati immersi (battezzati) nel mistero della Trinità Divina siamo stati subito arricchiti da segrete disposizioni interiori (doni dello Spirito Santo) che, se non impedite, avrebbero fatto maturare il nostro patrimonio psichico in armonia con l’orientamento sovrannaturale avviato.

Anzitutto l’inclinazione a conoscere le verità divine (dono della scienza) e, insieme, l’ attrazione a penetrare il significato esistenziale di quelle verità (dono dell’intelletto). Dato che il traguardo cui siamo destinati è tanto arduo, occorreva anche quella filiale trepidazione di essere in linea con l’aspettativa del Padre Celeste: perciò c’è stato dato il dono del “santo timor di Dio”.

Per essere all’altezza del primo e supremo dovere (che è la carità) ci occorreva anche il gusto e la gioia del cammino (il dono della sapienza). Poiché il cammino che attende il credente è irto di difficoltà, ci è stata data l’attitudine a far tesoro della cautela (dono del consiglio, connesso con la prudenza e la temperanza) e poi la disponibilità al coraggio, alla resistenza e al probabile sacrificio (dono della fortezza).

Com’è logico, quella immersione iniziale della nostra vita da cristiani ci deve favorire nell’apprezzamento dei doni divini, cominciando dal dono della vita e dell’intera creazione, soprattutto del dono di essere tanto prossimi a Dio da sentirci fratelli di Gesù: questa preziosa disponibilità è il dono della pietas, dell’affettuosa e riconoscente riverenza verso Dio e il culto stesso di Dio.

Come i doni naturali con cui nasciamo vanno coltivati (educati), così doni (inclinazione, attrazioni, disponibilità) che ci sono stati regalati col battesimo vanno anch’essi maturati, sotto l’influsso costante della grazia, certo, che aspetta corrispondenza libera e generosa. E così, grazia chiama grazia e il cristiano cresce.

Don Ennio Innocenti

apr 052018

“Sui Eum non receperunt….” (I suoi non l’hanno accolto… Gv1,11). Tuttavia un rivolo di conversione dall’ebraismo non è mai cessato, anche di maestri (l’ultimo, forse, Zolli). Così ci vollero più di due secoli perché la collaborazione tra Vangelo e Romanità si aprisse strade convincenti, oltre quelle dei Corneli, degli Annei  e dei Plauzi. Altrettanto tempo ci volle perché il geloso nazionalismo dei Longobardi si accorgesse che non c’era nulla da perdere con la conversione al cattolicesimo. E quanto tempo ci volle perché il furore nazionalista del luteranesimo, del calvinismo e dell’anglicanesimo diventasse ecumenismo cortese?

Perché meravigliarsi ora delle miopie cinesi? I cristiani nestoriani trovarono un accomodamento in Cina solo lentamente, come – analogamente – i cattolici medievali e poi quelli rinascimentali e barocchi. Occorre pazienza.

La rivoluzione culturale cinese finì, ma lasciò l’eredità illuminista ai nuovi dirigenti, i quali solo ora si accorgono che lo stato laico può convivere con le esigenze dei cattolici. Certo essi temono le dipendenze e le influenze esterne dei cattolici cinesi, sono gelosi dell’autonomia cinese, forse non governano bene le gelosie interne fra le comunità religiose cinesi, forse non gradiscono le loro premature esibizioni concorrenziali, neppure gradiscono che il carattere laico del regime sia troppo condiscendente verso dimostrazioni pubbliche religiose, che non hanno nulla di cinese;  tutto questo, però, non impedisce la graduale maturazione dell’idea che la dottrina e la spiritualità  sarebbero di grande utilità per la generazione post-rivoluzionaria vuota del tradizionalismo confuciano, insoddisfatta dell’accomodamento pratico d’un buddismo che è intrinsecamente negativo; l’idea d’un cattolicesimo in grado di reggere il confronto culturale coi mussulmani e, soprattutto, motivare soddisfacentemente un’etica del lavoro e del denaro, con il lealismo verso l’autorità politica di diritto naturale.

Qui da noi qualcuno esagera l’abolizione recente delle Croci e di altri segno pubblici religiosi, ma cosa hanno fatto gli attuali deputati massonici francesi, che hanno preteso la stessa misura nella sede della loro assemblea Nazionale? I Vescovi hanno solo obbiettato: siete sicuri di rappresentare la cultura francese?

Anche la miopia cinese si renderà conto che la neutralità laicistica dovrà moderarsi, mentre i cristiani cinesi sono già cento milioni.

Don Ennio Innocenti

La logica della virtù

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apr 052018

Quando siamo davvero credenti siamo motivati non da deboli ragioni offerte dalla cultura ambientale, ma solo dalla luce che proviene da ciò che Dio ha rivelato, a noi trasmesso dall’ininterrotta sequela dei santi e dei martiri. Questo solo è il presidio della nostra fedeltà; su questa base diventiamo uomini di speranza, motivata solo da ciò che Dio ci offre: la comunione con Lui. Soltanto questa è la ragione della speranza: non abbiamo da sperare di più, né abbiamo da dubitare che questo traguardo sia raggiungibile, perché Dio ci ha garantito anche i mezzi per raggiungerlo.

Com’è ovvio, i veri credenti sono tali per riconoscenza, per gratitudine, dunque per amore: amano desiderando sempre più la volontà di Dio, si fidano incondizionatamente di Lui che, essendo Bene Infinito, non può volere altro che il bene.

Alla luce della rivelazione divina il credente sa quali sono i mezzi per raggiungere il giusto traguardo che la volontà divina ci propone, si misura con la moderazione dei beni terreni affinché essi non diventino trappole: la scelta dei mezzi costituisce la virtù della prudenza, la moderazione nell’uso dei beni terreni costituisce la virtù della temperanza.

Non basta: è necessario che il vero credente sappia che dovrà essere messo alla prova, che dovrà affrontare difficoltà, persino durezze; deve dimostrare la forza, perché Dio gliel’ha promessa anche nella persecuzione.

Sempre alla luce della rivelazione divina, il vero credente sa quali sono i criteri della giustizia la quale, essendo fondata sulla verità, ha sempre lo sguardo fisso sul crocifisso.

Don Ennio Innocenti

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