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E’ molto probabile che alla fine dell’optimum climaticum nel nord (6000anni fa?) vennero giù crescenti migrazioni che trovarono una positiva sistemazione “mediterranea”. Forse 3000 anni fa si verificarono migrazioni che generarono la civiltà etrusca e romana. 1500 anni fa) vennero le migrazioni nordiche che furono assorbite e cristianizzate.

Successivamente le migrazioni asiatiche in ambito cristiano furono fermate dagli Ottoni (gli Ungheri!) e dai Russi (l’Orda d’oro), non senza osmosi positive. Fummo anche costretti a respingere l’aggressiva invasione araba e poi quella turca. Anche le nostre migrazioni europee in America ebbero risultati positivi.

Adesso siamo davanti ad una inarrestabile emigrazione africana (dal Senegal, dalla Nigeria, dalla Somalia ed Eritrea), in gran parte mussulmana. Essa non ci sovrasta né numericamente né religiosamente, ma ci sorprende in una fase molto critica della nostra religione, civiltà e politica.

È illusorio impedirla, ma si può razionalizzarla e anche accettarla in modo da favorire la possibile accoglienza e graduale integrazione. L’organizzazione ecclesiastica si sta dimostrando al presente esemplare per l’autorità civile, se questa fosse in grado di apprenderne la lezione. Come la Chiesa facilita le vie umanitarie così l’autorità politica può facilitare l’armonizzazione con le proprie strutture vantate come democratiche e civili. Certo: primum non nocere, difendersi è diritto e dovere. Tuttavia la collaborazione è crescita.

Don Ennio Innocenti

Venerdì 30 giugno nel Complesso monumentale San Pietro di Marsala, si è tenuto il convegno sul tema “Crisi della democrazia e Dottrina sociale della Chiesa”, promosso dal Movimento Cristiano Lavoratori (MCL) e dalla Diocesi di Mazara del Vallo, il cui Vescovo monsignor Domenico Mogavero ha introdotto il convegno stesso. Di seguito la relazione che ha tenuto Pietro Giubilo, Vice Presidente della Fondazione Italiana Europa Popolare e Presidente della Fraternitas Aurigum.

La Fraternitas Aurigarum

I presupposti della crisi della democrazia

Da più parti si vanno diffondendo analisi sulla crisi della democrazia.

L’argomento non è nuovo ed è soggetto alle interpretazioni più varie, se si pensa che la stessa Commissione Trilaterale (organismo élitario fondato a metà degli anni ’70 dal miliardario David Rockfeller e luogo di incontro annuale tra i massimi detentori del potere economico) nel 1975 pubblicò un volume con quel titolo. Più recentemente, dal 2007, anche il settimanale inglese The Economist, di proprietà di grandi famiglie di imprenditori, stampa annualmente un Rapporto sullo stato di salute delle democrazie nel mondo, intitolato Democracy Index.

Una riflessione su questa importante conquista della politica ed i problemi dell’oggi, richiede, quindi, la necessità di soffermarsi su elementi di orientamento che vadano al fondo della questione.

Per comprendere il senso complessivo della crisi della democrazia non si può non riferirsi a tre aspetti che esercitano la loro influenza nella condizione odierna dell’uomo nella società contemporanea.

Innanzitutto il contesto sociale nel quale l’uomo svolge oggi la sua vita di relazione, in gran parte dei Paesi Occidentali sembra dare ragione a chi ha classificato il ‘900 come il secolo nel quale, massimamente, si è verificato lo scontro tra “verità imposte dall’alto” e libertà . Il secolo delle ideologie, pur essendo terminato, ha lasciato, comunque, in eredità al Ventunesimo, una ultima utopia, una nuova forma di assolutismo: quello della globalizzazione, nella quale si è realizzato il primato dell’economia sulla politica, soprattutto nella sua deriva finanziaria. Sugli aspetti nefasti di questo primato e sulle sue derive di carattere sociale (impoverimento dei ceti medi, scarto di fasce povere, diseguaglianze, mercificazione del lavoro, danni ambientali) gli interventi di Papa Francesco sono state le denunce più chiare e si connettono con l’esortazione che “il denaro deve servire e non governare”. Ed è questa la causa di una prima ferita della democrazia.

Si è, inoltre, affermato un potere con un forte carattere relativista che si accompagna all’idea che non essendoci più verità imposte, allora non c’è più nessuna verità. E, tuttavia la conflittualità e la inconciliabilità delle posizioni si producono e si accrescono proprio perché si afferma la convinzione che “la persona umana non è un essere capace di verità”. Il pontificato e l’opera di Papa Ratzinger hanno richiamato, soprattutto in Occidente , questa drammatica realtà che ha comportato lo sradicamento dell’uomo dalla sua realtà naturale. La società perde la sua forma e diviene liquida, cioè si adatta al potere prevalente ed alle sue esigenze che divengono totalizzanti. L’uomo ne subisce le conseguenze. Vaclav Havel, un drammaturgo che si oppose al regime comunista in Cecoslovacchia e poi ne divenne Presidente, in un suo libro del 1978, Il potere dei senza potere, anticipava e descriveva questo nuovo totalitarismo : “E’ insito nel sistema post totalitario il coinvolgere ogni uomo nella struttura del potere, non perché vi realizzi la propria identità umana, ma perché rinunci ad essa a vantaggio dell’identità del sistema, cioè perché collabori all’automatismo e diventi un servo della sua finalità, perché ne condivida la responsabilità e si trovi coinvolto e invischiato come Faust con Mefistofele”. In un altro scritto aveva avvertito: “Invece della libera collaborazione alla vita economica e politica e del libero sviluppo spirituale, all’uomo è offerta la possibilità di decidere liberamente solo il tipo di frigo o di lavatrice da acquistare”. Oggi potremmo aggiungere il tipo di smartphone. L’uomo che subisce il potere non è più in grado di far vivere una democrazia.

Infine l’abbandono della legge naturale. Come ha più volte sottolineato, a suo tempo, l’attuale Papa emerito, questa rinuncia espone la legislazione positiva ad essere un compromesso tra diversi interessi e a trasformare in diritti gli interessi privati o desideri che stridono con i doveri derivanti dalla responsabilità sociale. Anche su di un altro piano, il rispetto della legge naturale appare una salvaguardia della democrazia. Essa, in definitiva rappresenta “il solo valido baluardo contro l’arbitrio del potere o gli inganni della manipolazione ideologica”. Nel febbraio del 2007, ai partecipanti ad un congresso internazionale sull’argomento, Papa Ratzinger aggiungeva un altro concetto strettamente connesso: “Non tutto ciò che è scientificamente fattibile è anche eticamente lecito. La tecnica quando riduce l’essere umano ad oggetto di sperimentazione, finisce per abbandonare il soggetto debole all’arbitrio del più forte. Affidarsi ciecamente alla tecnica come all’unica garante di progresso, senza offrire nello stesso tempo un codice etico che affondi le sue radici in quella stessa realtà che viene studiata e sviluppata , equivarrebbe a fare violenza alla natura umana, con conseguenze devastanti per tutti”. Privare la democrazia di una base etica e fondarla su una idea di progresso tecnologico significa privarla di solidi ed essenziali riferimenti.

Carattere antropologico della democrazia

Con questa premessa ho inteso chiarire un elemento essenziale per individuare quel retto concetto di democrazia che il pensiero cattolico ha elaborato, quello che io definirei il carattere antropologico della democrazia, cioè il rapporto tra forma democratica di governo e la dimensione spirituale e civile del popolo.

In uno dei momenti più drammatici della nostra storia Papa Pacelli, Pio XII, ne offrì una straordinaria definizione: il 24 dicembre del 1944, quando la guerra mondiale aveva già prodotto il suo immenso carico di tragedie e ancora ne doveva produrre, nel radiomessaggio natalizio ai “popoli del mondo”, espresse un concetto fondamentale che doveva “creare nel popolo stesso efficaci garanzie“, al fine di realizzare una “sana democrazia, confacente alle circostanze dell’ora presente” ed anche al fine di consentire “all’uomo , come tale … esserne e rimanerne il soggetto , il fondamento e il fine”.

In quell’importante messaggio, Papa Pacelli sottolineò come ai cittadini competesse di “esprimere il proprio parere sui doveri e i sacrifici, che gli vengono imposti; non essere cioè costretto ad ubbidire senza essere stato ascoltato”; in quanto all’esigenza di reclamare “più democrazia e migliore democrazia”, affermava sempre il Papa, occorreva “mettere sempre più il cittadino in condizione di avere la propria opinione personale e di esprimerla e farla valere in una maniera confacente al bene comune”.

Era molto di più dell’assioma liberista del “no taxation without representation”, che ancora oggi viene presentato come massima espressione concreta della liberaldemocrazia. Papa Pacelli aggiungeva una straordinaria distinzione tra “popolo” e “ massa”, avvertendo che “della forza elementare della massa , abilmente maneggiata ed usata , può pure servirsi lo Stato”, e, con essa, dunque, “ridotta a non essere più che una semplice macchina, imporre il suo arbitrio alla parte migliore del vero popolo “; concludeva che “ la massa … è la nemica capitale della vera democrazia e del suo ideale di libertà e di uguaglianza”. In quel tempo il pericolo maggiore era individuato negli Stati totalitari e tuttavia, nel prosieguo del secolo, si è andato affermando un potere meno evidente, ma altrettanto volto ad esercitarsi in modo assoluto.

Anche Papa Montini, Paolo VI, insistette sui rischi di una riduzione del popolo a massa e in più occasioni invitò ad essere vigili sulle possibili involuzioni: nel 1971, nell’”Octogesima adveniens”, avvertiva: “Occorre inventare forme di moderna democrazia non soltanto dando a ciascun uomo la possibilità di essere informato e di esprimersi, ma impegnandolo in una responsabilità comune”. Non solo metteva in guardia “contro l’ideologia che si rifà al marxismo”, ma indicava anche i limiti della cultura liberale: “ I cristiani facilmente dimenticano che alla sua stessa radice il liberalismo filosofico è una affermazione erronea dell’autonomia dell’individuo nella sua attività, nelle sue motivazioni, nell’esercizio della sua libertà”.

Questi indirizzi e avvertimenti sono fondamentali per comprendere la condizione attuale nella quale globalizzazione e relativismo, potere egemonico delle forze economico-finanziarie e privazioni di radici, esercitano una nuova forma di assolutismo riducendo il popolo a massa e con ciò determinano la crisi e la prima causa della attuale degenerazione della democrazia. Si produce quella che può essere definita una ”devastazione antropologica”, soprattutto per quanto si riferisce ai temi della bioetica e del senso della vita. E’ l’esito finale di quella “completa positivizzazione del diritto”, che a sua volta, come ha ben analizzato Ernt-Wolfgang Boeckenfoerde, nello Stato liberale produce la negazione degli stessi valori sui quali era stato generato.

Partecipazione e postdemocrazia

Il documento di Papa Pacelli e quelli degli altri Pontefici intervenuti sul tema esprimevano, in sintesi, l’essenziale rapporto tra le istituzioni democratiche e una società fondata sui valori naturali e la necessità che la rappresentanza comprendesse tale rapporto e, soprattutto, l’essenzialità della partecipazione. Il cittadino, cioè, deve aver parte nelle scelte.

Essa è definita dalla Dottrina sociale “uno dei pilastri di tutti gli ordinamenti democratici”. Ed inoltre si afferma che : “Ogni democrazia deve essere partecipata”. Questo concetto viene esteso anche ai partiti politici che “sono chiamati ad interpretare le aspirazioni della società civile orientandole al bene comune, offrendo ai cittadini la possibilità effettiva di concorrere alla formazione delle scelte politiche”. A questa, come poi si vedrà in seguito, si è andata sostituendo la comunicazione che è altra cosa e che assegna all’uomo un ruolo negativo, cioè di mero recepimento.

La partecipazione, come poi accenneremo, è certamente esercizio del voto, ma non si riduce solo a questo. Essa non può risolversi, infatti, in una mera contabilizzazione dei voti e, alle forze politiche, spetta il dovere di attuare e rispettare il principio partecipativo. Senza di esso i partiti abbandonano la loro funzione di rappresentanza e di comunicazione delle istanze dei cittadini, per trasformarsi in strumenti personalizzati che vanno ad identificarsi con i loro leader, rinunciando alla funzione di intermediazione e di sintesi delle varie istanze. Come ha scritto a suo tempo Giuseppe De Rita, il risultato di questo indirizzo prevalente è stato che “le sedi e le forme della rappresentanza e della partecipazione alle decisioni sono diventate ininfluenti, a tutto vantaggio di scelte decisioniste … con un progressivo personale allontanamento dalla complessità sociale e di un impoverimento secco della vita collettiva, nella politica come nelle istituzioni” . Siamo alla “verticalizzazione del potere”.

Di conseguenza uno degli aspetti delle riduzione della democrazia si presenta, in ultima analisi, come perdita di sovranità da parte del popolo. A volte ciò avviene senza negare la formalità elettorale. Colin Crouch, un politologo inglese, ha rilevato come la democrazia liberale, affermatasi in Occidente, insiste soprattutto sulla partecipazione elettorale, “come attività politica prevalente per la massa, lasciando ampio spazio ai potentati economici”. “ Ciò produce, ha scritto a riguardo di ciò che definisce postdemocrazia, un mutamento sostanziale nella democrazia [intesa] come governo del popolo sovrano, che si attua attraverso la più ampia e consapevole partecipazione dei cittadini alla politica e non soltanto nell’ambito del momento delle elezioni”. “Il dibattito elettorale, ha osservato, è uno spettacolo saldamente controllato, condotto da gruppi rivali di professionisti esperti nelle tecniche della persuasione e si esercita su un numero ristretto di questioni selezionate da questi gruppi”. “La politica, concludeva, viene decisa in privato dall’interazione tra i governi eletti e le élite, che rappresentano quasi esclusivamente interessi economici”.

Questo spiegherebbe l’influenza dei media nelle campagne elettorali e il restringersi dei sistemi elettorali intorno al problema della governabilità e non della rappresentanza.

Emilio Gentile ha efficacemente analizzato questa evoluzione affermando che si tratta dell’instaurarsi di una “democrazia recitativa” che così definisce : “E’ quella democrazia che ha per palcoscenico lo Stato, come attori i governanti e come comparsa occasionale il popolo sovrano che entra sul palco solo per la scena delle elezioni”. Lo storico, autore di numerose opere sulla condizione delle istituzioni, precisa con grande efficacia come questa situazione sia alla base di una disaffezione verso lo stesso momento elettorale: “[il popolo] ora comincia a disertare il proscenio. E tra una recita e l’altra continuano a prevalere le oligarchie di governo e di partito, la corruzione nella classe politica, la demagogia dei capi, la degradazione della cultura politica ad annunci pubblicitari. Non mi riferisco solo all’Italia”.

Cosa e come debbono scegliere i cittadini

Alexis de Tocqueville nella sua opera più conosciuta, La democrazia in America, esprime un concetto essenziale: “Il popolo partecipa alla formazione delle leggi , perché sceglie i legislatori”. In una formulazione anche più complessa, il filosofo francese pone, innanzitutto, in evidenza l’obbiettivo più rilevante della democrazia e di ciò che compete massimamente ai cittadini: la scelta dei legislatori. Invece oggi al popolo è demandata solo la scelta per l’avvicendamento dei detentori del potere, a questo porta l’esasperazione dei sistemi elettorali volti soprattutto a indicare chi governerà e non chi andrà a rappresentare.

La ridotta partecipazione elettorale si evidenzia come rinuncia a questo diritto: è un fenomeno che colpisce Paesi di consolidata democrazia; si è visto come al primo turno delle recenti elezioni parlamentari francesi abbia partecipato meno del 50 per cento degli aventi diritto e poco più del 40 al ballottaggio e come sia stato considerato un successo.

A questo proposito possiamo far maggiore riferimento a ciò che è più vicino, cioè all’Italia. Quelli più anziani rammentano che nei primi anni del dopo guerra l’esercizio del voto era considerato un dovere, rispetto al quale erano previste sanzioni ancorché leggere (es. l’iscrizione “non ha votato” nel certificato di buona condotta ), disapplicate e, poi, abolite nel 1993. In queste ultime elezioni amministrative ha votato, al ballottaggio solo il 46 per cento degli aventi diritto. Nella Francia del “trionfo” di Macron, definito, senza imbarazzo, dalla stampa fiancheggiatrice, il “monarca repubblicano”, si riparla di voto “obbligatorio”. Peraltro esistente in Australia e, in Europa, in Belgio, Grecia, Lussemburgo e Cipro.

Invece di ispirare l’idea che votare è il primo dovere sociale, si sviluppano strampalate idee circa ipotesi di videocrazia, cioè di una democrazia digitale. Ne ha denunciato l’effetto nefasto mons. Mario Toso: “In un contesto di videocrazia e di dipendenza da sondaggi condotti anche on line, la democrazia rischia di essere travolta da una opinione pubblica disinformata e manipolata”. E questo può capitare, soprattutto, aggiungo io, in tempi di concentrazioni editoriali e televisive. “Il mondo telematico e digitale delle cibernavigazioni infinite, aggiunge mons. Toso, non significa automaticamente migliore democrazia, più partecipazione responsabile e libera. Ben al contrario, qualora il mondo telematico e la video-politica fossero condizionati da pochi gruppi più potenti, animati da una mentalità neoliberista, l’ethos democratico si atrofizzerebbe, ed emergerebbero nuove tirannie più sofisticate e subdole di quelle del passato”. E’ l’ottenimento della riduzione del popolo a massa, secondo le preoccupate denunce di Pio XII e Paolo VI.

Quale sistema elettorale ?

Se la democrazia digitale non è la soluzione e se nella società il permanere dei corpi intermedi costituisce ancora il baluardo contro la massificazione e la salvaguardia delle indispensabili articolazioni, allora, oltre la difesa dei valori e dei principi riferiti a quei presupposti a cui abbiano accennato, occorre ripristinare sistemi di designazione della rappresentanza che abbiano un carattere inclusivo che, cioè rafforzino una democrazia realmente rappresentativa. Nella crescita delle diseguaglianze e delle “esclusioni” sociali, l’esercizio consapevole del voto assume un carattere ancor più irrinunciabile. Se è vero che la Dottrina della Chiesa non indica una vera preferenza per i sistemi elettorali, tuttavia è ragionevole affermare che con essi va tutelata al massimo la possibilità per il cittadino di esprimere la propria preferenza e la scelta di chi lo rappresenti nelle istituzioni.

Venendo alla situazione italiana, dove si sta svolgendo da oltre due decenni, una lunga e irrisolta diatriba sulla legge elettorale, occorrerebbe anche in questo caso, partire dall’esame di alcuni presupposti, per individuare il sistema più idoneo a salvaguardare la rappresentanza e a rafforzare la partecipazione.

Le leggi elettorali assumono, al di là delle composizioni parlamentari, una valenza di carattere costituzionale in quanto, come ha recentemente scritto il prof. Ornaghi “Nelle democrazie … è proprio il sistema elettorale che deve non solo rispecchiare, ma anche proteggere e magari favorire, la convivenza e l’auspicabile, disinteressata cooperazione, almeno su alcuni temi autenticamente grandi e vitali, tra maggioranza e minoranza”. Superficialmente e strumentalmente, aggiungo io, si ritiene che il voto divida. Esso, se frutto di una scelta razionale, può significare anche consapevole indicazione di un interesse generale. E’ su tale presupposto che la Costituzione italiana rifiutò l’idea del mandato imperativo indicando una assenza di vincolo, che però è stato recentemente utilizzato a copertura di un pessimo trasformismo.

Ornaghi, poi, aggiungeva che il voto: “In particolare deve perseguire, quali compiti mai dismissibili, la rappresentatività delle molteplici convinzioni … dei cittadini (oltre che dei loro interessi più materiali), il controllo sull’attività di governo, insieme con … la scelta da parte dei cittadini elettori delle persone fisiche cui fiduciariamente assegnare la funzione di rappresentare e … di governare”.

Questa rappresentatività non può non tener conto che l’Italia possiede una connotazione plurale, frutto di una storia ricca di tradizioni e di influenze culturali differenti Essa ha trovato, comunque, un suo elemento profondo unificante, rappresentato dai valori religiosi e civili del cristianesimo, tali da permeare l’Italia come “una d’arme, di lingua, di altare, di memorie, di sangue e di cor”. Questo pluralismo ha creato gli Stati regionali e i Comuni; le eccellenze artistiche e delle produzioni artigianali; la molteplicità delle raffigurazioni culturali e architettoniche nelle comunità anche minori di tutta la penisola. E’ questo l’humus che ha fatto grande la Nazione italiana prima e senza il nazionalismo; che ha fissato la forza delle istituzioni senza statalismo e verticismo; che ha prodotto la partecipazione e la crescita senza la Rivoluzione.

Compito essenziale della politica e, nel caso, della legge elettorale è quello di salvaguardare una rappresentatività che non tradisca questo carattere plurale della realtà del Paese e la forza della partecipazione popolare alla sua crescita.

Rispetto alla questione fortemente dirimente tra un sistema proporzionale ed uno maggioritario, si avanza frequentemente la tesi che quest’ultimo assicurerebbe maggiore governabilità. Si esalta la questione della decisionalità. Nei giorni passati qualche intellettuale ha chiesto di riprendere “la bandiera della democrazia maggioritaria”.

Per la verità, proprio l’esperienza italiana dei vari sistemi con maggioritario di coalizione o, addirittura anche quello che si accompagnò al tentativo bipartitico (PDL e PD), ha dimostrato che tali forzature non tengono di fronte all’asprezza dello scontro che, proprio la corsa a conquistare il premio, accentua tra e nelle forze politiche. Come, invece, ha motivato recentemente Valerio Onida, sostenendo una indicazione proporzionale: “ [con esso] si favorirebbe l’evoluzione di questo sistema politico verso prospettive più chiare che non quelle di una permanente guerra senza quartiere di tutti contro tutti, combattuta cercando di raccogliere con ogni mezzo e a ogni costo un voto in più, per poi spenderlo nella continuazione della stessa guerra”.

I sistemi elettorali, va detto una volta per tutte, sono in funzione della scelta dei legislatori, come diceva Toqueville. Coloro a cui compete la funzione legislativa, primaria in uno stato democratico, devono essere rappresentanti del popolo. Nei meccanismi elettorali ove si vota solamente il simbolo di partito si spezza questo rapporto tra cittadino e legislatore che configura un legame di fiducia e di reciprocità.

Le regole del voto sono, quindi, tenute a rispettare innanzitutto questi riferimenti. Come ha scritto il direttore di Avvenire recentemente, la legge elettorale è chiamata a “restituire agli elettori il potere di scegliere gli eletti e consentire di rappresentare davvero e seconda giusta proporzione la realtà italiana”. Solo partendo da questa rappresentanza reale si potranno comporre accordi politici, programmi condivisi, alleanze stabili di governo. Una governabilità forte anche perché basata su un vero consenso maggioritario. Sarebbe il ritorno del tempo di una giusta politica a partire dal formarsi delle Assemblee legislative.

L’esperienza mostra che, in Europa, la stabilità e la forza di governo possono risiedere in Paesi ove il sistema elettorale è quello proporzionale corretto. Si hanno governi, come in Germania, che trovano nella normativa costituzionale un supporto alla governabilità attraverso il principio della sfiducia costruttiva. E’ l’esempio di una riforma costituzionale realmente necessaria.

Le sentenze che hanno dichiarato incostituzionali le precedenti leggi elettorali hanno di fatto stabilito e confermato che debba esserci un giusto rapporto, una corretta proporzione, tra il voto dei cittadini e la rappresentanza parlamentare e che tale elemento non può essere stravolto. Il suo corollario è che le maggioranze parlamentari a sostegno dei governi devono formarsi sulla base di numeri che trovino il loro fondamento nel voto dei cittadini e non nei meccanismi di attribuzione dei seggi.

Troppe poche voci oggi esaminano la questione delle riforme, compresa la legge elettorale, nel loro aspetto più proprio e cioè del favorire una matura democrazia rappresentativa e partecipativa. Al contrario si è puntato ai vantaggi di parte politica. Ed è la vera ragione che ha condotto il centrosinistra a perdere la battaglia referendaria. Tutta la cultura costituzionale, nella quale era protagonista il giusnaturalismo cattolico, aveva dimostrato che la governabilità veniva assicurata nella misura in cui si rispettava la rappresentanza e che questa aveva come presupposto l’attenzione e la partecipazione dei cittadini nelle modalità più varie: partitiche, sindacali, associative, dei corpi intermedi e così via.

E’ una governabilità priva di tali presupposti che si è tentato, più volte, nell’ultimo ventennio, di impiantare nelle nostre istituzioni. Essa si è accompagnata all’emarginazione dell’altro elemento caratterizzante la cultura istituzionale cattolica, cioè la sussidiarietà, indispensabile per contenere la crisi della democrazia, attraverso la salvaguardia delle istituzioni più vicine al cittadino.

Come è stato ribadito nel recente manifesto del MCL per gli enti locali, i tragici fatti dello scorso anno e di questo inverno hanno dimostrato che il tessuto sociale di base, che resiste nelle comunità territoriali è valido ed è portatore di solidarietà e civismo; che la diffusa rete delle piccole e medie imprese presenta una volontà di impegno che neppure le calamità naturali riescono a piegare; che i valori di riferimento che animano i corpi sociali intermedi familiari, associativi, di volontariato, sono la vera grande risorsa del Paese sui quali ci si può sempre contare. In parole brevi: c’è ancora negli enti locali, nonostante le crisi economiche, un’Italia diffusa, capace di lavorare e di dare solidarietà e che non può più trovare nelle istituzioni solo barriere burocratiche e fuga dalle responsabilità.

Il successo delle liste civiche nelle ultime elezioni dimostra, oltre la fragilità grillina, un riferimento politico civico che si avvale di personalità e di iniziative capaci di interpretare aspettative e di recuperare un radicamento comunitario. E’ stato calcolato che nei 145 comuni con più di 15 mila abitanti, l’insieme delle liste civiche, al primo turno, ha ottenuto oltre il 18 per cento. E nel ballottaggio il successo di alcuni candidati ha consentito di triplicare i Comuni retti da sindaci espressioni di liste civiche.

Questo importante Convegno, che richiama il riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa, risponde alla domanda pressante di analisi e proposte sulla crisi delle istituzioni e dei fondamenti della democrazia, analisi e proposte che escano dall’inconcludente ambito delle soluzioni efficientistiche o delle tecniche politologiche .

C’è una richiesta di certezza e non solo di sicurezza, di valori fondanti e non di mere ricette pratiche, di rompere con l’individualismo, il “deserto dell’io”, anche di massa, per ritrovare le ragioni per la tutela della persona, dell’interesse generale e del bene comune, senza i quali una democrazia non può esistere o comunque fallisce il suo compito. Anzi si rivolge nel suo contrario.

I cattolici, come ha più volte affermato Papa Francesco, sono cittadini a pieno titolo. E’ giunto il tempo di far sentire, ancora una volta, forte la loro voce. Senza iattanza, ma anche senza timidezze. Consapevoli della responsabilità che il difficile momento richiede.

Il piccolo Charlie, rannicchiato nella sua culla e collegato alle macchine che lo aiutano a respirare e a mangiare, appare come l’emblema di ciò che è massimamente debole. Eppure questo piccolo essere e il senso della sua contrastata vicenda assumono una forza immensa, perché la verità che rappresentano può svelare e sconfiggere la coltre di nebbia che ci offusca e ci disorienta.

Il piccolo Charlie infatti ci mostra in tutta la sua ferocia l’assolutismo che si è impadronito delle società occidentali ed in particolare di quella che, molti filosofi, storici e giuristi, ritengono essere la patria della democrazia.

La vita del piccolo Charlie, malato di una malattia definita inguaribile e tuttavia curabile, nel sistema amministrativo e giuridico inglese, dove egli si trova, è stata tolta dalla mani e dalle decisioni dei suoi genitori. Ad essi si sono sostituiti poteri insindacabili che hanno la loro origine e legittimazione nelle leggi approvate.

Prima di tutti i medici dell’Ospedale – il Great Ormond Street Hospital di Londra – che hanno, infatti, deciso di togliere i supporti che lo aiutano a nutrirsi, idratarsi, a respirare ed avviarlo alla morte attraverso un sedativo che dovrebbe alleviare le sofferenze del soffocamento che, inevitabilmente, interverrebbe. Sul ricorso dei genitori sono, poi, intervenuti i giudici inglesi che hanno confermato la ”sentenza” dei medici. Anche la Corte europea per i diritti umani ha, infine, confermato che potranno essere sospese le terapie.

In fondo, la richiesta dei genitori era logica e ragionevole: con i fondi raccolti desiderano tentare di sottoporre il piccolo Charlie ad alcune terapie sperimentali negli Stati Uniti o in altri Paesi che le stanno provando. Ma la ragionevolezza e il diritto dei genitori di sperare e di intervenire vengono annullati. Prevalgono e decidono gli uomini della “giustizia”.

Intanto, mentre passano alcuni giorni, il piccolo Charlie inizia a incrinare il muro di silenzio e di sentenze che circondava e minacciava la sua preziosa vita. Sabato 1 luglio Marina Corradi scrive su Avvenire un articolo di fondo che nota: “Se ieri mattina aprivi i siti on line di “Le Monde” e “Le Figarò”, di “ El Mundo” e “ Die Welt” non trovavi una parola sul destino di Charlie Gard. C’era spazio per la Giornata degli asteroidi, ma non per il bambino di Londra”. Il piccolo Charlie ottiene qualche giorno in più di vita che, per la motivazione della “concessione”, dovrebbe preparare i genitori alla rassegnazione.

Poiché, intanto, la vicenda, con difficoltà, è riuscita a varcare i confini inglesi, in Italia un ospedale di proprietà della Vaticano, Il Bambin Gesù, interviene offrendosi di prendersi in carico il piccolo Charlie e di offrire le sue cure e i suoi apparati medici. Maiella Enoc, presidente dell’ospedale cattolico, avvia i contatti con i ricercatori statunitensi per uno scambio di informazioni sulle ricerche e le sperimentazioni esistenti. Ma il “potere” delle leggi e delle sentenze non si arrende. Anche questo gesto di solidarietà viene impedito e, addirittura, Londra, sia attraverso l’Ospedale, sia con il suo Ministro degli Esteri, dispone che il trasferimento è impossibile per le leggi inglesi e per le due sentenze che sono intervenute. Addirittura si giunge ad affermare che il bambino non è trasportabile in altra struttura se non con l’assicurazione che verranno applicati i protocolli indicati dalla Suprema Corte: la “sentenza” di morte che è stata decretata è inappellabile.

Anche se l’accanimento continua, il piccolo Charlie, però, ha vinto un’altra battaglia perché ha costretto anche i “grandi” a muoversi : Ministri degli Esteri e Primi Ministri; la notizia si impone anche nelle distratte agenzie di stampa.

Qualche intellettuale cattolico, durante questi giorni di sofferenza, ha affermato che la Chiesa è contraria all’accanimento terapeutico. Errore tanto grave, quanto pericoloso perché in questo caso siamo di fronte ad un accanimento legislativo e degli organi di giustizia.

Quando le leggi e gli organi dello Stato, abbandonato il vero fondamento delle leggi e degli organi statuali, cioè il diritto naturale, ciò che ne esce è un positivismo giuridico che giunge al punto di togliere la vita, di respingere la solidarietà, di cancellare la genitorialità. Ne nasce un assolutismo nel quale l’uomo è annullato, vive solo il potere delle leggi approvate .

L’uomo ha il dovere di rifiutare tutto questo e di rispondere, in un caso come quello in cui è in gioco una vita, solo alla legge divina.

Ad oggi, la vita del piccolo Charlie è appesa ad un filo. Non è dato sapere se vinceranno le proibizioni legislative di Londra o la solidarietà del Bambin Gesù, le speranze dei genitori o la inesorabilità della malattia, la commozione dilagante o la freddezza delle burocrazie.

Ma il piccolo Charlie, anche se dovesse lasciare la vita, è cresciuto, è diventato grande, ha dato un senso alla sua vita. E’ venuto al mondo per questo ?

Ci ha aiutato a denunciare l’assolutismo di un positivismo legislativo che incrina ed uccide le democrazie e che segna il declino di un Occidente, che senza un forte segno cristiano non ha un avvenire.

Davide ha abbattuto Golia. Grazie Charlie.

Pietro Giubilo

Dato il suo notevole interesse si propone il seguente articolo, redatto dal nostro socio dott. Giuseppe Biamonte e già pubblicato, assieme alla foto a corredo, dal sito Effedieffe (http://www.effedieffe.com/).

La Fraternitas Aurigarum


“Lo stupore aggiunto”. Sì, non poteva scegliere espressione più appropriata Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, nella sua calorosa e avvolgente “adlocutio” storico-artistica pronunciata, il 21 dicembre scorso, davanti ad un’affollata e attenta platea d’invitati per introdurre la manifestazione di riapertura del Braccio Nuovo del Museo Chiaramonti in Vaticano, dopo sette anni di restauri delle architetture, degli arredi e delle collezioni di marmi ivi ospitatii. Uno “spettacolo” memorabile e coinvolgente che completa la felice trilogia dei beni culturali di Roma nell’anno 2016, iniziata con la mostra per la riapertura di S. Maria Antiqua al Foro Romano nel mese di marzo, proseguita a novembre con l’inaugurazione dello scavo e del nuovo allestimento espositivo al Circo Massimo e culminata ora, per l’appunto, con il lieto evento della riapertura del Braccio Nuovo. Una cerimonia che ha, tra l’altro, coronato l’epilogo, tutto in positivo, dei nove anni di servizio alla direzione dei Musei Vaticani del prof. Paolucci, che lascia il testimone al nuovo direttore entrante, la prof.ssa Barbara Jatta, già vice direttore dei Vaticani dallo scorso mese di giugno.

In un’atmosfera rinnovata, ma rigorosamente rispettosa dell’impronta architettonica, coloristica e dispositiva originaria, il “nuovo” Braccio Nuovo stupisce i suoi visitatori che restano galvanizzati dal trionfante linguaggio artistico neoclassico che permea l’ambiente in ogni suo più minuto dettaglio; una testimonianza pressoché unica, che riesce a coniugare armoniosamente e compiutamente la “grecità winckelmanniana” con la “modernità” architettonica ed espositiva.



I protagonisti della storia del Braccio Nuovo

Eretto a partire dal 1817, il Braccio Nuovo ebbe fra i protagonisti della sua esecuzione i maggiori artisti neoclassici dell’epoca e come suo deciso ideatore il pontefice cesenate Pio VII Chiaramonti, che lo concepì come espansione del Museo che porta il suo nome (Museo Chiaramonti) e che lo stesso fece erigere nel 1807, affidandone l’allestimento e l’ordinamento ad Antonio Canova.

Pio VII

In un periodo storico particolarmente nefasto per la Chiesa di Roma, Pio VII, al secolo Barnaba Chiaramonti, assurto al soglio di Pietro nel 1800 (14 marzo 1800- 20 agosto 1823), dovette subire le molteplici vicissitudini che caratterizzarono, nel bene e nel male, la storia europea e italiana durante l’era napoleonica. Nel 1805 avvenne la rottura tra la Francia e la Santa Sede e, tre anni dopo, Roma fu occupata dalle truppe francesi. Parecchi cardinali furono destituiti dai loro incarichi, sostituiti con elementi più “malleabili” verso il regime napoleonico, allontanati da Roma, e in taluni casi imprigionati. Stessa sorte toccò a Pio VII dopo la soppressione degli Stati pontifici. Trasferito a Savona, rimase prigioniero per quasi tre anni nella città ligure, prima di essere deportato in Francia e recluso nel castello di Fontainebleau. Qui vi rimase per diciannove mesi, quando, a seguito dell’avanzata delle truppe della coalizione antinapoleonica in Francia, il papa venne nuovamente ricondotto a Savona. Il 1814 fu l’anno della sua liberazione, dopo la caduta di Napoleone, e la restaurazione dell’ancien régime.ii

Fu dunque nel clima di ritrovata stabilità per la Chiesa di Roma e di rinnovato impegno per la tutela del patrimonio artistico e archeologico che il papa volle dare esecuzione al suo progetto di addizione del Museo Chiaramonti, da lui pensato sin dal 1806. E a proposito di salvaguardia dei beni culturali va ricordato che lo Stato Pontificio era all’avanguardia in questo settore e che proprio Pio VII ne fu un convinto artefice. Infatti, l’anno successivo alla sua elezione al soglio di Pietro, il papa emanò un editto con il quale revocava tutte le licenze di scavo e vietava l’esportazione di opere d’arte. Norme che furono riprese nel chirografo del 1802, in cui veniva regolamentato lo scavo archeologico e stabilito anche il censimento delle collezioni d’arte private e di tutto il mercato antiquarioiii.

La realizzazione del progetto del Braccio Nuovo coincideva, inoltre, con l’evento del rientro in Vaticano delle opere più importanti che erano state razziate dalle truppe napoleoniche e trasferite in Francia (tra queste ricordiamo in particolare il Laocoonte e l’Apollo del Belvedere), a seguito del trattato di Tolentino del 1797 che imponeva agli Stati della Chiesa la consegna all’autorità francese di pregevoli e rari codici e manoscritti e di preziose opere d’arte. Di tale recupero fu responsabile lo stesso Antonio Canova, che ottenne a tale scopo la nomina da parte del papa di “commissario straordinario” e che riuscì a portare a termine la difficile impresa nel 1816. Tuttavia, l’artista non fu esente da critiche per aver lasciato alla Francia moltissimi quadri e sculture che, però, secondo lo stesso Canova, erano irrecuperabili «perché dispersi nei dipartimenti». Delle 506 opere inventariate, la metà rimase in Francia e nove risultarono disperse, Si può avere un’idea precisa di tale evento storico visitando l’attuale mostra, “Il Museo universale. Dal sogno di Napoleone a Canova” (fino al 12 marzo 2017), allestita a Roma alle Scuderie del Quirinale.

Per il compimento del Braccio Nuovo il papa chiamò l’architetto Raffaele Sterniv

(Roma 1774-1820), e gli artisti Antonio Canovav (Possagno 1757-Venezia 1822) e Francesco Massimiliano Laboureurvi (Roma 1767-1831).

Raffaele Stern

Figlio d’arte – il padre Giovanni fu anch’egli affermato architetto e autorevole rappresentante del Neoclassicismo – Raffaele Stern aveva aderito con convinzione al programma politico e culturale del nuovo regime napoleonico ed era divenuto, dopo aver lasciato i suoi incarichi vaticani (architetto dei palazzi apostolici), un personaggio di rilievo fra gli artisti del Regno d’Italia. Docente di architettura all’Accademia di S. Luca, stimato restauratore di monumenti antichi (Arco di Tito e Colosseo), lavorò al palazzo del Quirinale, scelto come reggia imperiale napoleonica, assieme ad altri artisti che si misero al servizio del governo napoleonico, tra cui i pittori Felice Giani e Vincenzo Camuccini (nel 1803 Pio VII aveva nominato il Camuccini direttore dei mosaici di S. Pietro) e lo scultore danese Bertel Thorvaldsen. Tali lavori di rifacimento del palazzo miravano, come ha precisato il prof. Paolucci, alla “declericalizzazione” del Quirinale, che da residenza pontificia, diveniva ora dimora rivoluzionaria e imperiale di Napoleone. Per far fronte alle spese di ristrutturazione e di decorazione del palazzo, il governo francese aveva stanziato l’iperbolica cifra di un milione di franchi oro.

Alla caduta di Napoleone, rientrato a Roma Pio VII il 24 maggio 1814, lo Stern fu reintegrato nel suo incarico e nella sua retribuzione di architetto dei palazzi pontifici per volontà magnanima dello stesso pontefice. Ancora una volta il Quirinale fu oggetto di lavori. Lo stesso Stern provvide alla rimozione del precedente apparato architettonico e decorativo imperiale per restituire al pontefice la residenza papale.

Antonio Canova

Del veneto Antonio Canova non occorrono presentazioni particolari, considerata la sua fama universale e il posto preminente che occupa nella Storia dell’Arte. Qui ricorderemo soltanto la sua prestigiosissima carriera artistica, il suo riconoscimento a livello internazionale e la sua inclusione tra i giganti della cultura e dell’arte neoclassica, quali il grande teorico dello stesso Neoclassicismo Johann Joachim Winckelmann (Stendal 1717-Trieste 1768), i pittori Anton Raphael Mengs (Aussig 1728-Roma 1779) e Jacques Louis David (Parigi 1748-Bruxelles 1825).

Fu grazie al mecenatismo dell’ambasciatore veneto presso la Santa Sede, Girolamo Zulian, che Canova poté iniziare il suo folgorante itinerario verso la gloria artistica, conteso da tutte le prestigiose accademie d’arte nazionali e internazionali (Accademia di S. Luca, Accademia di Belle Arti di Firenze, Accademie di Verona, Venezia, Siena, Lucca, Ginevra, S. Pietroburgo, Stoccolma, New York, Anversa, Graz, Monaco, Filadelfia, ecc.) e dai vari principi e regnanti in Italia e in Europa: dal principe d’Aragona al duca Alberto di Sassonia, a lord Elgin, alla zarina Caterina II, al re Ferdinando IV di Napoli, a quello d’Etruria Ludovico di Borbone, all’imperatore Francesco d’Austria, a Napoleone e ai principali membri della sua famiglia e a quelli dell’entourage dei napoleonidi, per arrivare in Vaticano chiamato, per l’appunto, a servire Pio VII. Il suo intento, attraverso i molteplici incarichi artistici a lui assegnati da papa Chiaramonti, sarà quello della «celebrazione del papato di Pio VII dopo la parentesi francese soprattutto nel ruolo di protettore delle Belle Arti».vii

Francesco Massimiliano Laboureur

Come Raffaele Stern, anche Francesco Massimiliano Laboureur era figlio d’arte. Infatti, pure il padre Massimiliano, originario di Bruxelles, fu un rinomato scultore.

Opere importanti a Roma del Laboureur padre sono il Salone d’oro a Palazzo Chigi e il restauro di Villa Giulia, di cui redasse anche un pregevole volume. Francesco seguì le orme paterne divenendo – grazie anche al mecenatismo di François Cacault, ministro plenipotenziario del governo francese a Roma – uno scultore affermato.

Autore di numerosi busti (ricordiamo quelli di Napoleone e del cardinale Pacca) e di una grande statua di Napoleone togato, il Laboureur si dedicò anche alla scultura di monumenti funerari (a Roma in S. Luigi dei Francesi il monumento funebre del cardinal F. J. de Pierre de Bernis; a Firenze nella chiesa di Ognissanti quello di Gastone Artaud) e fu incaricato dell’esecuzione nel palazzo del Quirinale, in quello che doveva essere lo studio del Bonaparte, del fregio in stucco raffigurante Lorenzo il Magnifico che scaccia i vizi e introduce le virtù in Toscana.

La sua fortuna artistica continuò sotto l’ala protettiva del cardinale Joseph Fesch, zio di Napoleone (la sorellastra del Fesch era Letizia Ramolino, madre di Napoleone), che, dopo la morte del Cacault, era succeduto nei suoi incarichi diplomatici. Dal 1802 fu accademico di S. Luca e presidente della stessa accademia nel biennio 1821-22, poi professore di scultura, membro della Commission des monuments et bâtiments civils (organismo istituito dal governo francese nel 1810) e direttore dell’Accademia del nudo in Campidoglio. Così non possiamo non ricordare l’esecuzione delle splendide erme marmoree degli artisti che hanno reso celebre l’arte italiana tra tardo Trecento e Rinascimento (Andrea Orcagna, Benvenuto Tisi detto il Garofalo, Marcantonio Raimondi, Giovanni da Udine, Domenico Ghirlandaio, Polidoro da Caravaggio, Sebastiano del Piombo) che si trovano nella sala della Protomoteca sempre in Campidoglio.

Come vedremo in dettaglio più avanti, il Laboureur fu l’autore dei bassorilievi che decorano il Braccio Nuovo, la cui descrizione lo scultore ci ha lasciato in un suo scritto del 1822.

Le opere, il restauro

E veniamo al Braccio Nuovo e alle sue meraviglie. Nell’alveo della museografia di epoca illuministica e neoclassica (un esempio più prossimo alla galleria vaticana è la Gliptoteca di Monaco), che riteneva che le opere d’arte antica dovessero essere pienamente in armonia con le architetture, le decorazioni e l’arredo dell’ambiente che le ospitava, il Braccio Nuovo del Museo Chiaramonti s’inserisce perfettamente in tale cornice di pensiero. Allo stesso tempo, però, acquisisce un valore aggiunto, dovuto – non è il nostro un ossimoro – alla concezione moderna dell’antico di Antonio Canova, che seppe coniugare magistralmente la visione neoclassica di Winckelmann e Thorvaldsen con l’ispirazione diretta dalla natura. Secondo Canova, preposto alla direzione delle raccolte pontificie, l’artista doveva infatti

«consultare i capi d’opera per studio, confrontandoli con la natura, per quindi rilevarne i pregi e servirsene all’uso proprio, e formarne poi un tutto che servir possa al soggetto che si vuole esprimere, come hanno praticato i Greci, scegliendo dalla natura il più bello».viii

In sostanza ogni testimonianza artistica (pittura, scultura, architettura), che non doveva soltanto contemplare i capolavori, era per Canova indispensabile per la comprensione dell’arte antica e funzionale alla sua didattica. Tale funzione pedagogica dell’arte, che era stata concepita e messa in pratica già nell’allestimento del Museo Chiaramonti dal suo curatore, lo scultore Antonio D’Este (amico e stretto collaboratore del Canova), la troviamo chiaramente espressa nelle sue stesse parole:

«Ma in Roma ogni parte del Mondo accorre e rende tributo di venerazione, di rispetto, di gratitudine, giacché da ogni parte vengono alcuni ad erudirsi e perfezionarsi in questa Capitale delle Arti gentili. E quello che non è ammirabile per un viaggiatore ed un grande, lo può essere e lo è per un artista, il quale trova l’utile suo in ogni minima cosa; il più lieve oggetto è capace di destargli una idea, il più minuto frammento lo porta alla cognizione di una parte importante o riguardo alla mitologia, o alla storia, o alla cronologia o al costume, o all’arte».ixIl Braccio Nuovo si presenta con tutta la maestosità di una grande galleria con volta a botte a cassettoni di color grigio-avorio, provvisti di rosoni centrali con fondale celeste polvere che dona risalto alla decorazione, e una splendida cornice a dentelli. L’illuminazione dall’alto, verticale o zenitale che dir si voglia, sicuramente ispirata allo Stern dal pensiero rivoluzionario con il quale era entrato in contatto a Parigi in occasione del suo viaggio del 1811, è data dai dodici lucernari che la percorrono per tutta la sua lunghezza (m. 68) e che illuminano le sculture e i mosaici di luce diretta e uniforme, senza antiestetici contrasti e ombre. I lucernari sono interrotti da un corpo centrale – uno spazio quadrato con esedra a sud e un vestibolo a nord, che conduce al monumentale ingresso principale porticato, con ampia scalinata, che si affaccia sul cortile della Pigna. Alle due estremità della galleria ci sono gli ingressi che immettono al Museo Chiaramonti e alla Biblioteca Vaticana.

Al centro della galleria, sulla sommità della splendida grande volta a vela, si apre un occhio, a mo’ di cupola, per l’illuminazione dell’ambiente. Illuminazione che è raddoppiata da una semicupola aperta sull’esedra. Questa è inquadrata da due eleganti colonne e da una coppia di paraste di granito grigio punteggiate di nero, che danno forte evidenza alle statue a figura intera ospitate nelle nicchie che si aprono lungo l’esedra. L’ambiente quadrato al centro della galleria è messo invece in risalto da quattro imponenti colonne in granito grigio con ampie venature verdastre, vere macchie di colore. Magici effetti coloristici che si armonizzano perfettamente con quelli degli intonaci delle pareti.

Il pavimento della galleria è un trionfo di sfumature, accostamenti di colore e di seducenti richiami culturali degni del gusto più raffinato e colto dell’arte classica. Un sapiente uso di marmi, scelti tra le varietà più colorate (rosso di Levanto, giallo antico, portasanta, marmor chalcidicum o fior di pesco) e posti a mo’ di cornice attorno a dei magnifici inserti a mosaico a tessere bianche e nere. Si tratta di mosaici romani provenienti dagli scavi archeologici di due ville del II sec. d.C. (ville di Munazia Procula e di Numisia Procula) effettuati, a partire dal 1817, nella Tenuta di Tor Marancia a Roma, di proprietà della duchessa Marianna di Chablais. Tali mosaici furono venduti dalla duchessa ai Musei Vaticani e la contrattazione per il loro acquisto, avvenuta probabilmente sotto la supervisione di Antonio Canova, era iniziata già dal 1817.

Suggestivo è il grande mosaico che rappresenta scene desunte dall’Odissea, con il racconto di Ulisse e le Sirene e quello di Scilla, episodi tra i più caratterizzanti della cultura mitologica e dell’esegesi filosofica, che ebbero una fortuna ininterrotta dall’antichità fino a tutto il Medioevox.

E che dire poi delle meraviglie a tutto tondo esposte nella galleria: circa 140 tra statue a figura intera e busti che ripercorrono la storia e il mito della civiltà e della cultura greco-romana. Le ventotto statue a figura intera, disposte entro nicchie, sono alternate a busti collocati su rocchi di colonne. Busti si trovano anche in alto, su mensole lungo le pareti, nello spazio sottostante gli splendidi bassorilievi in stucco del Laboureur. Questi riproducono episodi e personaggi desunti da monumenti romani (colonna Traiana e Arco di Tito), dall’Iliade e dall’Odissea e dal mondo mitologico. Nel fascicolo esplicativo della sua opera, redatto dallo stesso artista, a proposito delle gesta degli imperatori romani rappresentate nei suoi fregi, si legge:

«Fanno i trionfi da me espressi conoscere a preferenza le militari imprese di quei Romani Imperatori, delle cui immagini sono pieni i Musei Pontifici, piene le Istorie: e qui alle colonne e agli archi, che il tempo, e il ferro non han saputo distruggere, sì per il costume che per lo stile mi son fatto un dovere di conformarmi».xi

Tutte le sculture che arredano il Braccio Nuovo hanno varie provenienze. Oltre a quelle trasferite dall’adiacente Museo Chiaramonti, molte furono comprate al mercato antiquario, ma anche da collezioni private appartenute a famiglie nobiliari, come gli Odescalchi, i Giustiniani o i Ruspoli. Altre furono acquistate dal principe di Canino, Luciano Bonaparte, e nel 1824 anche dal già citato artista Vincenzo Camuccini. Tra i capolavori dell’arte romana, molti dei quali copie da originali greci, non si può non menzionare l’Augusto di Prima Porta, proveniente dalla Villa di Livia ad gallinas albas, al IX miglio dell’antica Via Flaminia (Plin. Nat. Hist. XV, 136-137). Scoperta nel 1863 nella villa imperiale che porta il nome di Livia Drusilla, moglie di Augusto, e restaurata dallo scultore Pietro Tenerani, che ebbe come maestri Canova e Thorvaldsen, è una statua loricata pregna di riferimenti ideologici. L’imperatore, raffigurato nel gesto dell’adlocutio, indossa una corazza istoriata. Tra le scene più significative rappresentate, ricordiamo qui l’episodio della restituzione delle insegne romane al legato imperiale – Tiberio – da parte del re dei Parti, Phraates IV. Studi recenti hanno evidenziato che la statua era policroma (rosso e azzurro i colori dominanti). Una sua riproduzione può essere ammirata nell’atrio dei Musei Vaticani.

Nella nicchia adiacente è collocata una splendida statua di Sileno con il piccolo Dioniso, una replica romana di originale greco, forse opera di Lisippo (IV sec. a.C.). O, ancora, la superba statua togata dell’Imperatore Tito, posta di fronte a quella della figlia, Giulia, la statua dell’Imperatore Claudio, quella dell’Amazzone ferita, copia dell’opera di Kresilas del 430 a.C., quella dell’Atena Giustiniani, opera romana da un modello bronzeo greco del IV sec. a.C., lo splendido Doriforo, elaborazione romana dall’originale bronzeo di Policleto del 440 a.C. e la fascinosa copia di cariatide dell’Eretteo di Atene.

Tra le sculture più antiche e maestose dei Vaticani è esposta al centro dell’esedra, la celebre statua del Nilo, replica romana di età adrianea dell’originale alessandrino in basalto nero (il colore alludeva in antico alla provenienza del fiume dall’Etiopia) che era esposto a Roma nel Tempio della Pace. Nel ’500 faceva da pendant nel Giardino del Belvedere alla statua del Tevere, ora al Museo del Louvre. La grandiosa scultura, rinvenuta nel 1513 presso la chiesa di S. Maria sopra Minerva, doveva provenire dall’Iseo Campense, in Campo Marzio (l’antico tempio dedicato alle divinità di Iside e Serapide). L’iconografia è quella classica utilizzata nell’arte antica per la personificazione dei fiumi: un vegliardo sdraiato e appoggiato – nel nostro caso – alla sfinge, la chiave di lettura che lo identifica come il Nilo. Ha con sé una cornucopia, segno di abbondanza e di ricchezza. Allegoricamente allusivi ai noti sedici cubiti di crescita che dovevano raggiungere le acque del fiume per poter arrecare fertilità e prosperità all’Egitto, sono i sedici putti rappresentati mentre giocano sul corpo della statua.

Tra i busti, che costituiscono una vera galleria di ritratti dell’antichità, si notano in particolare, per la finezza di esecuzione e per l’eccellente resa dei volti dei soggetti rappresentati, la testa di Giulio Cesare, su busto non pertinente, e i busti degli imperatori Adriano, Pupieno e Filippo l’Arabo. Di grande effetto i due pavoni in bronzo dorato provenienti dal Mausoleo di Adriano. Simbolo dell’incorruttibilità della carne, la figura del pavone fu utilizzata anche dall’arte paleocristiana per alludere all’immortalità dell’anima e alla vita eterna. Spicca per solenne magnificenza, tra la collezione di ritratti, l’eccelso busto di Pio VII Chiaramonti di Antonio Canova, una sintesi perfetta della visione artistica neoclassica canoviana ispirata dalla natura.

La lunga e accurata opera di restauro del Braccio Nuovo, iniziata nel 2009, e che ha mobilitato uno staff di professionisti di varie discipline (storici dell’arte, archeologi, archivisti, restauratori, chimici, ingegneri, architetti, ecc.), ha interessato non soltanto le circa 140 opere di scultura, bensì anche l’architettura e le decorazioni della galleria (mensole, cornici in stucco, rosoni, ecc.). Stupefacente è il risultato, che restituisce i toni e le cromie originali neoclassiche ideate dagli artisti fondatori del Braccio Nuovo, con un eccellente recupero delle loro soluzioni, come il ripristino in finto granito e in finto bardiglio, rispettivamente, del fondo delle nicchie e delle pareti della galleria, e del colore delle volte e dei bassorilievi del Laboureur.

Attendiamo, infine, con vivo interesse l’annunciata pubblicazione del volume miscellaneo che riguarderà per l’appunto il Braccio Nuovo e la sua collezione, alla luce dei vari aggiornamenti – storici, tecnici e archivistici – che, ne siamo certi, non mancheranno di offrire piacevoli sorprese al grande pubblico e agli addetti ai lavori.

iA. Paolucci, Il Braccio Nuovo. I volti del restauro, Città del Vaticano, Edizioni Musei Vaticani, 2016.

iiPh. Boutry, Pio VII, in Enciclopedia dei Papi, vol. 3, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 2000, pp. 509-529.

iiiP. Liverani, La nascita del Museo Pio-Clementino e la politica canoviana dei Musei Vaticani, in Canova direttore di musei, Atti della I Settimana di Studi Canoviani (Bassano del Grappa 12-15 ottobre 1999), Bassano del Grappa 2004, pp. 75-102, tavv. I-IX.

ivA. Cerutti Fusco. Raffaele Stern e il Braccio Nuovo del Museo Chiaramonti in Vaticano, in L’architettura della Basilica di S. Pietro: storia e costruzione. Quaderni dell’Istituto di Storia dell’Architettura, 1995-1997.

vM. Pavan, Canova, Antonio, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 18, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 1975.

viF. Trastulli, Laboureur, Francesco, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 62, Istituto della Enciclopedia Italiana Treccani, 2004.

viiG. P. Consoli, Mostrare l’Antico dopo Tolentino: idee e progetti per nuovi musei al tempo di Pio VII, in Studi sul Settecento Romano, 30, Quaderni diretti da Elisa Debenedetti, Roma, Quasar, 2014, pp. 283-296.

viiiA. D’Este, Memorie di Antonio Canova, Firenze, Le Monnier, 1864.

ixM.A. De Angelis, Il «Braccio Nuovo» del museo Chiaramonti. Un prototipo di museo tra passato e futuro, in Bollettino dei Monumenti, Musei e Gallerie Pontificie, XIV, 1994, pp. 187-256.

xB. Candida, Tradizione figurativa nel mito di Ulisse e le Sirene, in Studi Classici e Orientali, vol. 19-20, 1970-71, pp. 212-253; G. Biamonte, Il mito di Ulisse e le Sirene: un supposto fenomeno di continuità fra tradizione pagana e simbolica cristiana, in Bessariore, Quaderno n. 11, Roma 1994, pp. 53-80.

xiM. Laboureur, Notizia su i bassorilievi che adornano il fregio del nuovo e più magnifico braccio aggiunto dalla Santità di N. S. Pio Papa Settimo al Museo Pio-Clementino inventati ed eseguiti dal cav. Massimiliano Laboureur, scultore romano, cattedratico e presidente dell’insigne Accademia di S. Luca, Roma 1822, p.4.

Rimasi sorpreso, la sera dell’elezione di Bergoglio, nel constatare che il Papa non cantasse la benedizione. Sorpresa confermata negli anni seguenti nel vedere come in nessuna solennità il Papa cantasse la benedizione. Ma ecco che, alla riunione dei suoi diletti carismatici al Circo Massimo, il Papa ha cantato a lungo. Dunque: non voleva la solennità liturgica?

Quando Bergoglio fu eletto Papa c’era la fama che egli fosse contro la teologia della liberazione, ma poi ci fu la sorpresa degli incontri con personaggi e movimenti di impronta marxista e la sorpresa dell’esaltazione di don Milani, il quale aveva proclamato che l’obbedienza non è una virtù, proprio mentre il superiore di Milani, il cardinale Elia Dalla Costa, che aveva emarginato Milani, è a un passo dalla beatificazione.

L’ultima sorpresa viene dallo IOR che amministra denaro in gran parte clericale (e, in non piccola parte, italiano). Ebbene: gli Italiani non vi hanno più posti di responsabilità, ma la sorpresa maggiore viene dal fatto che la sovrintendenza laica è del tutto separata e indipendente dalla commissione cardinalizia di vigilanza, il tutore dello IOR.

Non si finisce di sorprendersi.

Don Ennio Innocenti

Riguardo all’India, la prima preoccupazione del Papa è la continua persecuzione dei cristiani in quel Paese, dovuta, probabilmente, al sistema delle caste, sovvertito dal concetto di uguaglianza cristiana. Purtroppo la questione è molto seria, in quanto legata alla cosmovisione indiana e alla metempsicosi, ossia alla visione gnostica dell’eterno ritorno.

Quanto la cosa sia seria è deducibile anche dalle frizioni esistenti tra India e Cina. Infatti la Russia aveva incoraggiato la Cina a un grande progetto euroasiatico (giornalisticamente detto “via della seta”) che comprendeva una solidarietà finanziaria (di parziale indipendenza dagli USA), di trasporti terrestri (che includeva qualche territorio conteso col Pakistan) e di trasporti marittimi che coinvolgeva molto l’India, ma la questione delle vacche sacre (ossia della metempsicosi e dell’eterno ritorno) è causa di violenze fra Indiani e Cinesi, che frenano così i rapporti con pregiudizio di grandi interessi. Perciò la missione del Papa in India è molto difficile. Gli induisti indiani si commuovono di fronte all’amore sbalorditivo di Dio che si fa bambino e perfino si offre lui stesso di pagare in prima persona per i peccatori, ma la vacca sacra è un idolo fino ad oggi intoccabile.

Don Ennio Innocenti

Si può capire che il Papa non parli della Russia anzitutto perché non ha con sé l’unanimità dei propri Vescovi, poi perché non vuole mettere in difficoltà né il Patriarca Cirillo (frenato dai propri conservatori) né il Presidente Putin (frenato dagli Ucraini orientali).

Non si capisce, pero’, il silenzio dei media sulla importanza del ruolo della Russia contro l’Isis, a favore della stabilità nella regione mediorientale; non si capisce il loro silenzio sul rapporto tra il Papa e Putin, il più deciso e scoperto avversario dell’Isis.

L’intervento del Papa su Putin fu decisivo alla vigilia dell’allargamento del conflitto antisiriano deciso autonomamente da Obama; la visita ufficiale di Putin dal Papa è certamente importante anche in prospettiva religiosa (e l’evoluzione di questa potrebbe diventare decisiva nell’andamento della geopolitica mondiale); infine la difesa del diritto naturale (contro l’anarchia liberaloide) compiuto da Putin costituisce da sola un’alleanza fondamentale tra Putin e il Vaticano.

Non si può sottovalutare questa alleanza nel rilancio fondativo dell’Europa, della sua civiltà, della sua progettata costituzione che definisce la sua identità, delle sue istituzioni attualmente discusse.

I discorsi di Papa Francesco all’Europa mostrano la sua perfetta concordanza con la linea europeistica dei suoi predecessori e il fatto del silenzio mediatico in cui sono tenuti dimostra la malizia dei veri padroni dei media che mirano a servirsi dell’Europa tenendola divisa e contrapposta per favorire il loro imperialismo finanziario.

Don Ennio Innocenti

Gli Stati Uniti d’America, federatisi sotto l’egida protestante, ritennero d’avere un destino imperiale, stesero la loro tutela sull’intero continente americano, respinsero ogni intromissione europea e svolsero il loro sguardo cupido sull’Asia.

Si costituirono poi tutori d’Europa, entrandovi con un peso determinante in due guerre mondiali, dividendola in due zone di influenza, unificandone una al loro servizio, in contrapposizione all’altra, nella misura che bastava a tenerla al guinzaglio.

Vi mantennero le loro basi militari e ne controllarono i commerci, affinché non invadessero il proprio “terreno di caccia”.

Con Trump hanno innalzato in modo ancor più manifesto il vessillo del loro primato e così gli Europei si sono accorti di non essere alleati alla pari, ma solo strumenti subordinati.

Un velo è ancora calato sugli occhi degli Europei, che non si rendono conto né delle risorse dei 28 Paesi dell’Unione, né di quelle della Russia.

Gli Europei non sanno ancora paragonare il loro debito finanziario con quello statunitense, né sanno ancora capire che la loro disoccupazione è comandata per compiacere il mercato statunitense.

Un giorno, grazie a Trump, si accorgeranno che potrebbero benissimo provvedere da soli alla propria difesa, specialmente nel presente contesto.

Allora avranno ancora alcuni problemi di coscienza, ma se si libereranno dei politici asserviti agli Stati Uniti, imposti all’Europa da più di 70 anni, potranno anche ritrovare la bussola della loro coscienza morale, religiosa e storica.

Don Ennio Innocenti

La Germania del 1919 precipitò verso il nazismo, che ascese al potere con consenso democratico; anche i vertici del protestantesimo aderirono alla politica nazista. Sconfitta nel 1945, la Germania ritrovò dignità a guida cattolica, ma cedé al mito consumista del vincitore americano, che negli anni ’60 le impose anche il mito edonista, cui seguì quello californiano.

La caduta del tasso demografico fu riparata con manodopera straniera sottopagata e il marco divenne forte e la nuova orgogliosa bandiera dell’esemplare benessere. Purtroppo la popolazione cattolica tedesca fu catturata da questi bassi ideali e le gerarchie cattoliche erano soddisfatte delle laute che porzioni che il censo le cedevano.

Peggio: la teologia tedesca fu reinterpretata con la psicoanalisi e il trascendentalismo. I Cardinali tedeschi hanno tentato di imporsi con la loro nuova mentalità anche agli altri Episcopati, ciechi sull’esodo dei loro cattolici.

Così il vero problema della Germania sta nell’aver perduto un livello spirituale e morale, che le ispiri una politica cristiana, ecumenica, solidale: le occorrerebbe una scossa spirituale che la rimettesse sulla strada del suo primo millennio ecclesiale, perché così scoprirebbe la provvidenzialità dell’attuale momento, in cui il vincitore americano è in ritirata, mentre ai suoi confini orientali vari Popoli stanno facendo riemergere le loro radici cristiane e l’orgoglio tradizionale di Nazioni libere.

Don Ennio Innocenti

Non è stato sbagliato, all’inizio dell’immigrazione dei Mussulmani in Europa e in particolare in Italia, favorire l’assistenza religiosa con gli imam, affinché non si imbarbarissero. Però, ora che si sono stabilizzati, non possiamo disinteressarci pastoralmente di loro affinché migliorino la loro idea del Cristianesimo.

Essi, generalmente, hanno idee negative sul nostro mondo: bisogna, quindi, senz’altro aiutarli nella distinzione tra Occidente liberale e Cristianesimo: storie diverse. Quanto al Cristianesimo, occorre distinguere tra storia e Vangelo.

Su Dio essi pensano che noi lo degradiamo con la Trinità e con il Figlio in particolare. Bisogna pazientemente spiegare che noi non pensiamo affatto a tre divinità, ma solo a tre relazioni vive della stessa divinità e non per presunzione, ma per rivelazione.

Quanto al Figlio, si tratta solo di analogia perché Dio è del tutto spirituale: noi pensiamo che Dio esprime se stesso a se stesso: tutto qui? No: occorre aggiungere che questa conoscenza di sé è la sua gioia. La Trinità è radicalmente questa.

La maggiore difficoltà è Gesù: santo, sì; profeta, sì; inviato, sì, ma non Dio. Così pensavano gli ariani come i Longobardi, che in due secoli si sono convertiti e sono diventati preziosi cattolici.

Bisogna partire da ciò che ammettono, come Gesù stesso fece con Nicodemo, che crebbe nella stima di Gesù diventando suo amico…

L’inizio della pastorale deve essere così, confortata dal buon esempio dei veri credenti.

Don Ennio Innocenti

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